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mercoledì 24 marzo 2010

Il partito dei giudici

L'editoriale del Fatto di oggi.

Silenzio assordante

di Antonio Padellaro

A Berlusconi non manca certo il dono della chiarezza. Soprattutto quando parla dei giudici. Li aveva già definiti “un cancro”. Ieri, li ha indicati come una “patologia”, ovvero una malattia da debellare. Per farsi capire ancora meglio ha detto che una certa magistratura (cioè quella che si ostina a fare il proprio dovere) vuole sovvertire il risultato elettorale. Poi, ha aggiunto che dopo le elezioni sistemerà i conti con questi golpisti. Lo farà eccome perché sono le uniche promesse che lui mantiene. Le sue riforme preferite. Del resto, non ha trasformato il governo nello scendiletto personale? E il suo sogno di un Parlamento di silenziosi pigiabottoni, non si sta forse realizzando? Dopo aver sistemato l’esecutivo e il legislativo, ora si accinge a sferrare l’assalto finale al potere giudiziario. Lo dice e lo ripete continuamente. Bisogna essere molto sordi per non capirlo. O molto distratti. O qualcosa di peggio. Ieri, a Torino, quando il premier ha strillato che “il partito dei giudici è una violazione della democrazia”, abbiamo pensato: ha superato il limite, adesso qualcuno reagirà. Si è sentita solo la voce dell’Associazione nazionale magistrati. Per
il resto, un silenzio assordante. Nei tg abbiamo ascoltato il leader della maggiore forza dell’opposizione sorridere e fare dell’ironia sul partito dell’amore. E’ un metodo consolidato. Da un quindicennio i leader della maggiore forza dell’opposizione combattono Berlusconi a suon di battute poiché, sostengono, meglio non dargli troppa importanza. Un sistema infallibile. Ma per far vincere Berlusconi. Che dei tanto ironici leader dell’opposizione nel frattempo se n’è bevuti sei o sette. Per ora tace anche il Quirinale. Che in passato quando il sultano di Arcore aveva preso di mira la magistratura e la Corte costituzionale (dopo la bocciatura del lodo Alfano) seppe reagire con durezza. Il capo dello Stato presiede il Consiglio superiore della magistratura e sicuramente farà sentire la sua voce. Berlusconi va fermato prima che sia troppo tardi. Gli appelli ad abbassare i toni o ad evitare contrapposizioni, non bastano più.

lunedì 7 dicembre 2009

L'onda viola dice basta


Una marea umana a Roma per il No B. Day: “Siamo un milione”

L’ONDA VIOLA DICE BASTA

L’ITALIA PULITA HA UN VOLTO GIOVANE

di Antonio Padellaro

Se sono stati un milione o forse di meno o forse di più ha poca importanza perché raramente si era vista tanta energia vitale nelle strade di Roma. Energia nuova perché le ragazze e i ragazzi erano testa, cuore, braccia, gambe del grande corteo, e a vent’anni il sangue scorre più velocemente, e i pensieri pure. Energia tranquilla perché non c’è stato un solo gesto sbagliato, una vetrina infranta, una bandiera bruciata così che i tanti corvi del malaugurio sono rimasti a becco asciutto. Energia scaturita da quel vulcano inesploso che è la condizione giovanile. Generazioni abbandonate a se stesse, senza lavoro e senza prospettive in un paese dominato da un potere invecchiato male, rancoroso, autistico, indifferente, impresentabile e reso più grottesco dai lifting ripetuti. Un popolo acerbo ma compatto che ha scelto il viola per marcare la distanza forse irrecuperabile con i colori tradizionali dei partiti, di tutti i partiti. Non inganni il bersaglio Berlusconi che, certo, non incarna un modello accettabile per chi ha un minimo di ideali nella vita. Ma il premier, almeno, calamita attenzione, sia pure per contrasto. Molto di più dovrebbe preoccuparsi quella opposizione sempre più condannata alla irrilevanza. Impegnata nel ridicolo balletto del vado-non vado al corteo, e infatti rimasta ai margini del fiume in piena. L’onda viola ha lanciato il suo basta. Chi saprà raccoglierlo prima che diventi energia sprecata, delusa, negativa?



martedì 17 novembre 2009

Forza Daniele

Di seguito l'editoriale di Padellaro sul Fatto e un'intervista ad Ignazio Marino di Alessandro Ferrucci (sempre sul Fatto) sulla situazione della ricerca in Italia.

Dal Fatto di oggi:

Il 9 febbraio 2008 i genitori di Daniele, che oggi ha quasi tre anni, hanno scoperto che loro figlio era malato. Affetto da un morbo rarissimo: l’unico caso al mondo di una particolare forma di mutazione che causa la distrofia muscolare di Duchenne. In Italia 5 mila persone combattono contro questa malattia
e la sua forma meno violenta, la distrofia di Becker. I muscoli sono attaccati progressivamente: si cammina con sempre maggiore difficoltà finché – uno ad uno – vengono intaccati gli organismi vitali. L’unico modo per trovare una cura, è un progetto di ricerca finalizzato (anche) alla malattia di Daniele. E visto che in Italia non c’è, i genitori di Daniele lavorano all’unica soluzione: costruire quel progetto, raggiungendo i 250 mila euro necessari con una colletta. In Italia una persona ogni duemila abitanti soffre di una malattia rara: sono 435 le patologie ufficialmente censite, contro le circa 8000 esistenti.


Daniele e la politica distratta

di Antonio Padellaro

Naturalmente, la speranza di tutti è che il piccolo Daniele Amanti guarisca presto. Che la sua malattia si riveli meno grave perché, chissà, i medici forse si sono sbagliati. Oppure che si trovino i soldi per finanziare la ricerca sulle malattie rare e che il farmaco per curare quella particolare distrofia venga approntato in tempo. Ma si può vivere di speranze e di miracoli? Si può affidare tutto alla disperata lotta dei genitori? Alle collette improvvisate su Internet? Alla solidarietà delle persone che hanno risposto generosamente dopo aver letto il racconto di Luca Telese sul Fatto di domenica? Non che non si può se esiste uno Stato; e se questo Stato si prendesse cura dei cittadini finanziando sul serio la ricerca e non destinando ai laboratori poche briciole: meno della metà della Francia, un quarto della Svezia. Non si tratta di prendersela con questo o con quel governo, ma di accusare una mentalità distorta. Quella che per dare i soldi all’Alitalia, taglia le già scarsissime risorse.
Perciò la vicenda di Daniele spiega come peggio non si potrebbe la frase del professor Ignazio Marino al nostro giornale: “L’Italia sta svendendo il suo futuro”. Ciò che accade a Daniele riguarda anche i giornalisti. Sul Giornale un tale scrive che il nostro titolo sul bimbo da salvare è stato un modo per parlare male di Berlusconi. Il tale si tranquillizzi: a squalificare questo governo basta che a parlarne bene sia gente come lui. La domanda seria è un’altra e riguarda l’enorme spazio che l’informazione dedica all’incessante chiacchiericcio della politica, affidando i tanti casi Daniele ai ritagli di cronaca. Troppa attenzione al paese virtuale e troppo poca al paese reale significa distogliere la politica, e i politici, dalle loro vere responsabilità e sminuirne il ruolo. Essi dovrebbero con molta più attenzione occuparsi dei ragazzi ammazzati di botte in qualche cella. O dei piccoli malati abbandonati a se stessi. E non assillarci con gli insopportabili bla bla per strappare un titolo sui giornali o una battutina nei tg.



(FOTO ANSA)

STIAMO SVENDENDO IL FUTURO

Ignazio Marino: “La storia del piccolo Daniele Amanti è uno scempio e rappresenta bene dove va l’Italia”

di Alessandro Ferrucci

“Cosa ho pensato appena letto l’articolo su Daniele? Beh, che è uno scempio”. Tono basso, parole scandite, concetti duri. Ignazio Marino, una vita da luminare dei trapianti e ora, anche senatore del Pd, non è una persona portata all’eccesso: ma la vicenda del piccolo malato di distrofia l’ha colpito, molto. “Vede, alcuni pensano che i soldi per la ricerca siano riservati a persone bizzarre che giocano con delle provette. Insomma, fondi buttati. Poi, però...” Si fanno i conti con la realtà... “Esatto. Ed è emblematica proprio la vicenda apparsa domenica sul vostro giornale”. Cosa in particolare? “Vede, ora si parla di cellule staminali, di trapianti, o di tutta l’altra medicina definita moderna: queste tecniche nascono dalla ricerca. Quella che noi facciamo con grande difficoltà e in pochi casi”. Un esempio? “L’università di Pavia sta portando avanti un progetto dedicato a malattie simili a quella di Daniele. Lì hanno realizzato dello scoperte straordinarie iniettando delle staminali a cani affetti da distrofia: ebbene, da claudicanti, hanno ricominciato a camminare. Però, non hanno soldi per andare avanti”. E oltre a Pavia? “Altri esempi? Basta guardare all’Europa: nel 2000 abbiamo firmato un accordo con tutti gli altri paesi per portare i finanziamenti a ‘ricerca, innovazione e sviluppo’ al 3 per cento del Pil (prodotto interno lordo, ndr) entro il 2010. Sa cosa è successo?” È andata peggio? “Molto peggio: allora eravamo all’ 1,2 per cento; ora, con l’ultima finanziaria del governo Berlusconi, siamo passati allo 0,9 per cento: ultimi nel Continente insieme a Grecia e Portogallo”. Mentre gli altri paesi? “La Francia è al 2,2; la Germania al 2,5; Finlandia al 3,5 e Svezia al 4,2. Ah! Non dimentichiamo gli Stati Uniti: loro sono al 2,8. E la crisi c’è per tutti”. Per quanto riguarda i ricercatori, come siamo messi? “Le offro altri numeri: l’Italia ne ha circa 83 mila; la Francia è a 205 mila, la Germania a 280 mila, gli Usa quasi un milione e 400 mi-la”. Bene, allora tocchiamo l’argomento business: la ricerca porta guadagno, o è solo un costo? “Allora prendiamo la Finlandia, un paese grande quasi come il nostro, ma con una popolazione di circa 5 milioni di persone: lì hanno investito e, grazie a una serie di brevetti, sono riusciti a costruire la più grande azienda mondiale di telefonia cellulare. Le basta?”. Quindi, con solo 0,9 per cento di risorse impiegate, anche il prossimo futuro non sarà positivo... “No, per niente. Ogni cinque anni l’Europa lancia un bando per la ricerca, il ‘Programma quadro’, dove vengono stanziati 52 miliardi di euro, da assegnare a vari progetti di ricerca. In questi anni molti paesi hanno lavorato, investito, promosso studi e pubblicazioni per ottenere i soldi. La Francia, in particolare, ha lavorato molto bene sulle malattie neurogenerative, settore simile a quello che interessa Daniele. Noi, invece, siamo indietro quasi su tutto. E con le nostre menti più brillanti che preferiscono andare all’estero perché sanno di trovare paesi dove il valore viene privilegiato rispetto a logiche nepotistiche”. In sintesi, come giudica l’Italia? “Come una nazione che sta svendendo il suo futuro. Non c’è nessuna strategia. Vede, un individuo, dalle elementari fino all’università, costa allo Stato circa 500mila euro. E noi cosa facciamo? Nel momento in cui diventa produttivo lo lasciamo andare via, con paesi come gli Stati Uniti ben felici di accoglierli nel loro momento migliore. È come una squadra di calcio che cresce un calciatore dai pulcini fino alla prima squadra e al momento del debutto in ‘A’ lo offre, gratis, agli avversari. Le sembra normale?”. Proprio no..


sabato 14 novembre 2009

Adesso Basta!


Aderisci anche tu all'appello di Antonio Padellaro

Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia. Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta. La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sic u ro ”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.


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