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martedì 15 febbraio 2011

Ti sputtanerò

Grandissimi Luca e Paolo a Sanremo!!!



...e poi dal Fatto di oggi (16 febbraio 2011)...

Silvio Pelvico

di Marco Travaglio

Alla fine, depositato il polverone politico-mediatico del Truman Show, restano i fatti nudi e crudi, che il gip Cristina Di Censo descrive con una semplicità disarmante. Una sera di maggio un cittadino telefona in Questura per far rilasciare una minorenne marocchina fermata per furto senza documenti né fissa dimora, spacciandola per la nipote del presidente egiziano Mubarak. Se fosse un passante, lo manderebbero a prendere per il trattamento sanitario obbligatorio. Trattandosi del presidente del Consiglio, trattengono le risa e obbediscono a lui anziché al pm minorile e affidano la ragazza a una procace consigliera regionale che si è precipitata sul posto in compagnia di una prostituta brasiliana, nelle cui mani poi la consigliera scarica la minorenne. Le due immigrate vengono poi sorprese a rissare furiosamente e a rinfacciarsi la loro professione, la più antica del mondo. Indagini, interrogatori e intercettazioni per scovare chi organizza il giro di squillo: saltano fuori i nomi della consigliera regionale, di un direttore di telegiornale e di un impresario di star dalla dubbia fama (lui, non le star). L’utilizzatore finale invece è il presidente del Consiglio, che paga in soldi, favori, gioielli, appartamenti in comodato gratuito: ecco perché ha telefonato in Questura. Dalle perquisizioni affiorano i soldi, elargiti un po’ dal premier un po’ dal suo ragioniere, che però non può essere perquisito
perché abita in una succursale della Presidenza del Consiglio. Ci vuole il permesso della Camera. I giudici lo chiedono. La Camera rispedisce il faldone al mittente senza dire né sì né no, sostenendo che è competente il Tribunale dei ministri perché il premier chiamò la Questura per sventare una crisi diplomatica con l’Egitto. Vivo stupore in Egitto, dove nessuno è stato avvertito del fatto che il capo del governo italiano racconta in giro che Mubarak ha una nipote prostituta e che questa presta abitualmente servizio in casa sua (del capo del governo italiano). Anche perché, in tal caso, l’Italia rischierebbe non solo l’incidente diplomatico, ma un attacco missilistico. Alla Procura di Milano bastano meno di tre mesi per tirare le somme: pagare una minorenne in cambio di sesso è reato (prostituzione minorile), indurre la Questura a compiere un atto indebito a favore di un’amica è reato (concussione). E, siccome in casi così rapidi ed evidenti il Codice prevede il rito immediato, i pm lo chiedono. Il gip Di Censo sa quel che le accadrà se lo accorderà: verrà insultata, spiata, screditata, dossierata, trascinata alla Consulta. Eppure mantiene i nervi saldi e decide secondo coscienza, sine spe ac metu, uniche bussole il Codice penale e la Costituzione. Dopo i 5 giorni canonici, rinvia B. a giudizio immediato. Ritiene che le accuse siano provate e meritino il vaglio processuale. Il Tribunale stabilirà se è provata anche la colpevolezza dell’imputato B. Incidentalmente il gip spiega anche perché il caso è roba da tribunale ordinario: basta leggere la Costituzione per sapere che è reato ministeriale quando un membro del governo abusa delle proprie funzioni. Ma il premier non ha poteri sulle Questure (non è il ministro dell’Interno né il capo della Polizia): ergo, chiamando quella di Milano, non abusò delle funzioni, ma della qualità di capo del governo. Reato ordinario, tribunale ordinario. Tutto semplice, elementare, lapalissiano. Ci arriverebbe uno studente al primo giorno di Giurisprudenza. Non, dunque, legioni di politici e opinionisti servi. Il 6 aprile, se vorrà, B. comparirà in tribunale. Se non vorrà, peggio per lui: lo processeranno lo stesso. Dopo vent’anni di urla, strepiti, leggi su misura, censure, epurazioni, ricorsi, ricusazioni e centinaia di milioni spesi in avvocati, giudici, testimoni e deputati per trasformare il Parlamento e il Paese intero in un gigantesco collegio di difesa, si ritroverà solo, impotente, nudo come un verme davanti all’incubo che lo insegue da sempre: la Giustizia.

giovedì 3 febbraio 2011

Intervistatore o suggeritore?

Dal Fatto di oggi.

Da Minzolingua a Renzullingua

di Marco Travaglio

Il Tg1 ha scritto ieri sera un altro pezzo di grande televisione. Stavolta Minzolingua non ha leccato in proprio, ma ha paracadutato a Palazzo Grazioli uno dei suoi più scalpitanti cavalli di razza: Daniele Renzulli. Chi era costui? I colleghi più anziani ricordano che arrivò al Tg1 con fama di amico dell’autista di Fanfani, dunque democristiano, dunque giornalista. Poi quel gran genio di Johnny Raiotta pensò bene di promuoverlo caporedattore dell’Economia. Il sopraggiungere di Scodinzolini non lo colse comunque di sorpresa: Renzullingua divenne un minzoliniano di ferro, firmando tutti i documenti di solidarietà al direttorissimo ingiustamente criticato per la sua rocciosa indipendenza. Ieri finalmente è scoccata la sua ora: “Dai, Renzulli, passa dal barbiere, mettiti il vestito buono, lucida le scarpe, succhia una mentina, avverti amici e parenti e presentati a Palazzo Grazioli da Lui. Non preoccuparti per le domande: te le detta Bonaiuti e comunque servono solo a rendere un po’ meno palloso il vecchio bollito, ché l’ultimo videomessaggio ha messo in fuga pure Bondi.
Occhio a non sbagliare: certe occasioni capitano una volta nella vita”. Il giovanotto, gli va riconosciuto onestamente, non ha tradito le attese. Nonostante la salivazione azzerata, l’occhio pallato e la sudorazione a Vajont, ha tenuto testa da par suo al presidente del Consiglio, mettendolo spesso all’angolo con domande ficcanti. La prima: “Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l’argine della stabilità dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fondo monetario: è il momento di tornare a crescere, in che modo?”. Colpito e affondato dalla virulenza dell’intervistatore, B. vacilla, per riprendersi a stento: e ha spiegato che la colpa della crescita zero è dell’articolo 41 della Costituzione, curiosamente in vigore anche negli anni del boom economico, ma ora sarà prontamente abolito. Il nostro eroe, però, non è tipo da lasciarsi invischiare dalle risposte dell’avversario, infatti è già pronto col secondo uppercut: “Lei è sceso in campo nel '94 promettendo la rivoluzione liberale: per dare una scossa alla nostra economia è venuto il momento di andare fino in fondo?”. Qui il Cainano, già legnoso sulle gambe a causa delle notti insonni, si accascia alle corde con lo sguardo che implora pietà. E, in stato confusionale, biascica supercazzole tipo “piano casa... Sud... fiscalità di vantaggio... federalismo”. Implacabile, Renzulli lo finisce con il ko: “Lei ha fatto una proposta di collaborazione all’opposizione, che ha risposto che non è credibile. Dietro questo rifiuto, secondo lei, aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?”. Il nano bollito, dal tappeto, delira: “Il problema principale è il debito pubblico che abbiamo ereditato dai governi del passato... moltiplicato 8 volte dal 1980 al '92 dalle vecchie forze politiche, con i comunisti in primo piano, negli anni del consociativismo”. Qui si chiude l’intervista, ma solo per i telespettatori. Renzulli invece rimane lì e si scatena, ricordando a B. alcune verità scomode. Dal 1980 al '92 si susseguirono i premier Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato: 6 Dc, 2 Psi, 1 Pri, nessun comunista (il Pci era all’opposizione). È grazie a loro se, in quei 12 anni, il debito pubblico passò dal 60 al 118% del Pil. Consociativismo? L’aumento più vertiginoso si registrò nei quattro anni di Craxi (1983-'87: da 456 a 890.000 miliardi di lire). Di cui B. era amico, finanziatore ed elettore. E chi erano i consiglieri economici di Craxi negli anni in cui il debito raddoppiava? Tremonti, Siniscalco, Brunetta e Sacconi. B. li ha promossi tutti e quattro ministri. Queste e altre verità Renzullingua ha ricordato al premier in coda all’intervista. Purtroppo, sul più bello, l’hanno tagliato.


Guardate come le domande non sono domande, ma suggerimenti per un discorso propagandistico.



domenica 30 gennaio 2011

Intervento del Capo dello Stato

La mia lettera al Capo dello Stato.

On. Presidente Napolitano,

spero che la mia voce si unisca a quella di tantissime altre persone che si rivolgono a lei.

Le chiedo di intervenire in modo concreto su una situazione che intacca la dignità e il rispetto delle persone e della loro intelligenza e soprattutto il decoro del nostro Paese.

Non è più sopportabile la presenza di Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana.

Non è più accettabile vedere una carica istituzionale come la sua, Onorevole Presidente, vissuta con onore e rispetto, affiancata dal degrado morale della persona di Berlusconi in quanto primo ministro.

Faccia qualsiasi cosa la Carta Costituzionale le impone di fare in una situazione in cui un'alta carica dello Stato abbia dimostrato altissimo spregio per le Istituzioni.

Cordiali saluti

martedì 21 dicembre 2010

Servire negare mutare

Dal sito www.uniriot.org

Bologna - Riprendiamoci il presente, costruiamo il nostro futuro


Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
...e il bene la realtà servire negare mutare.

Quello che vedremo al senato, la settimana prossima, sarà quello che abbiamo visto tante volte negli ultimi anni: un parlamento ormai irrimediabilmente separato dal paese reale, che si beffa di una società intera.
Molto probabilmente Mercoledi 22 Dicembre la riforma Gelmini passerà, sarà oggetto di accordi e compravendite che non tengono conto delle critiche che da mesi studenti e ricercatori portano avanti con ogni mezzo. In Senato il governo ha una maggioranza schiacciante, ma noi che stiamo fuori dall'aula abbiamo la voglia, la capacità, la rabbia e soprattutto l'intelligenza per sperimentare nuovi modi di fare democrazia. L'istituzione parlamentare è ormai una nave in bottiglia, senza mare e senza onde, protetta dal vetro sottile che la circonda.
Oltre quel vetro di quella bottiglia c'è tutto il resto. Un mondo variegato, composito, non ricostruibile in qualche articolo o servizio televisivo. Pensiamo, solo per fare un esempio, al mondo della cultura e della formazione. Persone differenti, che mai si erano parlate prima, si stanno muovendo in maniera diversa, senza trovare un unico punto su cui convergere, senza trovare un nome che racchiuda tutto ciò che si muove. Se non possiamo dare un nome a questo movimento, possiamo però leggerne le passioni, le intensità, le differenze e le tante domande a partire dalle quali reinventare la politica. C'è la rabbia di chi non viene mai ascoltato, di chi in questi mesi tenta ogni strategia comunicativa e politica per far valere le proprie ragioni, ma sente la sua voce bloccata da istituzioni chiuse a riccio su sè stesse.
E c'è l'amore per quello che si fa ogni giorno, nonostante i ricatti, la mancanza di futuro, la precarietà imposta. L'amore di chi continua a mettersi in gioco, di chi continua a costruire, perché è quello che vuole fare, perché è ciò in cui crede.
A lungo sentiremo ancora parlare del 14 dicembre come momento in cui tutto è venuto a convergere, come apice, come D-Day irripetibile, evento epocale. Si tratta ora di ricominciare a camminare, di concepire l' evento come salto in grado di riaprire un futuro a partire dagli slanci che hanno contribuito a produrlo: le proteste dei ricercatori di settembre, le piazze piene di studenti medi a ottobre,gli studenti universitari sui tetti nel mese di novembre, le strade, le stazioni e i monumenti occupati.
Siamo convinti che questo sia il momento di parlarsi, di riconoscersi, di costruire un'agenda politica comune in grado di creare spazi di partecipazione pubblica a partire dal prossimo Gennaio. Non solo è il momento di parlare tra noi, ma di parlare alla società intera: il terreno della crisi infatti è utilizzato dal nostro governo e dai poteri forti di questo paese per attaccare i diritti di tutti e tutte, per moltiplicare i ricatti, per aggredire il diritto di sciopero, per ridefinire i rapporti sociali sui posti di lavoro quanto nella società.
Per farlo abbiamo pensato a un'assemblea in un luogo centrale della città, la piazza all'interno della biblioteca Sala Borsa. Invitiamo non solo gli studenti medi, i docenti, i precari dell'università e i ricercatori, ma anche tutta la cittadinanza, i comitati per i beni comuni, i bibliotecari in lotta, gli insegnanti precari, a fare un primo passo verso il 2011. Per riprenderci tutti insieme il presente e costruire giorno per giorno il nostro futuro.

Mercoledì 22 Dicembre, ore 16 assemblea in Sala Borsa.

Studenti e precari

In piazza!

Dal sito www.uniriot.org

Centomila in piazza, rivolta contro il governo! Comunicato dalla Sapienza in mobilitazione

Quella del 14 dicembre è stata una giornata che ha segnato un dato di partecipazione fuori dall'ordinario. Oltre centomila tra studenti universitari e medi hanno manifestato con forza e determinazione per le strade di Roma bloccando ancora una volta la mobilità e riempiendo le strade con la loro indignazione verso l'operato del governo. Sfiducia dal basso per il governo, si era detto, e sfiducia dal basso per il governo è stata, nel momento in cui tutta la pluralità di soggetti che hanno animato e costruito la resistenza nei confronti di un governo incapace, hanno sfilato per le vie di Roma assediando tutti assieme i luoghi decisionali del paese.


Due elementi sono emersi ieri nella città di Roma. Il primo è una democrazia viva, incarnata nei desideri e nei bisogni di una intera generazione, che costruisce ogni giorno il proprio diritto al futuro e ad una formazione di qualità, che vive sulla propria pelle le conseguenze della precarietà del lavoro e della vita. Una generazione che ha deciso di non accettare divieti nella giornata di martedì, e che ha cercato di raggiungere il Senato della Repubblica, per esprimere

con forza il proprio dissenso. L'altro elemento è quello di un governo oramai in trincea, separato dal paese reale, ostaggio della propria corruzione e del proprio decadimento, espressione di una compravendita di voti impensabile in un paese europeo.

Proprio la notizia della fiducia alla Camera ha provocato un'esplosione di rabbia senza precedenti in Piazza del Popolo. Una rabbia che si è espressa collettivamente nei confronti di un governo che ha deliberatamente scelto di ignorare un'intera generazione in lotta da anni. La rabbia e la determinazione esplose nel pomeriggio sono la diretta conseguenza dell'atteggiamento del governo, che ha deciso di passare sopra ogni istanza e spinta proveniente dai movimenti studenteschi, come da quelli dei lavoratori, dei comitati di Terzigno e

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dell'Aquila e di tutte le componenti sociali in piazza il 14 dicembre, comprandosi letteralmente la possibilità di continuare a governare questo paese.

Per questo ci teniamo a sottolineare che non ci appartengono vecchie etichette proprie di movimenti passati: black block, estremisti, violenti, sono termini che non ci appartengono. Ci appartiene invece l'indignazione e l'esplosione di una rabbia sociale diffusa, l'ansia per il futuro e la voglia di continuare a costruirlo giorno dopo giorno. Proprio per questo esprimiamo tutta la nostra solidarietà agli studenti e alle studentesse arrestati, perché la voglia di futuro non si può arrestare né rinchiudere in una gabbia.

Nelle prossime settimane torneremo a far sentire la nostra voce, contro il d.d.l. Gelmini e contro questo governo, costruendo assieme agli altri movimenti la possibilità concreta di una trasformazione reale.


SAPIENZA IN MOBILITAZIONE

Avanti popolo!

Dal sito www.uniriot.org

Il 14 dicembre può succedere sempre! Editoriale Uniriot




Ci spiace per voi. Ci spiace per tutti quelli che non c'erano. Per tutti quelli che non hanno voluto esserci e per tutti quelli che non hanno potuto esserci. E ci spiace anche per tutti quelli che nei giorni successivi alla battaglia di piazza del Popolo hanno giudicato, accusato, denigrato quella splendida piazza che il 14 dicembre ha portato un nuovo vento di dignità nel paese.

Ci spiace perché sentiamo troppe parole proferite da chi non c'era e da chi non c'è mai stato. Ci spiace per tutti voi, perchè ancora una volta non avete voluto capire niente. Ci spiace certo, ma non ci stupisce e tutto sommato ci consegna un'altra prova di quanto questo movimento faccia paura a tutti quelli che sentono di non riuscire più a governare con le bugie questa splendida nuova generazione.



Non ci stupisce perché in questi mesi abbiamo già affrontato e respinto con forza ogni tentativo di cavalcare questo movimento per esigenze di palazzo. Noi c'eravamo dentro le facoltà occupate quando migliaia di studenti, alle immagini dell'unico tetto in Italia in cui avrebbero potuto farlo, quello mediatizzato di Architettura a Roma, hanno fischiato e insultato Bersani e i finiani allo stesso modo, con la stessa indignazione. Noi c'eravamo quando nelle assemblee condividevamo la certezza che la responsabilità di aver distrutto la nostra università, di averci sottratto il futuro, di aver svenduto il nostro mondo al profitto è di un'intera classe politica e intellettuale senza dignità e senza scrupoli. Noi c'eravamo anche quando nelle assemblee , in massa, decidevamo fosse legittimo tutelarsi e difendersi con il book block dagli attacchi violenti del governo che attraverso le questure tentava invano di arginare un dissenso ormai generalizzato. C'eravamo anche quando le assemblee decidevano collettivamente di rompere i divieti e praticare i blocchi delle città, e quando questo veniva assunto come obbiettivo anche di fronte alle provocazioni del governo e della polizia.

Ed è con questa nuova grande consapevolezza di essere potenza, che il 14 dicembre, come momento di incontro e di contaminazione con tutti gli studenti e tutti gli altri movimenti che in questi mesi hanno finalmente rivoluzionato il dibattito politico del nostro paese, riportandolo fuori dai palazzi, nelle strade, nelle università e nei luoghi di lavoro, é stato accolto dai movimenti come una grande occasione per dimostrare a tutti, proprio tutti, che questo nuovo soggetto non è più sottomesso, non è più in silenzio.
In tutte le città si è scatenato l'inferno. I pullman non bastavano mai. Ogni ora se ne aggiungeva uno. Tutti volevano esserci, tutti volevano essere protagonisti del proprio presente, nonostante le intimidazioni e le minacce che governo e media hanno messo in scena nei giorni precedenti. Ed è così che allo scoccare delle mezzanotte, da Padova 12 pullman autorganizzati e autogestiti sono partiti con la consapevolezza di andare a fare la storia. “Que se vayan todos” si cantava nel viaggio, quel giorno gli unici protagonisti saremo stati noi e la nostra rabbia.

Alle dieci il corteo parte dalla Sapienza, dove già tutti sapevano che l'accesso a Montecitorio era impedito dalla costruzione di un fortino protetto da migliaia di poliziotti e mezzi blindati. Nessuna sorpresa, il governo ha paura e i palazzi sono sempre più distanti dalla vita reale. Ed è da qui che il racconto da chi era nel corteo si allontana anni luce da chi invece cerca di leggere quello che succede dal di fuori, con l'atteggiamento di chi sa tutto, di chi ci spiega come si devono fare le cose anche se le cose non le ha mai fatte.
Da quel momento, un intero corteo ha deciso di rompere gli indugi e di urlare al mondo intero che ci siamo di nuovo, che non abbiamo nessuna intenzione di abbandonare il sogno di trasformazione che in questi mesi abbiamo costruito collettivamente. Con il book block in testa, abbiamo cercato di riconquistarci il diritto ad arrivare in piazza Montecitorio, sotto il luogo in cui si stava decidendo del nostro futuro. Un primo tentativo dimostra da subito quale sarebbe stato l'atteggiamento del governo verso chi manifestava il dissenso. Cariche fermi e lacrimogeni. Avanti, si continua. Ed è in quel momento che nel corteo arriva la notizia della fiducia comprata miseramente.
Già da quei primi momenti si percepiva che qualcosa di nuovo e importante stava succedendo in piazza. Nessuno scappava, nessuno era sorpreso, nessuno si è indignato per quell'esplosione di rabbia degna. Ed è così, che il corteo arriva in Piazza del Popolo, dove qualcosa di straordinario si è messo in moto e dove la rabbia è esplosa, sincera e limpida come non mai.

Chi era in piazza quel giorno sa quanto sono false e pretestuose le ipotesi per cui a respingere le violentissime cariche della polizia che cercava di irrompere in Piazza del Popolo sia stata una sparuta minoranza. Il corteo è rimasto li, complice e solidale con gli studenti e i compagni che difendevano la libertà di esprimere il dissenso in quella piazza tanto eterogenea quanto unita e compatta.

Tra le fiamme delle barricate e con gli occhi già distrutti dalle centinaia di lacrimogeni lanciati nel vano tentativo di disperdere il corteo, la rabbia si trasformava in gioia, in quel sentimento immenso che è esploso nel cuore di chi percepiva di essere protagonista di un momento unico, di un nuovo inizio dal quale non si poteva più tornare indietro.
Questo è quello che è stato per noi piazza del Popolo. Per noi studenti, per noi precari, per noi che desideriamo e produciamo, per noi che in tantissimi abbiamo invaso Roma.

Il resto lo lasciamo ai tristi governanti e ai nuovi profeti. Lasciamo a loro i vuoti moralismi sul volto coperto o meno. Lasciamo a loro i paragoni con la storia passata del nostro paese, noi all'orizzonte scorgiamo il futuro insieme agli studenti inglesi, spagnoli, francesi, greci e irlandesi. Lasciamo a loro anche intrighi e svendite di palazzo, noi rimaniamo nelle strade e nelle piazze con gli operai, i migranti, i movimenti per i beni comuni, per costruire insieme un altro mondo.

Signori, non abbiamo più bisogno di voi, il 14 dicembre può succedere sempre.

Davide – Reality Shock Padova

giovedì 16 dicembre 2010

Il dopo 14 dicembre

Dal sito www.spinoza.it i due post del dopo 14 dicembre. Esilaranti! Grandi ragazzi!


Camera con Visa

Mozione di sfiducia: 314 “No” e 311 “Oh, cazzo”.

(Berlusconi è sceso così in basso che è riuscito a non cadere)

Il governo resiste per tre voti. Ora ci attende una nuova era di benessere.

Berlusconi ottiene la fiducia con 314 voti. Voi invece come spenderete la vostra tredicesima?

(Messaggio a tutte le minorenni: in questi giorni non uscite assolutamente. In qualche modo vorrà sicuramente festeggiare)

Dubbi fino all’ultimo sulle tre deputate partorienti. Ancora non si sa quale dei tre sia l’Anticristo.

Il premier era partito guadagnandosi la fiducia dei senatori. La base di tutte le truffe agli anziani.

(Questo voto di fiducia è stato talmente sconcio che i diplomatici americani riferiranno direttamente a Wikileaks)

Il Pd si presenta al gran completo e vota in modo compatto. Certe volte non li capisco proprio quelli lì.

Berlusconi aveva invitato i finiani a non rompere l’unità dei moderati. Che graziosa metafora!

(Il premier sperava di fare un patto coi moderati. Ma quelli all’inferno ci credono)

Di Pietro prende la parola e Berlusconi lascia l’aula. Voleva che il suo voto rimanesse una sorpresa.

Il premier: “Sono il leader più amato in Europa”. E vattene lì.

L’opposizione: “È una vittoria di Pirro”. Gasparri: “No no, di Berlusconi”.

Rutelli: “La giornata di oggi sancisce la nascita del terzo polo”. Guarda, anche noi l’abbiamo interpretata così.

Dopo il voto Berlusconi va da Napolitano. A versare la caparra.


Golpe piccolo borghese


Roma a ferro e fuoco. Berlusconi ottiene la fiducia, ma per errore lancia lo stesso il piano B.

Emilio Fede: “Roma invasa da criminali ben pagati”. Esagerato, erano solo 314.

(Il cesarismo, il regime fascista, i moti rivoluzionari, il ’68. Con la riforma Gelmini la storia si studia in piazza!)

Decine di macchine incendiate nel centro della città. Erano tutte della Polidori.

“Danni senza precedenti all’immagine della capitale” ha detto Alemanno riassumendo il suo mandato.

Berlusconi: “Il paese non ha bisogno di personalismi. Lasciate fare a me”.

Da Vespa il plastico di Montecitorio. Si potrà analizzare la traiettoria delle mazzette.

Dopo la fiducia, il premier pranza con Napolitano. È bello, nei giorni di festa, sedersi a tavola con la servitù.

“Sono fiero dei miei deputati” ha dichiarato Casini, tastandoseli.

Delusione delle deputate in dolce attesa presenti in aula. Berlusconi per ora non intende reincarnarsi.

Letame a palazzo Grazioli. La maggioranza si ricompatta.

Calderoli: “Il governo mangerà il panettone, ma non la colomba”. E che cazzo l’avete comprata a fare?

“L’unica igiene è il voto” ha detto Bossi, chiedendo con urgenza una scheda.

“Elezioni? Meglio risparmiare quei soldi e darli agli italiani” ha dichiarato Scilipoti, nella sua veste di rappresentante degli italiani.

(Poco prima Scilipoti aveva confessato la sua indecisione a Veltroni. Voleva far colpo su di lui)

Scilipoti: “Annozero ha importunato mia madre”. Però anche lei, andare in giro in quel modo.

Gasparri alza il dito medio verso Fini. Se lo era segnato col pennarello.

Bersani: “Non cambia nulla”. È questo il problema, fagiano!

giovedì 9 dicembre 2010

Incentivi alla auto-rottamazione

Dal Fatto di oggi...

Romanzo di un giovane vecchio

di Marco Travaglio

Il libro d’oro dei pellegrini in processione alla villa di Arcore si arricchisce di un nuovo, bizzarro visitatore: Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze che voleva rottamare la vecchia dirigenza del Pd. Giovane si fa per dire: per esserlo, non basta essere nati da poco. In un sol giorno, nel viaggio da casello a casello Firenze-Arcore-Firenze (680 km), è riuscito a invecchiare di 50 anni. E, quando ha cominciato a esternare sul perché e il percome della visita, ne ha presi altri 50. Ora è ultracentenario. “Solo in un paese malato – dice – si può pensare che ci sia qualcosa sotto”. Già. In un paese sano un sindaco del Pd va a baciare la pantofola al nemico pubblico numero uno del suo partito (o almeno dei suoi elettori). Per giunta a pranzo. Per giunta nella sua residenza privata. Per giunta mentre si scopre che quel luogo – oltre a Mangano, Previti, Dell’Utri, Mora, Fede – ha ospitato anche decine di signorine addette al bunga-bunga. Per giunta di nascosto (la notizia è trapelata dall’entourage di B. e solo un furbo molto ingenuo poteva pensare che la notizia restasse top secret, visto il proverbiale riserbo del padrone di casa). Non è dato sapere se ci sia stato il tempo per una fugace visita al mausoleo di Arcore, ma presto il settimanale Chi di Alfonso Signorini pubblicherà il book dell’incontro (ha presente, Renzi, quel vaso di petunie sul comò del Cavaliere? Ecco, era Signorini in uno dei suoi più riusciti travestimenti). Beccato col sorcio, anzi col nano in bocca, il giovane vecchio fa il ganassa e dice che lo rifarebbe “per il bene di Firenze”. Perché – spiega – “mi interessa portare a casa una legge speciale per Firenze da 15 milioni. B. me l’aveva promessa”. L’altro giorno a tavola gliel’ha ripromessa. Ora firmerà pure un Contratto con i Fiorentini, alla presenza di Vespa con tanto di scrivania in ciliegio. Poi dirà che, per colpa di Bin Laden e dell’11 settembre, non se ne fa nulla. Su Facebook, i poveri elettori del Pd che – disperati – speravano in Renzi, lo prendono a male parole. Lui assicura che “mi sto divertendo come un matto a leggere i commenti”. Non lo insospettisce neppure il vedersi difendere dal Giornale, da Libero e financo da Daniele Capezzone, uno che quando ti difende sporgi querela a prescindere perché vuol dire che hai torto marcio (il famoso Capezzone fumante). Un barlume di dubbio, in verità, lo sfiora: “Mi colpiscono certe reazioni avvelenate della gente comune: danno il senso del clima che si respira nel Paese”. Ma è un attimo. Anziché domandarsi il perché di quelle reazioni e di quel clima (magari lo sdegno per un premier che da 16 anni distrugge l’Italia facendosi gli affari suoi e per un’opposizione che non si oppone), il Renzi si risponde: “Viviamo da tre lustri in un derby continuo, ci vorranno anni per ripulire le menti”. E chissà quanto ci vorrà per ripulire la sua da quello che Gaber chiamava “il Berlusconi in me” giudicandolo peggiore del “Berlusconi in sé”: cioè dall’insensibilità ai conflitti d’interessi, al galateo istituzionale, a valori antichi e ormai desueti come la dignità, la sobrietà, la reputazione, il senso dell’opportunità e del limite. Persino il rottamato Bersani, dopo aver detto sciaguratamente “andrei ad Arcore anche a piedi pur di avere una riforma del mercato del lavoro”, fa notare in un lampo di lucidità che un sindaco incontra il premier a Palazzo Chigi, non a villa Bungabunga. Renzi gli risponde con una toppa che è peggio del buco: “Se B. mi invita ad Arcore che devo dirgli: ci vediamo allo svincolo autostradale di Monza?”. Poi peggiora ulteriormente la situazione: “Bastonano me perché parlo con B. e vogliono fare un governo o un’alleanza con Fini”. Dal che si deduce che il presunto avversario delle “ideologie” preferisce la destraccia affaristica del Cainano a quella più presentabile (o meno impresentabile) di Fini. Così chi voleva rottamare il politburo piddino ha regalato ai vecchi marpioni del partito un’arma formidabile per rottamare lui. Il giovane vecchio è anche un furbo fesso.

sabato 20 novembre 2010

La mafia mi fa schifo

E' scritto nero su bianco che Berlusconi ha stretti contatti con la mafia alla quale ha versato fiumi di denari. Il fondatore di Forza Italia, Dell'Utri, e' condannato in Appello (manca solo la Cassazione, il suo processo ha gia' passato il primo, il secondo grado e appunto l'Appello, la giustizia italiana...) per associazione mafiosa esterna. Ma attenzione, non e' che un associato esterno e' meno "mafioso", meno pericoloso e cosi' e' meno importante la sua condanna. Ovviamente, la mafia senza gli "associati esterni" non potrebbe estendere gli affari ad un livello "imprenditoriale". Gli associati esterni devono allora essere imprenditori (vedi Mr B. ) o politici (vedi Andreotti, Dell'Utri, Cosentino) perche' l'azione della mafia sia piu' efficace! Travaglio dice di sapere da 15 anni che Mr B. ha legami con la mafia (e li ha almeno dal 1974, carta canta). Io l'ho scoperto almeno dieci anni fa, leggendo i blog e tutta l'informazione alternativa. Quanta gente ancora nei giorni d'oggi non sarebbe capace di accettare una notizia cosi' sconquassante. Non e' facile da accettare, io ho impiegato un po' di tempo per metabolizzarla, non perche' sia mai stato berlusconiano (rabbrividisco!), ma per la portata del messaggio e per la prudenza nell'utilizzare notizie da fonti "non ufficiali".

Insomma possiamo dirlo forte: "BERLUSCONI HA FATTO AFFARI CON LA MAFIA, HA FONDATO UN PARTITO CON UN ASSOCIATO ALLA MAFIA".

Non deve dimettersi, no, sono gli italiani che lo devono defenestrare!

Dal Fatto di oggi...

Coso nostro

di Marco Travaglio

Ci sarà tempo per valutare nei dettagli la sentenza della Corte d’appello di Palermo che spiega la condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni di carcere (contro i 9 del primo grado). Il perché dello sconto era già chiaro dal dispositivo emesso il 29 giugno: i secondi giudici, diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo, quando Dell’Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò la Fininvest nello Stato. Le motivazioni del taglio netto al ‘92 aprono ampi spazi per un ricorso in Cassazione: i giudici fanno i salti mortali per salvare il Berlusconi politico dalle contiguità mafiose, negando addirittura l’evidenza delle prove documentali (come gli incontri con Mangano nel novembre ’93 registrati nelle agende di Dell’Utri primo e da lui stesso ammessi) e liquidando frettolosamente le testimonianze di Spatuzza e Ciancimino. Ma, anche alla luce di questa sentenza discutibile e minimalista, non si comprende – se non per scopi di bieca propaganda – l’esultanza che accompagnò la lettura estiva del dispositivo. Semmai c’è da notare come i giudici più benevoli che Dell’Utri abbia mai incontrato nella sua lunga carriera di imputato non abbiano potuto fare a meno di citare in una sentenza di mafia Silvio
Berlusconi per ben 440 volte, mettendo nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio; che l’assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell’Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall’altra; che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia. In pratica il nostro premier non denunciò mai alle forze dell’ordine attentati e minacce della mafia, ma preferì farsi proteggere dai mafiosi. Cioè: abbiamo un presidente del Consiglio che per vent’anni ha finanziato la mafia degli omicidi eccellenti e delle stragi, mentre il suo braccio destro che siede in Senato è un mafioso “esterno” infiltrato nelle istituzioni. Noi lo sappiamo da 15 anni. Altri, si spera, lo scopriranno ora. Ogni giorno che passa con Berlusconi a Palazzo Chigi e Dell’Utri in Senato è un giorno di troppo.

giovedì 4 novembre 2010

Vecchietti

Dal sito www.voglioscendere.it

Quella che segue è la lettera di Bepi Covre, ex deputato leghista, imprenditore, sindaco di Oderzo, consigliere provinciale di Treviso che è stata pubblicata dal Mattino di Padova un paio di giorni fa. E’ indirizzata al nostro Cavaliere Supremo. E’ asciutta, diretta, efficace. Vale la pena di non farla passare inosservata.
p.c.

Signor Presidente Berlusconi,
ho una figlia di 17 anni, ultima di due fratelli più grandi. Angela è una ragazza normale, che studia, fa sport, va alle feste che organizza assieme ai suoi compagni e coetanei. Se solo venissi a sapere che frequenta e va a feste dove ci sono «vecchietti» magari danarosi, profumati e stravaganti... Personaggi che potrebbero avere gli anni dei suoi genitori, se non dei suoi nonni?! Signor Presidente, mi sentirei un genitore fallito! Non per questo rinuncerei a prendere alcuni urgenti provvedimenti che vado ad elencare. Primo: due solenni scapaccioni alla figliola minorenne. Così come previsto dal manuale antico, consolidato della sana tradizione pedagogica contadina. Nei giorni a seguire, sbollita rabbia e senso di frustrazione, cercherei di ripristinare un corretto e utile dialogo con la figliola. Assieme alla moglie (madre della figlia) mi impegnerei su questo versante. Secondo: mi farei dare nome ed indirizzo dei vecchietti organizzatori del bunga/bunga. Prima ancora di denunciare e attendere lungaggini, accertamenti e indagini; prima ancora di coinvolgere la giustizia con i tempi secolari in cui si muove. Da subito farei visita ai vegliardi (mal invecchiati) ben munito di opportuna mazza da baseball!

Signor Presidente, queste le mie istintive reazioni genitoriali alla lettura di quanto riportano i mass media; l'ultima tristissima vicenda che La riguarda unitamente alla minorenne extracomunitaria (nipote presidenziale) in realtà una irregolare, neppure cittadina italiana. Il mio non vuole essere un giudizio, piuttosto la reazione di un padre. Non mi interessa sapere se e quante volte e quando Lei Signor Presidente, ha visto, incontrato, aiutato la giovane Ruby. Non me po' fregar de meno. Trovo innaturale, sconveniente, immorale, inopportuno che un Signore di oltre settantanni, padre e nonno, organizzi feste a casa propria senza selezionare rigorosamente gli ospiti. Permetta cioè che persone minorenni si imbuchino... Io mia figlia ad Arcore non la manderei MAI.

Signor Presidente, è giusto che i giovani frequentino i giovani, gli anziani rimangano tra di loro. E' sempre andata così, lo impone il buon senso e la civiltà latina (in altri Paesi ci sono altri usi e costumi). Signor Presidente, Lei è un vecchietto, si rassegni, non è una colpa neppure una disgrazia, anzi un privilegio arrivarci. Dovrebbe essere felice. Pensi solo a quanti non ci arrivano... Altra questione nella tristissima vicenda. Si legge che ha aiutato con del denaro la minorenne (nipote presidenziale). Gravissimo errore! Chi dà soldi, o fa la carità oppure è, nella migliore delle ipotesi, captatio benevolentia. Se è un gesto caritatevole, non andava fatto direttamente alla fanciulla. Presidente, doveva informarsi sui genitori e rivolgersi a loro. Vista la situazione nello specifico, cercare la Tutrice/Sorvegliante e trattare la questione a quel livello. Il fatto poi della telefonata in Questura, non so e non mi pronuncio.

L'altra sera in conferenza stampa da Bruxelles, Lei Signor Presidente ha detto, per giustificare piuttosto che chiarire, che per governare gli italiani sta conducendo una vita infernale e massacrante. Per una questione liberatoria e di «igiene mentale», ogni tanto organizza delle feste per divertirsi con donne varie e assortite. A casa sua può fare ciò che crede. Certo, se non fosse il Presidente del Governo del Paese! Cosa che sempre più frequentemente dimentica e, sa perché dimentica? Perché la Sua memoria è coerente con la Sua età. Coerente e onesta, la memoria, ogni tanto sbircia l'anagrafe! Mi conceda, Presidente Berlusconi, mica glieLo ha ordinato il geriatra di governare l'Italia! Lei si è proposto, molti l'hanno votata. Tutto ha un inizio, tutto ha una fine, c'est la vie, Monsieur Le President. Nessuno Le impedisce di fare un passo indietro e togliersi di torno. Lei ha detto che le case non Le mancano, ne ha ben venti tra cui scegliere. Scelga. Spiace solo constatare che ancora una volta, sull'altro versante politico, nebbia fitta, anzi la nebbia agli irti colle sale...

martedì 2 novembre 2010

Doppiamente indelicato

Dal Fatto...

I media egiziani

Tutti zitti su Mubarak

In Egitto è stata la rete a occuparsi senza remore dell'affaire Ruby. La stampa ufficiale ha appena sfiorato l'argomento. “Quando ci sono notizie, anche false, che riguardano direttamente il presidente Hosni Mubarak, i giornali e le televisioni vanno con i piedi di piombo”, ci dice il giornalista Issandr el Amrani. Il suo blog The Arabist è uno dei più seguiti dai giovani mediorientali e i suoi commenti alle vicende politiche internazionali sono argute analisi che poco hanno a che vedere con gli articoli ingessati pubblicati su buona parte dei media ufficiali. “La stampa egiziana è una stampa di regime – continua el Amrani che in Italia è ben conosciuto dai lettori del settimanale Internazionale, di cui è collaboratore – e quando succede qualcosa che tira in ballo Mubarak, prima di riferirne, bisogna essere sicuri che ciò non gli dispiaccia”. Anche quando il presidente Mubarak è vittima inconsapevole? “Sì, anche in questo caso. Anche se Mubarak non c'entra niente, di certo non è opportuno insistere sul fatto che un altro uomo politico abbia usato il suo nome per le sue sordide vicende private”. Vuol dire che una notizia del genere induce a pensare che Mubarak è così debole e poco stimato da poter essere usato dal premier di un altro Paese per scopi illeciti ? “Sì, possiamo metterla in questo modo. Ma diciamo che l'affaire Ruby è anche qualcosa di veramente imbarazzante per tutto il mondo della politica. E' un fatto unico nella storia degli incidenti diplomatici. Non si era mai visto un primo ministro sfruttare in modo così plateale le buone relazioni con il capo di un altro Stato, per trovare una giustificazione plausibile a un reato che stava commettendo. Certo è subito emerso che il vostro Premier avesse mentito. In Egitto nessuno ha dubitato della totale estranietà della famiglia di Mubarak in questa sordida vicenda. Ma anche per un nostro strano concetto del rispetto, qui si è preferito non dare troppo risalto alla vicenda”. Nonostante Ruby Rubacuori non avesse, e non abbia alcun grado di parentela con il vecchio e malato dittatore egiziano, nessuno al Cairo ha considerato opportuno sottolineare che Mubarak sia stato utilizzato come alibi dal suo alleato Berlusconi. Meglio far finta di niente, almeno pubblicamente. “Il titolo del mio post era proprio questo, Mubarak trasformato in alibi del Premier italiano che ha usato il suo nome per mentire e abusare del proprio ruolo istituzionale. Ho sottolineato anche le buone relazioni tra i due perchè è la dimostrazione che ormai non ci si può più fidare nemmeno degli amici. Scherzi a parte – ironizza el Amrani – va anche detto che l'atteggiamento del vostro premier è stato doppiamente indelicato, per non dire di peggio”. A Mubarak l'anno scorso è morto un giovane nipote in modo tragico. Per lui e la sua famiglia è stato un evento davvero doloroso e la trovata di Berlusconi non sarà stata presa solo come il patetico tentativo di trovare una scusa ai propri errori.

Roberta Zunini

giovedì 25 marzo 2010

Berluskoniev

Dal sito di MicroMega una lettera forte di padre Farinella, il prete ormai conosciuto per le sue posizioni esplicitamente contro Berlusconi.

Altrachiesa

L’immondo travestito da agnello. Berlusconi scrive al Papa sulla pedofilia

di Paolo Farinella, prete, 22 marzo 2010

Oggi il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, scrive al Papa per complimentarsi della lettera agli Irlandesi sui preti pedofili. Egli scrive che Benedetto XVI «è chiamato a confrontarsi con situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana». Poverino! Non riesce a pronunciare la parola «pedofilia». Si è sforzato, ma non ci riusce perché dovrebbe parlare di «sessualità scomposta» perpetrata in luoghi e sedi istituzionali, a dispetto e dileggio di quella morale cattolica di cui ogni giorno pubblicamente fa i gargarismi, mentre in privato ne fa strage. Non può parlare di «sesso», lui che, mentre inneggia «alla sostanza stessa della religione cristiana», frequenta prostitute a pagamento dietro compenso in denaro e in posti in parlamento o al governo e dalla moglie è condotto in giudizio per separazione per colpa.

Qual è il significato di questa lettera insulsa, senza senso, ridicola e immotivata? Io penso che voglia cavalcare il momento di difficoltà del Vaticano, criticato da larghissima parte della Chiesa che ha valutato la lettera agli Irlandesi inadeguata, insufficiente, scontata. Dopo il fallimento del raduno di Roma con metà presenze di precari pagati a cento euro cadauno, il debosciato ha bisogno di ricrearsi una verginità formale e vuole fare sapere al mondo intero che egli sta dalla parte del Vaticano, sempre e comunque. L’immondo travestito da agnello.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una strumentalizzazione di un momento tragico e doloroso della Chiesa con responsabilità oggettive di papa Ratzinger e contorno e il Caimano ne approfitta subito per fare una genuflessione blasfema ad uso personale, perché il fantoccio di uomo non sa vedere altro che usi personali, addomesticati alla sua bisogna. La lettera al papa, opportunamente divulgata, è una forma di propaganda elettorale verso quell’elettorato debole cattolico che si lascerà incantare da questo tronfio e immondo pifferaio.

Il tocco finale, da lupanare, è il riferimento all’efficacia della lettera dovuta secondo lui alla «umiltà e sincerità unita alla chiarezza delle ragioni che il Papa mette in campo». Riguardo all’umiltà, Berluskoniev è un maestro impareggiabile: umile, mite, altruista e, quello che più conta, fondatore del partito dell’amore a pagamento e delle prostitute affittate «a carrettate», con i cattolici che tengono bordone e reggono il moccolo.

Da cattolico inorridisco e vorrei sperare che il Papa usasse le sue scarpette rosse per il tiro al bersaglio, nella certezza che questa volta lo Spirito Santo guiderebbe la santo mano per fare centro sul bersaglio catramato e inamidato. So anche, però, che l’Utopia in Vaticano è morta e sepolta da un pezzo. W l’umiltà! Parola di Berluskoniev, spergiuro di professione.

(23 marzo 2010)

sabato 20 marzo 2010

Sfiduciamolo



Clicca l'immagine.

Dal sito di Tonino:

Chiediamo ai cittadini di sottoscrivere una mozione di sfiducia, che lanciamo in rete e presentiamo in Parlamento, affinché Silvio Berlusconi e il Governo vadano a casa al più presto. Infatti, consideriamo gravissime le notizie apparse in questi giorni su alcuni quotidiani: Berlusconi ha ordinato ai suoi sodali di zittire l'opposizione e imbavagliare la libera informazione.
E' un vero e proprio attentato alla democrazia. (leggi l'articolo di Antonio Di Pietro)

martedì 16 marzo 2010