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martedì 16 marzo 2010

C'è chi dice no

C'È QUALCOSA...
CHE NON VA
IN QUESTO "CIELO"
C'È QUALCUNO...
CHE NON SA
PIÙ CHE ORE SONO!

C'È CHI DICE QUA
C'È CHI DICE LÀ
IO...NON MI MUOVO!

C'È CHI DICE QUA
C'È CHI DICE LÀ
IO NON CI SONO!

TANTA GENTE È CONVINTA CHE CI SIA NELL'ALDILÀ...
QUALCHE COSA...CHISSÀ?!...
QUANTA GENTE COMUNQUE CI SARÀ...
CHE SI ACCONTENTERÀ!!!

C'È QUALCUNO....
CHE NON SA....
....PIÙ COS'È UN UOMO

C'È QUALCUNO
CHE NON HA...
....RISPETTO PER NESSUNO!!!

C'È CHI DICE NO
C'È CHI DICE NO
IO NON CI SONO

C'È CHI DICE NO
C'È CHI DICE NO
IO NON MI MUOVO

TANTA GENTE È CONVINTA CHE CI SIA NELL'ALDILÀ...
QUALCHE COSA...CHISSÀ?!...
QUANTA GENTE COMUNQUE CI SARÀ...
CHE SI ACCONTENTERÀ!!!

(C'è Chi Dice No, Vasco Rossi, 1987)


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domenica 14 marzo 2010

Ciampi rinviò la legge

Dall'editoriale di Scalfari su Repubblica.it.

[...]
Il progetto costituzionale di Silvio Berlusconi è molto chiaro: vuole riscrivere la Costituzione. Non modificarne alcuni punti ma riscriverla stravolgendone lo spirito, mettendo al vertice una sorta di "conducator" eletto direttamente dal popolo insieme alla maggioranza parlamentare da lui stesso indicata e subordinando alla sua volontà non solo il potere esecutivo e quello legislativo ma anche i magistrati del pubblico ministero, la Corte costituzionale e le autorità di controllo e di garanzia.
Questo progetto non è nato oggi ma è nella sua mente fin dal 2001, quando ebbe inizio la legislatura che durò fino al 2006 e si svolse durante il settennato al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. Le divergenze tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio furono numerose e ebbero come oggetto soprattutto quel tema; non potendo cambiare la Costituzione nel modo da lui desiderato Berlusconi tentò di modificarla nei fatti contestando sistematicamente le attribuzioni del capo dello Stato e i poteri che gli derivano.
Il capo dello Stato rappresenta il coronamento istituzionale della democrazia parlamentare così come la configura la nostra Costituzione ed è, proprio per questo il maggior ostacolo ai progetti di Berlusconi. Non è dunque un caso che i suoi bersagli costanti siano stati Scalfaro, Ciampi, Napolitano: tre uomini estremamente diversi tra loro, con diversi caratteri e diverse origini culturali, ma con identica dedizione ai loro doveri costituzionali. E proprio per questo sono stati tutti e tre nel mirino di Berlusconi fin da quando salì per la prima volta alla presidenza del Consiglio avendo in animo di governare da solo, senza ostacoli di sorta che controllassero la legalità delle sue azioni e ne limitassero la discrezionalità che egli vuole piena e assoluta.

Gli attriti con Ciampi furono, come ho ricordato, numerosi. Due di essi in particolare avvennero in circostanze di estrema tensione. Il primo in occasione della nomina di tre giudici della Corte costituzionale, il secondo nel momento della promulgazione della legge Gasparri sul sistema televisivo nazionale.
Ho avuto la ventura di esser legato a Ciampi da un'amicizia che dura ormai da quarant'anni, sicché ebbi da lui un lungo racconto di quei due episodi poco tempo dopo il loro svolgimento. Non ho mai rivelato quel racconto, del quale ho conservato gli appunti nel mio diario quotidiano. Spero che il presidente Ciampi mi perdonerà se oggi ne faccio cenno, poiché la riservatezza che finora ho rispettato non ha più ragion d'essere al punto in cui è arrivata la situazione politica italiana.

L'episodio concernente la nomina dei tre giudici della Consulta nella quota che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica, avvenne nella sala della Vetrata del Quirinale. Erano presenti il segretario generale del Quirinale, Gifuni e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I temi da discutere erano due: i rapporti con la Commissione europea di Bruxelles dove il premier doveva recarsi per risolvere alcuni importanti problemi e la nomina dei tre giudici.
Esaurito il primo argomento Ciampi estrasse da una cartella i tre provvedimenti di nomina e comunicò a Berlusconi i nomi da lui prescelti. Berlusconi obiettò che voleva pensarci e chiese tempo per riflettere e formulare una rosa di nomi alternativa. Ciampi gli rispose che la scelta, a termini di Costituzione, era di sua esclusiva spettanza e che la firma del presidente del Consiglio era un atto dovuto che serviva semplicemente a certificare in forma notarile che la firma del Capo dello Stato era autentica e avvenuta in sua presenza. Ciò detto e senza ulteriori indugi Ciampi prese la penna e firmò passando i tre documenti a Berlusconi per la controfirma.
A quel punto il premier si alzò e con tono infuriato disse che non avrebbe mai firmato non perché avesse antipatia per i nomi dei giudici ma perché nessuno poteva obbligarlo a sottoporsi ad una scelta che non derivava da lui, fonte unica di sovranità perché derivante dal popolo sovrano.
La risposta di Ciampi fu gelida: "I documenti ti verranno trasmessi tra un'ora a Palazzo Chigi. Li ho firmati in tua presenza e in presenza di due testimoni qualificati. Se non li riavrò immediatamente indietro da te controfirmati sarò costretto a sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. "Ti saluto" rispose altrettanto gelidamente Berlusconi e uscì dalla Vetrata seguito da Letta. In serata i tre atti di nomina tornarono a Ciampi debitamente controfirmati.

Il secondo episodio avvenne nel corso di una colazione al Quirinale, sempre alla presenza di Gifuni e di Letta. Il Parlamento aveva votato la legge Gasparri e l'aveva trasmessa a Ciampi per la firma di promulgazione. Presentava, agli occhi del Capo dello Stato, svariati e seri motivi di incostituzionalità e mortificava quel pluralismo dell'informazione che è un requisito essenziale in una democrazia e sul quale, appena qualche mese prima, Ciampi aveva inviato al Parlamento un suo messaggio.
La colazione era da poco iniziata quando Ciampi informò il suo ospite del suo proposito di rinviare la legge alle Camere, come la Costituzione lo autorizza a fare motivando le ragioni del rinvio e i punti della legge da modificare. Berlusconi non si aspettava quel rinvio. Si alzò con impeto e alzò la voce dicendo che quella era una vera e propria pugnalata alla schiena. Ciampi (così il suo racconto) restò seduto continuando a mangiare ma ripeté che avrebbe rinviato la legge al Parlamento. L'altro gli gridò che la legge sarebbe stata comunque approvata tal quale e rinviata al Quirinale e aggiunse: "Ti rendi conto che tu stai danneggiando Mediaset e che Mediaset è una cosa mia? Tu stai danneggiando una cosa mia".
A quel punto si alzò anche Ciampi e gli disse: "Questo che hai appena detto è molto grave. Stai confessando che Mediaset è cosa tua, cioè stai sottolineando a me un conflitto di interessi plateale. Se avessi avuto un dubbio a rinviare la legge, adesso ne ho addirittura l'obbligo". "Allora tra noi sarà guerra e sei tu che l'hai voluta. Non metterò più piede in questo palazzo".

Uscì con il fido Letta. Ciampi rinviò la legge. Il premier per sei mesi non mise più piedi al Quirinale.
[...]

martedì 24 novembre 2009

Presidente Napolitano ora basta!

L'editoriale di Travaglio di oggi del Fatto.

Quel grillino di Carlo Azeglio


di Marco Travaglio

Ahiahiahi, signora Longari, dove andremo a finire. Ora lo dice anche un presidente emerito della Repubblica, già governatore della Banca d’Italia, senatore a vita, che Giorgio Napolitano dovrebbe o almeno potrebbe smettere di firmare leggi vergogna. Parla un signore che alcune le rispedì al mittente, come la Gasparri-1 sulle tv, l’ordinamento giudiziario Castelli e la Pecorella (che aboliva l’appello del pm, ma non dell’imputato). Ma altre, come il decreto salva-Rete4 che consentiva a Berlusconi di evitare lo spegnimento della sua tv abusiva (previsto dalla sentenza della Consulta del 2002) e fu firmato alla vigilia del Natale 2003 dallo stesso beneficiario, le promulgò. Ma anche per lui c’è un limite a tutto. Anche all’indecenza. “Io – premette nell’intervista a Repubblica – non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale”. Poi però li dà eccome: “Il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va, non si firma”. L’articolo 74 della Costituzione dice proprio così: “Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”. Non precisa che, per essere respinta, debba essere “manifestamente incostituzionale”, come invece sostiene l’attuale inquilino del Quirinale. Il 23 luglio 2008, quando in meno di 24 ore promulgò la legge Alfano varata in 25 giorni da Camera e Senato per regalare l’impunità al premier, il Colle emise uno stravagante comunicato: “Punto di riferimento per la decisione del Capo dello Stato è stata la sentenza n. 24 del 2004 con cui la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 140 del 20/6/2003 (il lodo Schifani, ndr) che prevedeva la sospensione dei processi che investissero le alte cariche dello Stato. A un primo esame, quale compete al capo dello Stato in questa fase, il ddl approvato il 27 giugno dal Consiglio dei ministri è risultato corrispondere ai rilievi formulati in quella sentenza”. Ora sappiamo che non era vero niente: la Consulta ha bocciato l’Alfano proprio richiamandosi alla sentenza che bocciava la Schifani e che non diceva ciò che le faceva dire il Quirinale. Diversamente dal Colle, se n’erano accorti fin da subito 100 giuristi di chiara fama e quattro presidenti emeriti della Consulta in un appello che definiva l’Alfano “manifestamente incostituzionale”; ma anche comici come Grillo, politici come Di Pietro, direttori di giornale come Flores d’Arcais e Padellaro. Quest’ultimo espresse “profondo disagio” sull’Unità, beccandosi le rampogne del Pd, del Riformatorio, del Pompiere della Sera e di tutti i tromboni del “non tirare la giacchetta al capo dello Stato”. Baggianate che son tornate a risuonare quando Il Fatto Quotidiano ha inviato al Quirinale le firme di 80 mila lettori sotto l’appello a non firmare la vergogna mafiosa dello scudo fiscale. Risultato: l’ufficio stampa del Quirinale ci inviò una letterina piccata (come vi siete permessi?). Intanto il capo dello Stato redarguiva un cittadino che osava domandargli perché firmasse tutto: “Tanto, se non firmo una legge, me la rimandano uguale”. Ora Ciampi, noto piromane, invita a “resistere”: “Non si deve usare come argomento che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura, per lanciare un segnale forte a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Anche perché, se una legge resta incostituzionale anche in seconda lettura, il presidente può comunque rifiutare di promulgarla e dimettersi. La Costituzione è un po’ più importante di una poltrona.

sabato 18 aprile 2009

Informatia all'italiana

L'"imparzialità" del TG4 è nota al grande pubblico italiano. Rete4 è una rete abusiva. E questo non è noto al "glande" pubblico. C'è una Sentenza del Consiglio di Stato che segue una Sentenza della Corte di Giustizia Europea. Ma questa rimane inapplicata. La commissione europea non sta facendo niente. Il ministero non consegna gli atti dell'istruttoria. Cercano di perdere tempo. Il periodo transitorio è illegittimo. Rete4 è abusiva almeno dal 1994. Ciampi ha firmato il ddl salva Rete4 manifestamente anticostituzionale dopo aver rifiutato la Gasparri. Siamo il paese dell'illegalità che viene legalizzata chiudendo gli occhi.

Intervista a Di Stefano sulle sorti di Europa 7:



Europa 7 una televisione rivoluzionaria che potrebbe schiacciatre il "fantastico mondo di Emilio":



Emilio Fido su Santoro: