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sabato 9 aprile 2011

Bellezza e Libertà

Dalla rubrica Saturno de Il Fatto Quotidiano una parte dello scritto inedito del Nobel Liu Xiaobo

“Bellezza e Libertà”

L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene. Questa celebre frase di Rousseau ci ricorda che difficilmente l’umanità si può liberare dal suo tragico destino.

Non bisogna credere che io inizi con questa frase tanto per sorprendere. Chiunque desideri realmente ripensare sé stesso, può credere che queste parole indicano soltanto una semplice verità. Tuttavia la paura istintiva dell’uomo la copre, strato dopo strato. Non importa che l’umanità, con chissà quanta intelligenza e abilità, nasconda questa semplice verità. Verrà un momento critico in cui l’intelligenza di qualcuno la svelerà, facendo così sospirare gli studiosi pavidi.

Il sistema delle regole oggettive non prende mai in considerazione i desideri soggettivi. L’umanità non ha altra scelta che assecondare questi desideri o reprimerli, a prescindere da quanto essi siano virtuosi. Le regole della fisica hanno da sempre permesso […] che la vita si risolva in un meccanismo soggetto alle inevitabili regole del determinismo della materia inorganica, come una particella del cosmo infinito.

Ma in tutto ciò: l’individuo? L’uomo ha l’intelletto, per questo si crede superiore agli animali e ritiene di poter dominare su tutte le cose del mondo. Attraverso il noumeno della metafisica e il dio della religione trascende le consuetudini secolari. Ma le infinite regole, leggi, norme, dogmi e teoremi stabiliti dalla ragione, costringono in maniera evidente l’esistenza a un appiattimento dottrinale, facendo sì che l’uomo sia così limitato dalle sue stesse creazioni da non riuscire nemmeno a muovere un passo. [...]

L’uomo ha creato una società nella quale solo combattendo la natura con tutte le proprie forze ottiene un certo grado di libertà ma, allo stesso tempo, egli è intrappolato da una rete tessuta da privilegi, leggi e morale – tanto da non riuscire più a liberarsi. I privilegi fanno sì che l’uomo sia passivo e servile; le leggi impediscono all’uomo di agire liberamente; la morale assegna all’uomo norme e regole di vita a cui tutti devono aderire. [...]

La dialettica inconciliabile tra l’illimitatezza di ogni tipo di speranza e la finitezza propria dell’esistenza, determina infine che l’uomo si trovi spesso in un’eterna delusione, scissione, lotta interiore e, allo stesso tempo, in un’eterna speranza, aspirazione e ricerca. Proprio in questa continua alternanza tra speranza e delusione la vita dell’uomo acquista splendore. Ma allora: che cos’è la speranza dell’uomo? Dov’è? Come si può ottenere? Basta volerlo.

Guardando con diffidenza l’universo e la società, i saggi dell’umanità spesso cadono in una delusione pessimista. La filosofia è eccessivamente astratta, la scienza è troppo fredda, la religione troppo oscura. Ma ciò che mi lascia attonito è che inaspettatamente l’umanità ha trovato una fessura, ha creato un istante in cui tutto si può superare e, sebbene essa sia misteriosa e breve, lirica e illusoria, essa svanisce come un sogno senza lasciare traccia.

Ma nell’animo di moltissimi talenti, questo fugace momento sarà considerato eterno e illimitato. Questa è l’unica scorciatoia che l’uomo può percorrere per arrivare alla libertà: l’estetica.

Confucio è il filosofo che più ha tenuto in considerazione le norme, eppure il suo “godere dello studio delle arti” ha come fine ultimo il controllo dei riti sul mondo e la costruzione di un governo benevolo. Per lui un’esperienza estetica è il limite più alto dell’esistenza: «a primavera inoltrata, i vestiti leggeri, con cinque o sei adulti col copricapo e sei o sette ragazzi, vorrei bagnarmi nel fiume Yi, godermi la brezza presso l’altare della pioggia e cantare, prima di tornare indietro» [Dialoghi, 11.25, ndt]. I filosofi taoisti invece si oppongono a ogni norma […]. Proprio una simile attitudine esistenziale ha prodotto la licenziosità dei costumi delle dinastie Wei e Jin [220-420 d.C., ndt] e le arti contemplative tradizionali cinesi come le poesie e le pitture paesaggistiche.

L’umanità, risvegliandosi, ha poi scoperto la propria alienazione e, ancor di più, ha riposto sull’estetica la speranza di raggiungere la libertà. […]

Nell’esperienza estetica le inclinazioni soggettive possono superare i principi oggettivi; la forza delle emozioni può superare i precetti razionali; il godimento spirituale può superare i desideri materiali; il destino individuale può superare le pressioni sociali. Solo così l’uomo può superare la limitatezza del proprio essere. Ma va ricordato che questo superamento è temporaneo e illusorio, quindi né eterno né reale.

In altre parole, l’uomo quando è costretto in una realtà necessariamente limitata, decide di creare a livello illusorio una libertà illimitata. C’è chi ritiene che questa sia la “commedia” dell’umanità. Io ritengo che proprio questa irrisolvibile contrapposizione tra realtà e illusione dia vita al carattere tragico dell’esistenza.

[tratto da Liu Xiaobo, Estetica e libertà dell’uomo, Beijing Normal University Press, 1988; traduzione dal cinese di Cecilia Attanasio Ghezzi e Edoardo Gagliardi]

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2011

sabato 5 febbraio 2011

Avviso a chi pubblica le foto del "vecchio porco"

Dal Fatto di oggi.

Ghedini sotto il letto

di Marco Travaglio

Dicono che B. sia un grande comunicatore. Balle: è solo il padrone dei mezzi di comunicazione. Basta vedere come gestisce gli scandali sessuali che lo inseguono da tre anni, da quando il trapianto di pompetta gli restituì almeno l’illusione del ritorno agli anni verdi. Avrebbe potuto dire, escludendo reati e sfidando i pm a dimostrarli: “La sera, dopo una giornata trascorsa con Bondi, Cicchitto, Capezzone e Bonaiuti, roba che non auguro al mio peggior nemico, mi piace allungare le mani sulle mie amiche consenzienti con un gruppo di vecchi sporcaccioni, poi alcune me le porto a letto e, se fanno le prostitute, le pago”. Il Vaticano avrebbe protestato un paio di minuti, poi sarebbe tornato a cuccia in cambio di qualche milione in più alle scuole private. Mons. Fisichella avrebbe invitato a “contestualizzare il bungabunga”, come del resto le bestemmie. E lui si sarebbe liberato di tutti i ricatti di quell’orda di velociraptor siliconate che ora vanno in giro per le redazioni a offrire foto e video col Papi desnudo. Invece, giurando a reti unificate “mai pagato una donna in vita mia” e “mai frequentato minorenni”, ha trasformato in notizie d’interesse pubblico qualsiasi particolare della sua vita privata.
Comprese le foto. Perché si tratta di stabilire se il capo del governo dice la verità o mente. Se avesse ammesso di essere un “vecchio porco”, come ha scritto l’amico Belpietro, avrebbe trasformato in violazione della privacy (dunque reato) la pubblicazione di qualunque foto o video di bungabunga & affini (salvo quelle che dimostrassero il reato di sesso a pagamento con minorenni). Non l’ha fatto e così ha reso quelle foto pubblicabili in nome del diritto, anzi dovere di cronaca, visto che sembrano sbugiardarlo. Queste cose dovrebbe saperle molto meglio di noi il Garante della Privacy: organismo solitamente sonnacchioso, riprende improvvisamente vita non appena sente le parole “foto” e “Berlusconi”. Infatti ieri ci ha inviato un fax dal titolo: “Diffusione di dati personali relativi all’on. Silvio Berlusconi”. Svolgimento: “Si trasmette l’allegata segnalazione inviata dagli avv. Ghedini e Longo, in nome e per conto dell’on. Berlusconi, al fine di acquisire ogni elemento ritenuto utile alla valutazione del caso segnalato, con particolare riguardo all’articolo ‘Un’asta per le foto’. Si prega di dare riscontro...”. In pratica il Garante fa il postino degli avvocati del premier, che in una letterina di due pagine ci avvertono che B. “ha conferito incarico a questi difensori di procedere in ogni sede a sua tutela per i fatti di cui in premessa”, cioè la notizia delle foto all’asta, perché – tenetevi forte – “foto del Presidente svestito in atteggiamenti intimi con ragazze, laddove effettivamente esistenti, devono ritenersi sicuramente false, frutto di fotomontaggi e/o di manipolazioni”. Se ne deduce che B., quando si spoglia per fare le sue cose, tiene sempre Ghedini e Longo sotto il letto o nel guardaroba a controllare. Il guaio è che poi i due, sul più bello, si abbioccano. Ghedini giurò che la D’Addario non era mai entrata a Palazzo Grazioli e che le registrazioni della sua notte con B. erano false, poi si scoprì che era tutto vero, ma lui s’era assopito. Gli On. Avv. avvertono poi che “chi rivela o diffonde notizie o immagini indebitamente procurate che attengono alla vita privata e si svolgono nei luoghi di abitazione” commette reato. Non sanno forse, né il Garante-postino li informa, che la privacy vien meno davanti al dovere di cronaca sui personaggi pubblici. In ogni caso esprimiamo agli avvocati da spogliatoio la più sentita solidarietà. Così come al Garante, che dovrà presto occuparsi di un’altra drammatica denuncia: quella del membro leghista del Csm Matteo Brigandì, sottoposto a “perquisizione corporale” e financo “spogliato” dalla polizia. Una pratica davvero umiliante e disumana. Passi rischiare la pelle per 1.500 euro al mese, ma vedere Brigandì nudo no: questo, per un poliziotto, è davvero troppo.

sabato 18 dicembre 2010

Anni di piombo? Ma fammi il piacere!

Dal Fatto di oggi...

IL PIOMBO È SOLO NELLE ORECCHIE DI CHI NON ASCOLTA
Spinelli: “Non sono gli anni ‘70, questi ragazzi lasciati fuori dalla politica”

di Silvia Truzzi

Anni di piombo è diventato un tormentone: inutile, e al tempo stesso banale e provocatorio. Ma il metallo sembra essere nelle orecchie di chi non sa ascoltare: parola di Barbara Spinelli. Giovedì ad Annozero Santoro ha detto ai politici in studio: noi domandiamo ai ragazzi se si vogliono dissociare dagli episodi di violenza, ma se loro non ci rispondono quello che vogliamo sentirci dire – come poi è accaduto – dobbiamo essere in grado di parlare con loro. D’accordo? Completamente. È più che legittimo chiedere ai giovani di riflettere suoi pericoli che i gesti violenti possono ingenerare. Ma la questione qui non è il dissociarsi dei ragazzi, ma il dissociarsi dei politici da una discussione su una manifestazione di cittadini.
Bisogna dare uno spazio di dialogo: i giovani che erano in piazza non hanno compiuto un attentato, non sono gente con il sangue nelle mani. La Russa ha dato dei vigliacchi ai ragazzi. Se ne voleva andare, ma è rimasto. So che va molto di moda la parola canagliesca, detta d’istinto, ma un ministro non dà queste risposte. Non minaccia d’andarsene, appena uno comincia a parlare. Forse sarebbe meglio se se ne andasse davvero, se non sa fare il suo mestiere. Nel curriculum di ogni terrorista c’è il non riconoscimento delle istituzioni, della politica stessa che è risoluzione dei conflitti tramite ricorso alla parola della ragione. La Russa fa come i terroristi: dice ai ragazzi e implicitamente alla politica: “Io non vi riconosco”. Ma loro sono cittadini. Vuol dire che lo Stato non riconosce gli elettori? Certo, questo Stato si mette fuori, perché è in guerra, tra l’altro non si capisce con chi, e sfrutta le paure della gente. Casini da Santoro ha detto: i poliziotti erano lì per tutelare la culla della democrazia. E uno dei manifestanti ha avuto il coraggio di far osservare come quella culla fosse la bara di una democrazia “mercantile”. I politici che lanciano l’appello a tutelare le istituzioni, le pensano in buona salute. La culla della democrazia parlamentare è vuota. Non dico che quindi bisogna tirare i sassi, ma ha ragione lo studente quando dice che questa non è la democrazia di Pericle. Quella culla è anche un posto da cui si evoca con una certa frequenza il partito dell’odio. Ogni dissenso, anche pacifico, ormai è criminalizzato, oltre che inascoltato. Plutarco scrive che nei paesi asiatici si diceva sempre sì, mentre in Europa, dove c’erano democrazie, si diceva no. Sto con Plutarco. Un luogo comune logoro vuole che la società civile si sia progressivamente staccata dalla politica. In analisi logica, un moto da luogo della società. Non sarà che è la politica ad aver aumentato in maniera abissale la distanza che la separa da ciò che i cittadini chiedono? Sì, è una responsabilità della politica, e se il divario diventa molto profondo vuol dire che la società non ha altri luoghi e modi di manifestare se stessa e i propri disagi diversi dalla piazza. I moti violenti sono pericolosissimi. Ma sono anche un monito che la classe politica deve ascoltare, pena la propria sconfitta. Lo si è visto nella rivolta dei ghetti neri a Los Angeles nel ’92: fu allora che venne coniata una parola nuova: sottoveglianza, cioè l’inverso della sorveglianza denunciata da Foucault. La società cominciava a sorvegliare il potere dal basso verso l’alto, era soggetto e non più solo oggetto d’un controllo. La novità in Italia è che questa sottoveglianza ormai esiste. E la politica deve tenerne conto, sapere che è sotto controllo costante. Quindi la ricetta è una società aperta. Ma quali sono gli spazi di un dialogo finora non possibile? I luoghi cui accedono i politici devono accogliere anche i giovani, gli stessi che avranno come pensione 360 euro al mese. Penso alla tv, per esempio. E poi non ci devono essere restrizioni di manifestazione del pensiero sul web. I politici devono cominciare ad ascoltare, perché non sono di fronte a terroristi. Penso alle dichiarazioni dei giovani nella rivolta delle banlieue parigine. Dicevano in tv: “Noi non riusciamo a parlare”. La domanda è di essere ascoltati, di entrare nell’agorà. Oggi c’è una forma di ghettizzazione: è come se una generazione intera fosse chiamata negra. Quando ho visto l’immagine di quel ragazzo picchiato in piazza del Popolo, l’altro giorno, mi è tornato alla mente il filmino sul pestaggio di Rodney King nel ‘91. Ripreso da persone che stavano lì – e qui torna la sottoveglianza – nel momento in cui la polizia picchiava il giovane nero. La rivolta dei ghetti nacque da lì. Saviano ha scritto: “Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. È su questo che vorrei dare l'allarme. Non deve mai più accadere. Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com'è possibile non riconoscerla? Com'è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare”. Non sarà un po’ limitata la sua analisi? Come lui condanno la violenza anche perché controproducente rispetto a ciò che si vuole ottenere. È vero anche che un movimento, anche di tipo diverso da quello degli anni di piombo, può essere accompagnato da una strategia della tensione e avere quindi gli stessi risultati. Approvo dunque la messa in guardia di Saviano. Al tempo stesso, la messa in guardia non può essere l’unica premessa, a mio parere, del discorso con questi giovani, perché in loro non c’è un disegno politico di tipo classico. C’è un disegno di chi è relegato fuori in maniera radicale dalla politica e vuole entrarci. Questo è un atto politico di persone che sono fuori dalla gestione pacifica dei conflitti. Si fa il paragone con gli anni di piombo. Ma queste proteste non hanno nulla di ideologico. In piazza c’erano precari senza futuro, terremotati senza case, ricercatori che rischiano di sparire, napoletani sommersi dai rifiuti. Alemanno – uno che a qualche manifestazione non pacifica ha partecipato – ha detto: ”Non dobbiamo tornare agli anni ’70. Tutte le istituzioni facciano muro contro questa azione violenta perché non è più tollerabile”. Sono un po’ stanca di sentire ricordati gli anni 70 e anche della frase “bisogna stare in guardia”. Dire “tutte le istituzioni facciano muro” significa solo che salta la pluralità delle istituzioni. Che tutte devono rispondere al comando di un unico capo. È la logica di un paese in guerra. Fare muro è un giudizio negativo sulla magistratura che ha appena scarcerato i giovani. C’è poi un dato: il rapporto Stato-cittadini. Lo Stato non può chiamarsi fuori perché il rapporto non è paritetico. Le analisi migliori le ho viste nei pezzi di Bonini e Bianconi. In quelle dei politici ho visto solo il desiderio di compiacere quella che loro immaginano sia la maggioranza silenziosa. Non vogliono risolvere i problemi, vogliono solo che la vetrina non sia rotta. Questo non è governare, è la risposta per ottenere una buona reazione da un eventuale sondaggio. Anche quella dei politici che si sottraggono al confronto è violenza. Il direttore del Giornale, Sallusti, ha detto: "Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito". Nemmeno gli avversari del '68 usavano aggettivi simili. Dici a un’intera generazione che è fallita: tanto vale farla fuori. Maggioranza e opposizione, salvo qualche eccezione, sembrano aver dismesso il mandato di rappresentanza dei cittadini. Vero? Vedo anch’io una dismissione del mandato politico. In questi anni c’è stata una svendita: nessuno si occupa dei cittadini. Ogni giorno sentiamo politici appellarsi alla sovranità di un popolo per legittimare il loro agire politico. Ma come si permettono? C’è un enclave di persone che comandano e un muro che le separa dai barbari. Ma i barbari, attenzione, sono gli italiani. Miopia o dolo? L’errore maggiore è non saper prevedere, non ascoltare domande e non dare risposte . L’errore non è fare politiche austere, come dimostrano i casi di Grecia e Irlanda. L’errore è far fare i sacrifici solo a chi è già emarginato. Bisognava riconoscere la crisi, il nostro governo l’ha sempre negata, sostenendo che è un’invenzione dei media. Ma quando si vive nella menzogna, la bolla scoppia. Chi semina miseria senza spiegare perché raccoglie collera. E questo è vero da migliaia di anni.

venerdì 10 dicembre 2010

I falsi Diari di Mussolini e le Opinioni (pubbliche o private)

Cominciamo da questo brano dell'articolo di Di Pasquale Chessa sul Fatto Quotidiano di ieri.

La Storia non è un’opinione

Nella civiltà dell’opinione di massa, c’è un deficit di illuminismo: la democrazia si è rivelata incapace di escogitare un meccanismo efficace con cui regolare, come con il voto si è trovato il modo di regolare democraticamente la rappresentanza, anche la formazione dell’opinione pubblica. Il mercato dell’opinione infatti non distingue fra buono e cattivo, vero e falso. Fino al punto che la politica trova nella bugia la sua arma migliore. Spetta allora all’informazione cercare di raddrizzare il legno storto della democrazia. Come? Per esempio facendo le domande giuste.

Le parole chiavi sono civiltà dell'opinione di massa e formazione dell’opinione pubblica.

Ma leggiamo ora tutto l'articolo, che forse fa capire una volta di più cosa vuol dire fare giornalismo. Un grazie alla redazione del Fatto!

Dal sito del Fatto:

Dal libro “L'ultima lettera di Benito” di Pasquale Chessa e Barbara Raggi emerge il ritratto di un uomo che ancora s'illudeva di rianimare con il suo carisma il morente fascismo repubblichino: “Hai già saputo che ho sempre girato in piedi sul predellino”, scriveva il dittatore raccontando il suo trionfale ingresso a Milano. Lei invece si lamentava dei loschi figuri che gli piazzavano intorno ragazze a pagamento per spodestarla: “Queste sono donne che la tua segreteria politica, quel gruppo di greppinati fetidi, ti servono per eliminare definitivamente me … Di una marchettara possono servirsene anche loro e manovrarla”. Mussolini è preoccupato: “Allo stato delle cose tutto ciò esce dal campo domestico per entrare in quello politico”. Così la storia di ieri sembra somigliare a quella di oggi. Con ragazze come Myriam che vuole fare l'attrice a Berlino e chiede a Benito di essere raccomandata a Gobbels. E il fratello della Petacci che fa “delle richieste fantastiche”, domandando favori che nemmeno il Duce può esaudire perché “in tutta l'Italia repubblicana non c'è quanto chiesto”

Il nuovo Benito, modello dell’Utri

martedì 2 novembre 2010

Doppiamente indelicato

Dal Fatto...

I media egiziani

Tutti zitti su Mubarak

In Egitto è stata la rete a occuparsi senza remore dell'affaire Ruby. La stampa ufficiale ha appena sfiorato l'argomento. “Quando ci sono notizie, anche false, che riguardano direttamente il presidente Hosni Mubarak, i giornali e le televisioni vanno con i piedi di piombo”, ci dice il giornalista Issandr el Amrani. Il suo blog The Arabist è uno dei più seguiti dai giovani mediorientali e i suoi commenti alle vicende politiche internazionali sono argute analisi che poco hanno a che vedere con gli articoli ingessati pubblicati su buona parte dei media ufficiali. “La stampa egiziana è una stampa di regime – continua el Amrani che in Italia è ben conosciuto dai lettori del settimanale Internazionale, di cui è collaboratore – e quando succede qualcosa che tira in ballo Mubarak, prima di riferirne, bisogna essere sicuri che ciò non gli dispiaccia”. Anche quando il presidente Mubarak è vittima inconsapevole? “Sì, anche in questo caso. Anche se Mubarak non c'entra niente, di certo non è opportuno insistere sul fatto che un altro uomo politico abbia usato il suo nome per le sue sordide vicende private”. Vuol dire che una notizia del genere induce a pensare che Mubarak è così debole e poco stimato da poter essere usato dal premier di un altro Paese per scopi illeciti ? “Sì, possiamo metterla in questo modo. Ma diciamo che l'affaire Ruby è anche qualcosa di veramente imbarazzante per tutto il mondo della politica. E' un fatto unico nella storia degli incidenti diplomatici. Non si era mai visto un primo ministro sfruttare in modo così plateale le buone relazioni con il capo di un altro Stato, per trovare una giustificazione plausibile a un reato che stava commettendo. Certo è subito emerso che il vostro Premier avesse mentito. In Egitto nessuno ha dubitato della totale estranietà della famiglia di Mubarak in questa sordida vicenda. Ma anche per un nostro strano concetto del rispetto, qui si è preferito non dare troppo risalto alla vicenda”. Nonostante Ruby Rubacuori non avesse, e non abbia alcun grado di parentela con il vecchio e malato dittatore egiziano, nessuno al Cairo ha considerato opportuno sottolineare che Mubarak sia stato utilizzato come alibi dal suo alleato Berlusconi. Meglio far finta di niente, almeno pubblicamente. “Il titolo del mio post era proprio questo, Mubarak trasformato in alibi del Premier italiano che ha usato il suo nome per mentire e abusare del proprio ruolo istituzionale. Ho sottolineato anche le buone relazioni tra i due perchè è la dimostrazione che ormai non ci si può più fidare nemmeno degli amici. Scherzi a parte – ironizza el Amrani – va anche detto che l'atteggiamento del vostro premier è stato doppiamente indelicato, per non dire di peggio”. A Mubarak l'anno scorso è morto un giovane nipote in modo tragico. Per lui e la sua famiglia è stato un evento davvero doloroso e la trovata di Berlusconi non sarà stata presa solo come il patetico tentativo di trovare una scusa ai propri errori.

Roberta Zunini

Tanto di cappello al Fatto Quotidiano

Ho rinnovato il mio abbonamento al Fatto Quotidiano di Padellaro e Travaglio per rinnovare cosi' la mia stima per un lavoro ineguagliato nel panorama dell'informazione italiana.

Grazie ad Antonio Padellaro e Marco Travaglio!

Dal Fatto di oggi:

Prova su marciapiede

di Marco Travaglio

Il capo del governo chiama la questura, ordina di violare la legge e fornisce le menzogne necessarie per farlo. La questura obbedisce, ma c’è un problema: il magistrato. Niente paura: si racconta qualche menzogna anche a lui e alla fine gli ordini del capo del governo diventano legge. Anche se la legge dice il contrario. Anche se i poliziotti dovrebbero essere i “tutori della legge”. È la prova di laboratorio della “riforma della giustizia” berlusconiana, quella sperimentata la sera del 27 maggio sulla linea telefonica tra Palazzo Grazioli e la Questura di Milano. In ciò che è accaduto quella notte intorno a “Ruby” c’è tutta la democrazia ad personam che B. tenta da 16 anni di trasferire nella Costituzione e, nell’attesa, ha trasformato in prassi consolidata. In passato non c’era bisogno di tanta fatica: bastava corrompere politici, finanzieri, magistrati, testimoni e il gioco era fatto. Ma che fare se il poliziotto e il magistrato non si fanno comprare o non c’è tempo per corromperli? Si racconta che Ruby è la nipote di Mubarak (falso; ma, anche se fosse vero, la ragazza non avrebbe diritto ad alcun trattamento particolare), insomma si rischia l’incidente diplomatico con l’Egitto (falso); e che l’igienista dentale-consigliera regionale Nicole Minetti la prenderà con sé (falso, la scaricherà in casa di una escort brasiliana). Questo però non basta al pm dei minori, che raccomanda di tenere la ragazza in questura fino all’avvenuta identificazione o, in alternativa, di affidarla a una comunità protetta: allora si racconta al magistrato che è stata identificata (falso) e che non c’è posto in nessuna comunità protetta (falso, ce n’erano ben quattro disponibili, ma nessuna è stata chiamata, così come non è stato interpellato l’apposito ufficio comunale). Ce ne sarebbe abbastanza per far saltare il questore e il capo di gabinetto, ma il ministro Maroni ripete a pappagallo che “è stata seguita la normale procedura” (falso) ed è “tutto regolare” (falso). Per coprire le menzogne del premier e della questura, deve mentire pure il ministro dell’Interno, subito coperto dal suo leader Bossi, che è pure ministro (Riforme istituzionali) e se ne esce con un incredibile: “Berlusconi non doveva telefonare in questura: doveva chiamare Maroni o me”. Sintesi spettacolare della concezione proprietaria della democrazia che accomuna il governo della “sicurezza” e della “tolleranza zero” contro l’immigrazione e la criminalità: caro Silvio, se devi salvare un’amica minorenne fermata per furto dalle grinfie di polizia e magistratura (che notoriamente accolgono le minorenni fermate per furto col rituale del bunga bunga), non sporcarti le mani, ci pensiamo io e Maroni che a Milano facciamo il bello e il cattivo tempo. Una pennellata di federalismo sulla Casta del privilegio: la devolution dell’impunità. Chi ancora sobbalza o inorridisce dinanzi a simili spettacoli conservi un po’ di sdegno per il futuro. Ciò che è avvenuto in quella calda notte di fine maggio è quanto ci riserva il futuro se chi può – Napolitano o Fini o tutti e due (tralasciamo volutamente Schifani, la carica dello Stato rimasta, perché ci vien da ridere) – non si affretta a liberarci dal nano. E se dunque la controriforma della giustizia entrerà nella Costituzione. Secondo il progetto Alfano (cioè Berlusconi), il pm non potrà più disporre della polizia giudiziaria, che risponderà in esclusiva al governo; le procure dovranno attendere pazientemente che gli agenti portino sul loro tavolo questa o quella notizia di reato, opportunamente filtrata dal governo stesso, si capisce; ogni anno sarà il Guardasigilli, cioè il governo, a indicare le “priorità” dei reati da perseguire (quelli dei membri e degli amici del governo) e da tralasciare (quelli dei nemici del governo). Dunque, non capiterà più che un poliziotto zelante segnali alla Procura di Milano quel che è avvenuto quella notte in Questura. Vi piace il presepe? È il futuro che ci riserva questo governo. Il caso Ruby ne è la prova su strada. Anzi, su marciapiede.

domenica 13 giugno 2010

Dal Piano di Rinascita della P2 di Gelli alla legge bavaglio del CaiNano

Dal Fatto di oggi.

La sindrome di Salieri

di Marco Travaglio

Se è vero che, come dice il Vangelo, “dai frutti conoscerete l’albero”, c’è una normetta nella legge-bavaglio che descrive meglio di qualunque altra l’albero al quale (ci) siamo impiccati da 16 anni. E’ l’articolo 6-ter: “Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati…”. E’ copiato pari pari dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2, scritto da Licio Gelli e dai suoi consulenti a metà degli anni 70 e rinvenuto nel 1982 nel doppiofondo della valigetta della figlia del Venerabile: “Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono: (…) il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari…”. Ora, è fin troppo facile capire perchè questa gentaglia non gradisce che si conoscano atti giudiziari e intercettazioni. Ma che fastidio possono dare il volto o il nome del tale o del talaltro magistrato? Domanda ingenua: oltre che mascalzoni, questi qua sono anche inguaribilmente mediocri. Sanno di non avere una reputazione, una credibilità, una rispettabilità. La loro faccia ha lo stesso prestigio del loro culo. Nessuno crede alla loro parola, continuamente smentita, rettificata, rimangiata, tradita. Possono sopravvivere soltanto se, intorno a loro, sono tutti come o peggio di loro.
Se emergono figure autorevoli e popolari, esse diventano immediatamente una minaccia per l’intera banda. Perché poi, quando parlano, la gente dà loro retta. E, se criticano la banda, questa ne esce inevitabilmente con le ossa rotte. Nonostante le minacce, le aggressioni, le calunnie e i cedimenti interni, la magistratura conserva ancora un consenso intorno al 50 per cento, mentre quella della classe politica langue nei pressi del 10. Se un magistrato o un ex, meglio ancora se carico di onori per la lotta al terrorismo e/o alla mafia e/o alla corruzione, tipo Caselli, Colombo, Borrelli, Greco, Davigo, Scarpinato, Ingroia, Spataro, Maddalena, Almerighi, dice che una legge è una porcheria e ne spiega le conseguenze nefaste per la sicurezza dei cittadini, questi credono a lui e non agli Al Fano, Ghedini, Cicchitto, Gasparri, gente che basta guardarla in faccia per farsi una risata. Vent’anni fa, quando parlavano Falcone e Borsellino, c’era poco da discutere: non perché fossero infallibili, ma perché si erano conquistati il prestigio sul campo. Tra un Falcone e un Carnevale, la gente non aveva dubbi: l’uno era famoso per aver arrestato il Gotha di Cosa Nostra, l’altro per aver annullato centinaia di condanne di mafiosi. I giudici piduisti, quelli dei porti delle nebbie, invece, erano maestri dell’insabbiamento, e campavano sereni proprio grazie al silenzio complice della stampa di regime. Quando i loro nomi finirono sui giornali, dovettero battere in ritirata. Per questo Gelli, che vedeva lungo, voleva cancellare i nomi degli uni e degli altri dai giornali. Per questo il suo degno allievo, che ha superato il maestro (venerabile), ne vuole cancellare oggi i nomi e i volti: perché confondere tutti i giudici, quelli che indagano e quelli che insabbiano, in un unicum grigio e indistinto. E’ la stessa logica che sta dietro la delegittimazione di giornalisti liberi e popolari come Montanelli e Biagi (“convertiti al comunismo”), di scrittori disorganici e amatissimi come Saviano e Camilleri (“fanno i martiri per i soldi”), di attori e registi anti-regime (“fannulloni pagati dallo Stato”) e dei volti più noti della tv (Santoro, Dandini, Fazio, da sputtanare con i loro compensi nei titoli di coda). Il potere dei mediocri è sull’orlo di una crisi di nervi e in piena sindrome di Salieri (si fa per dire, quello era un fior di musicista) dinanzi ai Mozart della magistratura, del cinema, dell’arte, della letteratura, del giornalismo. Li avverte come una minaccia, perché sa che, quando il Menzognini di turno non riesce a coprirne la voce, la gente li ascolta. In fondo, è un buon segno: questa gentaglia è alla canna del gas.

venerdì 11 giugno 2010

Noi pubblichiamo le intercettazioni

Questo Blog è residente all'estero, il blogger (il sottoscritto) è residente all'estero, quindi QUI possiamo pubblicare le intercettazioni. Il nuovo sito del Fatto darà indicazioni su quali siti esteri trovare le informazioni, che potranno essere pubblicate per diritto di informazione. Alla faccia di Berluscaz!

Dal Fatto.

LE MAGLIE DELLA RETE

Le intercettazioni vietate in Italia potranno essere pubblicate all’estero e riprese da noi

di Federico Mello

Approvata la legge sulle intercettazioni, parlamentari e uomini di governo adesso possono iscriversi a un bel corso di informatica. Sarà in Rete che troveranno spazio notizie e documenti vietati dal bavaglio italiano. Silvio Berlusconi, che voleva una norma ancora più dura, “non sa navigare sul Web” – come ha confessato il fido Mario Valducci – e non ha messo in conto che nell’epoca della comunicazione digitale, è impossibile imprigionare informazioni dentro confini geografici. Come potrà la Rete venire in aiuto a organi di stampa e blog che vogliono informare? Tutto è affidato a siti internazionali che potranno pubblicare intercettazioni e atti d’indagine. Gli organi
d’informazione e i blog italiani potranno linkare documenti e, avvalendosi del diritto di cronaca, dare le notizie. Aprire un sito. Aprire un sito Internet è un’operazione ormai alla portata di tutti. È sufficiente acquistare o affittare spazio su un server e installare un apposito software per la pubblicazione di pagine Web. In Italia si può naturalmente scegliere anche un server straniero: dall’India alla California sono migliaia le aziende che con un centinaio di euro all’anno offrono assistenza h24 e spazio illimitato. Siti Web all’estero. Non è sufficiente che il server di un sito sia all’estero per non dover sottostare alla legislazione italiana. Come indicato dalla direttiva europea sul Commercio elettronico, fa fede invece la residenza dell’editore (o del singolo) a cui è intestato lo spazio sul server e il nome di dominio (ovvero l’indirizzo Web). Intercettazioni all’estero. L’editore di un sito (cittadino o società) di uno Stato estero che ha i server ubicati fuori dall’Italia, non deve sottostare alla legge sulle intercettazioni. Singoli blogger, testate online, portali Web di quotidiani non italiani, potranno tranquillamente pubblicare intercettazioni e atti di inchieste italiane. Cosa riportare. Cosa possono riportare le testate italiane di un’intercettazione vietata in Italia e pubblicata da un sito Web all’estero? Se per esempio, il blocco delle intercettazioni fosse già in vigore, i giornali cosa avrebbero potuto raccontare degli imprenditori della Cricca che ridevano la notte del terremoto? “Se fosse apparsa su siti esteri, i giornali italiani avrebbero potuto dare la notizia – ci dice Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale – La stampa ha il diritto di informare, una norma che vietasse di dare la notizia, sarebbe incostituzionale”. Per fare un altro esempio, ipotizzando un nuovo caso Scajola, con intercettazioni pubblicate all’estero si potrebbe scrivere: “Il tale portale di news, riporta che secondo un’intercettazione telefonica la casa del tale uomo politico sarebbe stata pagata da terzi”. Come collegarsi dall’Italia. Nel mare magno della Rete potrebbero proliferare in maniera esponenziale atti e intercettazioni italiane pubblicati all’estero. Per districarsi in questa selva oscura bisogna affidarsi all’attendibilità di testate giornalistiche o blog, che potranno linkare pagine Web dove sono pubblicati documenti che interessano ai propri lettori. Un link, infatti, non è una “pubblicazione” ma una “segnalazione telematica” non vietata dalla legge appena approvata. Bloccare un sito dall’Italia. Attualmente la magistratura può imporre ai fornitori di servizi in Italia (quelli che ci portano la connessione a casa) di inibire l’accesso a siti specifici. Ma, come spiega l’avvocato Guido Scorza, esperto di legislazione digitale “si possono rendere non reperibili singoli siti Web solo per reati di pedopornografia e di giochi d'azzardo”. La pratica di oscuramento, inoltre, agisce su interi domini: se la magistratura decidesse di bloccare, per esempio, una singola pagina del Paìs, dovrebbe inibire dall’Italia l’accesso all’intero portale del quotidiano spagnolo. Anche Wikileaks. C’è infine il caso di siti Web che si sono dati come missione la pubblicazione di documenti considerati top-secret e la strenua difesa delle loro fonti. È il caso di Wikileaks (definita “la Cia del Popolo”) che lo scorso aprile pubblicò il video di un attacco americano contro civili a Baghdad: morirono in 12 e le immagini del massacro fecero il giro del mondo. Raggiunto dal Fatto Quotidiano il fondatore Julian Assangepromette:“Nelcasolalegge sulle intercettazioni venisse approvata definitivamente, possiamo aiutare l’informazione italiana pubblicandole anche noi”. Come lui, anche Francois Julliard, segretario di Reporter sans Frontières, ha dato la disponibilità a ospitare documenti italiani.

Soldi e impunità

Dal Fatto.

Non si faranno processi e non si pubblicherà più nulla

Ecco cosa stabilisce davvero la “dura” legge dei furbastri

di Bruno Tinti

Cosa è più importante: controllare il rubinetto o il lavandino? Se controllo il lavandino posso dire a chi lo usa che non deve riempirlo oltre una certa misura; e lui forse mi obbedirà e forse no; e, se non mi obbedisce, io dovrò magari denunciarlo e fargli fare un processo. Allora tutti gli utilizzatori dei lavandini si coalizzeranno contro di me e io farò una figuraccia. E poi magari lo assolvono pure perché riempire i lavandini è un diritto costituzionale. Ma, se controllo il rubinetto, non ho bisogno di ordinare niente a nessuno: lo chiudo e l’acqua non arriva più. E del lavandino facciano quello che vogliono. Ecco, questo è quello che sta facendo questo legislatore furbastro. Il mondo dell’informazione si è ribellato? Faccia-mogli credere che ci hanno toccato il cuore. Ma sì, figlioli, pubblicate pure, con un po’ di cautela, “per riassunto”, ma sia mai che la libertà di stampa sia conculcata. E se eccedete non vi preoccupate, multe piccoline (non poi tanto) e prigione finta, qualche giorno con la condizionale o agli arresti domiciliari o l’affidamento in prova al servizio sociale. Fare gli eroi vi costerà poco. E anche
a noi soci della premiata Cricca costerà poco; tanto, che pubblicano? Siamo in una botte di ferro: senza intercettazioni i magistrati si attaccano, non ci scopriranno mai; e se non ci scoprono non fanno i processi; e se non fanno i processi non c’è niente da pubblicare. Soldi e impunità, impunità e soldi, questo è il nostro radioso futuro. Credete che sia una diagnosi sbagliata, magari eccessivamente pessimista? State a vedere. 1) Si può intercettare solo per 75 giorni; poi si smette. Però magari gli intercettati parlano di questa o quella operazione, di questa o quella banca dove far arrivare i soldi, di questo o quell’appalto su cui ci si deve mettere d’accordo: discorsi promettenti ma ancora vaghi. Allora si può continuare; ma solo per tre giorni, previa autorizzazione di tre giudici del Tribunale del capoluogo di Provincia a cui bisogna mandare tutto il fascicolo e la richiesta di prorogare l’intercettazione. Mettiamo che i giudici autorizzino e l’intercettazione continui; dopo tre giorni ci risiamo, i soldi sono arrivati ma se ne debbono mandare un po’ anche a un altro amico, l’appalto s’è bloccato, si deve sentire cosa ne pensa l’assessore, quello che tu sai... Che si fa? Niente paura, l’intercettazione continua; per altri tre giorni; previo, si capisce, invio del fascicolo ai tre giudici del Tribunale capoluogo di Provincia (che magari non sono più quelli di prima e debbono ristudiarsi tutto daccapo). E via così magari per un anno o due. Non c’è che dire, una cosa agile ed efficiente. 2) Non si può intercettare se il motivo per intercettare è costituito solo dal contenuto di un’altra intercettazione. Cioè esattamente quello che capita nel 99 per cento dei casi. I nostri intercettati chiacchierano e fanno riferimento a “lui”, a quello che deve dare il via. Ne fanno anche il nome e il cognome. In un paese normale si corre a intercettare “lui”; e, poco dopo, li si arresta tutti perché “lui” ha chiacchierato per bene al telefono. Ma il nostro non è un paese normale, è il paese di B&C; qui serve garantirsi l’impunità. E così il telefono di “lui” non si intercetta. “Lui” spiegherà ai suoi servi, sgherri, sicari, associati (fate voi) quello che vuole che facciano, dalla corruzione al falso in bilancio, passando per la frode fiscale e il contrabbando; loro eseguiranno e i magistrati non ne sapranno mai nulla. 3) Nel caso di reati commessi da ignoti non si può intercettare senza consenso della parte offesa. Che non c’è mai in tutti i casi di estorsione perché gli estorti hanno paura. Per anni i sequestri di persona non sono stati denunciati dai parenti che avevano paura che i sequestratori facessero del male all’ostaggio; e per anni i riscatti sono stati pagati all’insaputa di forze dell’ordine e magistratura, nella speranza di veder tornare il loro caro. Che invece restava in prigionia finanziata proprio con questi soldi. Nelle regioni a controllo mafioso del territorio (lo sanno B&C che sono almeno quattro?) l’economia sarà progressivamente strangolata da un’estorsione sempre più organizzata e aggressiva. Ma non è vero!, dicono indignati (per finta) questi ipocriti: per mafia e terrorismo si intercetta senza dire niente a nessuno, senza limiti di tempo e senza autorizzazioni della parte offesa! E già, perché lo sanno tutti che un omicidio, un incendio, un pestaggio sono sempre e solo reati di mafia: hanno l’etichetta appiccicata sul colletto delle vittime: made in Mafia. Capisco che cultura giuridica ed esperienza giudiziaria in questa gente latitano. Ma un po’ di cinefilia? Qualcuno si ricorda Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? Tutti convinti che si tratta di mafia o politica; invece si tratta di assassinio passionale. Può capitare il contrario, anzi in genere è proprio così che vanno le cose: chi ci dice che il nostro morto ammazzato non lo hanno fatto fuori moglie e amante? Come si motiva al gip la asserita certezza che si tratta di assassinio di mafia e che servono le intercettazioni no limits? 4) Come ho detto, furbastri sono. Così, finito con i paletti giuridici, siccome non si sa mai cosa ti combinano questi pm comunisti, hanno previsto gli ostacoli pratici. Vuoi intercettare? Allora prendi i tuoi 23 faldoni, caricali sulla macchina (che la Procura non ha oppure è rotta oppure non c’è la benzina) e portali al Tribunale del capoluogo del distretto (per dire, da Aosta a Torino). Lì, consegna tutto a un cancelliere (che non c’è perché il personale amministrativo è inferiore del 40% rispetto a quello che servirebbe) che deve annotare su apposito registro la consegna. Poi aspetta che 3 giudici (che non ci sono perché sono tutti impegnati a fare processi che si prescriveranno tra un anno e bisogna spicciarsi se no fanno la fine dei processi di B, “assolto” perché colpevole prescritto) decidano che sì, si può intercettare; a questo punto corri a riprenderti i tuoi faldoni e attacca i telefoni. Per 15 giorni, attenzione, perché poi devi chiedere le proroghe (ogni 3 giorni!) e tutto il va e vieni dei faldoni ricomincia daccapo. Se manca la benzina, la macchina o il cancelliere, sei fregato. Dura lex sed lex. Ma l’ha fatta Alfano! Sempre lex è.

Legge Bavaglio

Dal Fatto di oggi.

Hanno la faccia come il Foglio

di Marco Travaglio

Finalmente il bavaglio è passato al Senato. Ora si spera che passi alla svelta pure alla Camera e diventi legge, così vedremo se abbiamo ancora un capo dello Stato (che in teoria non dovrebbe firmare), una Corte costituzionale (che in teoria dovrebbe bocciare), una Costituzione (che in teoria tutelerebbe la libertà d’informazione e la legalità) e una libera stampa (che in teoria dovrebbe far disobbedienza civile). Finalmente tutte le carte sono in tavola. Si vede quant’è rocciosa l’opposizione del Pd, che dopo aver minacciato per giorni l’occupazione dell’aula (“Se non fate i bravi, occupiamo”), non solo non l’ha occupata, ma l’ha addirittura disertata al momento del voto. Forse per evitare di sentirsi ricordare che il bavaglio su intercettazioni e atti d’indagine faceva parte del suo programma elettorale del 2008. Si vede quant’è tetragona la fronda dei finiani, rimessi a cuccia con un piatto di lenticchie. E si vedranno le conseguenze di una legge che, a parole, poteva essere spacciata per il suo contrario: quando si passerà ai fatti, si capirà perché è stata voluta. Con un po’ d’informazione e un po’ di coraggio dei magistrati e delle forze dell’ordine, la suprema porcata potrebbe addirittura diventare la tomba della banda che qualcuno ancora chiama governo.
Esattamente come l’indulto del 2006 divenne la tomba dell’Unione: ogni giorno saltava su un magistrato o un poliziotto a raccontare che il tizio arrestato per omicidio, o stupro, o rapina era appena uscito grazie all’indulto, così la gente capiva i danni del “liberi tutti” e la maggioranza che l’aveva votata (assieme a B. e a Piercasinando, ci mancherebbe) ne pagava le conseguenze. Ora, ogni qualvolta un pm dovrà astenersi dal processo per aver detto due parole sull’inchiesta, ogni qualvolta si dovranno interrompere gli ascolti perché il termine massimo di 75 giorni (con proroghe di due alla volta), ogni qualvolta un delitto resterà impunito perché si possono piazzare cimici solo dove si sta commettendo (non più dove si sta progettando o commentando) il reato, magistrati e poliziotti potranno spiegare ai cittadini che il colpevole la farà franca non per colpa loro, ma a norma di legge bavaglio. Così chi ha votato per la banda in nome della “sicurezza” e della “tolleranza zero” avrà di che picchiare la testa contro il muro e dirne quattro ai suoi parlamentari preferiti. Basterà leggere le cronache dall’estero per capire che, contrariamente alla propaganda di regime, negli altri paesi si intercetta molto più. Se in Italia, negli ultimi due anni, le intercettazioni sono diminuite, negli Stati Uniti – lo racconta Repubblica – “le intercettazioni telefoniche nelle indagini sono in pieno boom. In 12 mesi sono aumentate del 26%. Escludendo quelle dell’antiterrorismo e per la sicurezza nazionale (che hanno una ‘corsia segreta’ nella National Security Agency), i magistrati Usa l’anno scorso hanno autorizzato intercettazioni per 2.376 inchieste su 268.488 persone”, venti volte quelle intercettate in Italia. Naturalmente, quando le indagini toccano personaggi o vicende di interesse pubblico, i giornali scrivono tutto, com’è appena avvenuto per l’inchiesta sulle truffe di Goldman Sachs e come accadde due anni fa con l’arresto per corruzione del governatore dell’Illinois Rod Blagojevic, fedelissimo a Obama. Arrampicandosi sugli specchi, Il Foglio tenta di sostenere che “sono i fatti che hanno portato alla caduta di Blagojevic, non la loro rappresentazione in intercettazioni”. Già, ma se i giornali non le avessero pubblicate (dopo che il procuratore aveva tenuto una conferenza stampa e distribuito gli atti ai giornalisti), chi li avrebbe conosciuti, i fatti? Per questo da noi si fa la legge bavaglio: i giornalisti potranno riassumere soltanto le ordinanze di arresto ma senza alcun riferimento alle intercettazioni, così i giornalisti non avranno più nulla da riassumere e i cittadini non capiranno più niente. Quando Blagojevic ha detto “ho sbagliato, mi scuso”, voleva dire: ho sbagliato paese.

mercoledì 2 giugno 2010

Il Fatto si occupa del Quirinale? Il Quirinale si occupa del Fatto.

Anche il Quirinale si è abbassato alle beghe di infimo livello. Non cè una istituzione in Italia che sia al di sopra delle parti. Il problema è che le parti stanno molto, ma molto, ma molto in basso!

Dal Fatto.

Alla festa del Quirinale il Fatto non è gradito

di Luca Telese

“Il giallo del ricevimento al Quirinale” inizia di prima mattina. Non è il titolo del libro di qualcuno dei tanti “Anonimi” che hanno scalato le classifiche della prima repubblica. Ma il dubbio che prende corpo nella redazione de Il Fatto, quando si scopre che questo nostro piccolo giornale è l’unico quotidiano che non vede il suo direttore fra gli invitati del tradizionale ricevimento del 2 giugno. Che si tratti di una svista? Di un errore? Di una dimenticanza? Oppure di una reazione (legittima, per carità) alle critiche che in diversi momenti Il Fatto e alcuni suoi editorialisti hanno rivolto al presidente della Repubblica? Trattandosi di una delle istituzioni più efficienti della Repubblica, le ipotesi di errore accidentale vengono depennate di prima mattina. Quella di una “rappresaglia”, però, ci sembra ugualmente inverosimile.
Regalo di NataleIl ricordo corre alla cerimonia di augurio di fine anno, sempre al Quirinale. Antonio Padellaro, in quell’occasione, ricette un invito con stemma presidenziale spolverato d’oro zecchino, un cartoncino per eventuale accompagnatore, e persino un ambito ticket per parcheggiare su piazza del Quirinale. La domanda sorge spontanea: il nostro piccolo quotidiano è stato forse declassato? E se si per quale motivo? Chi scrive viene incaricato di chiamare il portavoce del presidente, Pasquale Cascella, vecchia conoscenza di una corposa pattuglia di questo quotidiano (e del suo direttore) per i comuni trascorsi a L’Unità. In ufficio mi risponde, cortesissima, la sua segretaria: “Il dottor Cascella è già nei giardini, sa, c’è la cerimonia...”. Errore materiale, o un depennamento intenzionale dalla lista degli inviti? La segretaria del portavoce, con grande cortesia, mi rimanda al collaboratore del portavoce. Lo chiamiamo. Stessa domanda, stessa risposta. Anche lui è molto cortese, ringraziamo per la gentilezza e la disponibilità, ma spieghiamo: vorremo capire se l’invito per il direttore del giornale è stato smarrito. “Sinceramente non so posso dire - risponde - una parte degli inviti sono gestiti direttamente dal Cerimoniale del Quirinale. La richiamo entro le 16 e 30”. Nessuna telefonata. Alle 17.30 il cronista si presenta al Colle dove trova un accredito stampa. Ma ovviamente il dubbio resta, anche perché, pochi minuti dopo, Dagospia batte in tempo reale uno dei suoi dispacci: “Tutti (o quasi) i direttori di quotidiani nazionali sono stati oggi gentilmente pregati di festeggiare la festa della Repubblica deambulando lungo i giardini del Quirinale. Tutti - scrive Dagospia - eccetto il direttore de "Il Fatto", Antonio Padellaro. Domani ne leggeremo della belle”. Negli splendidi giardini, fra una chiacchiera e l’altra, andiamo a caccia degli uomini dell’ufficio stampa. Davanti al tavolo degli affettati appare il vice. Gli chiediamo se è riuscito a sciogliere l’enigma. Risponde imbarazzato: “No, non ho avuto modo.... Ma lo scopriremo”. Poco dopo le sei, in redazione chiama il direttore di Medusa, Carlo Rossella. Anche lui, dopo tanti anni di Colle, quest’anno è stato depennato. Trattandosi di uno degli uomini più vicini a Berlusconi la cosa ci conforta: quindi non può essere stata una esclusione politica. Pochi istanti dopo, dietro la sagoma discreta dello stilista Renato Balestra, uno degli invitati d’onore, ecco un altro esponente dello staff presidenziale . Forse sa qualcosa? Risponde con imbarazzo: “Sa, quest’anno ci sono stati molti tagli”. Non solo alla finanziaria, dunque, ma anche agli inviti. Il cronista sta per tornare in redazione con il cuore rinfrancato, quando scorge il portavoce del Colle. Colpo di scena. Cascella si libera di un interlocutore, e improvvisamente offre la soluzione: “Volete sapere perché Padellaro non è nella lista?”. Sembra emozionato, quasi turbato: “Io l’ho depennato! Sono stato io, diglielo pure”. Attimi di stupore. E’ un fiume in piena: “In tanti anni di lavoro non mi era mai capitato di essere pubblicamente insultato, con un editoriale contro di me, sulla prima pagina di un quotidiano! Solo Padellaro lo ha fatto”. Di quale editoriale si parla? L’insulto era tale da comportare depennamento. Ancora Cascella: “Padellaro scrive non vuole avere rapporti con il Quirinale? Bene, è stato accontentato”. Sembra dispiaciuto: “Sono stato offeso due volte: come persona e come professionista. E’ incredibile. Nemmeno i giornali della destra l’hanno mai fatto”. Recuperiamo il fondo incriminato:” Avevamo scritto - osservava Padellaro il 25 marzo - che Napolitano sarebbe sicuramente intervenuto a difesa del potere giudiziario... Pensavamo di avere bene interpretato, oltre l’opinione dei nostri lettori, gli intendimenti del capo dello Stato. Purtroppo non era così. Un’aspra reprimenda di un autorevole consigliere del Quirinale ci è piovuta addosso. Non è piaciuto il titolo ‘Napolitano dice’ e neppure l’appello, pur rispettosamente rivolto”. Non sembravano parole offensive. Anzi, la conoscenza e la stima che a Il Fatto si nutre per Cascella è tale, da convincerci che non sia lui, il colpevole, malgrado la confessione spontanea. Leale e fedele, Cascella ha impugnato la pistola fumante, addossandosi la colpa, per proteggere le più alte istituzioni.

Ma Violante con chi sta?

Dal Fatto con furore.

Violante 1 a Violante -1

di Marco Travaglio

Ha scelto Il Foglio, Luciano Violante, per dire “basta malizie sull’origine di Forza Italia”. Anche nel 1997 aveva scelto Il Foglio per invitare la Camera all’“estrema prudenza” nel votare sull’arresto di Previti (infatti la Camera votò contro) e per promettere l’amnistia a Berlusconi se avesse condotto in porto la Bicamerale D’Alema. Il perché è presto spiegato: Il Foglio gli elettori del Pd non lo leggono, anzi non lo legge nessuno, a parte Ferrara che poi lo racconta al Capo. Sostiene dunque sul Foglio, cioè clandestinamente, il responsabile Riforme Istituzionali del Pd che tutti i riferimenti all’“entità” (cioè a Forza Italia) fatti dal procuratore Grasso, da Ciampi e da Veltroni a proposito delle stragi del 1993 sono frottole. Occorre “capire senza rimestare”, “mettere ordine”, lavorare di “cronologia”, fare una bella “ricognizione complessiva delle inchieste e dei processi” (ci sarebbero anche delle sentenze che parlano delle stragi e di B. e Dell’Utri, ma lui non le ha lette: si confida in una rapida ricognizione) in quell’ente inutile che è la commissione Antimafia. Una domanda su tutte lo angustia: “Quel che accadde nel ’92 ha rapporti con quel che accadde nel ’93?”.
Spatuzza, che fece le stragi di via D’Amelio (’92) e di Firenze, Milano e Roma (’93) giura di sì, e così un’altra trentina di mafiosi pentiti e un battaglione di pm e di giudici, ma Violante è rimasto indietro. Del resto la sua prontezza di riflessi è proverbiale: l’estate scorsa Violante rammentò improvvisamente, 17 anni dopo, che nel ’92 il generale Mori tentò in tutti i modi di fargli incontrare Vito Ciancimino in piena trattativa. E, guardacaso, lo rammentò subito dopo che lo raccontò Massimo Ciancimino. Lui comunque non ha dubbi (salvo ripensamenti fra qualche secolo): nel ‘94 “Forza Italia vince al Nord in base a un accordo con la Lega e al Sud grazie a un’alleanza con l’Msi… Penso che nel ’93 fosse impossibile prevedere che l’approdo sarebbe stato quello che è stato”. Il fatto che Forza Italia l’abbia ideata Dell’Utri, in embrione, nell’estate ’92 e il progetto sia partito nell’aprile-maggio ’93 è solo un dettaglio. Per Violante, esperto in cronologie (ne tiene ben “tre pagine sulla scrivania”, informa Il Foglio), risale tutto al ’94. Una tesi che nemmeno Dell’Utri e Berlusconi han mai osato sostenere. Ecco: quelli sono lì che balbettano frasette di circostanza e si domandano che diavolo dire sulle origini di Forza Italia: sarà nata sotto un cavolo? L’avrà portata la cicogna? Mamma e papà si son voluti tanto bene e così è nato il partito? Poi arriva Violante e glielo spiega: il ’92 non c’entra col ’93 e il ’92 e il ’93 non c’entrano col ’94. È pura logica cronologica. A questo punto la domanda delle cento pistole: “Che fine han fatto le inchieste su questa serie di fatti?”. Forse non sa che Dell’Utri è stato condannato a 9 anni in primo grado per mafia nella sua veste di “cerniera” fra Cosa Nostra e la Fininvest prima delle stragi, Forza Italia dopo le stragi. Qualcuno, per favore, lo avverta. Poi magari Violante ci spiegherà se per caso è parente oppure omonimo del presidente dell’Antimafia che il 23 marzo ’94 tuonava in un comizio a Palermo: “Il nucleo di interessi che si aggruma intorno a Forza Italia è in profonda continuità col sistema di potere che ha causato tanti lutti e danni all’Italia… Forza Italia è un manipolo di piduisti e del peggio del vecchio regime. Berlusconi, con la chiamata alle armi contro il comunismo, ripete la parola d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. È una chiamata alla mafia, quella che fa Berlusconi”. E nel 2002 sosteneva che “le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi”. E nel 2004 parlava di “interessi penali e criminali” del centrodestra. E nel 2006 denunciava “un giro di mafia intorno a Berlusconi”. O forse è un caso patologico, non di sdoppiamento, ma di annullamento della personalità. Da Violante 1 a Violante -1.

mercoledì 26 maggio 2010

L' abuso d'ufficio è "lecito" per lo statuto del PD

Dal Fatto.

Codice epico

di Marco Travaglio

U ltimissime dalla Sardegna. Mentre il governatore Cappellacci è indagato per lo scandalo delle pale eoliche, il Pd risponde da par suo con una bella lezione sulla questione morale: candida alla guida della Provincia di Cagliari il presidente uscente Graziano Milia, che il 9 marzo è stato condannato dalla Corte d’appello a un anno e quattro mesi di reclusione per abuso d’ufficio per un mega-scandalo di licenze edilizie facili, sanatorie indebite e autorizzazioni paesaggistiche fuorilegge perpetrate tra il 1999 e il 2003. Scandalo che aveva coinvolto l'Ufficio regionale per la tutela del paesaggio diretto dall'architetto Lucio Pani e la giunta comunale di Quartu Sant’Elena (di cui Milia era sindaco). Pani, controllore e controllato, secondo l’accusa era riuscito – grazie a una fitta rete di amicizie e complicità – a farsi autorizzare la costruzione a Baccu Mandara del complesso turistico-sportivo abusivo “Green Blue Center”, a ottenere indebitamente il terreno e a sbloccare concessioni indebite in sanatoria ed è stato condannato a 6 anni e 4 mesi. Milia, che ha annunciato ricorso in Cassazione, è stato pure interdetto dai pubblici uffici, pur godendo della sospensione condizionale della pena. Ma, se venisse eletto e la condanna fosse confermata in Cassazione, decadrebbe da presidente perché perderebbe il diritto di elettorato attivo e passivo, risultando incandidabile. Un capolavoro. Si ripete paro paro il caso di Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per smaltimento abusivo di rifiuti e rinviato a giudizio due volte per associazione per delinquere, concussione e truffa,
dunque candidato dal Pd a governatore della Campania, dunque puntualmente sconfitto da Caldoro del Pdl, curiosamente incensurato. Ma con una fondamentale differenza: questa volta, memore forse della cantonata presa in Campania, Antonio Di Pietro non sosterrà Milia, diversamente dagli altri partiti del centrosinistra (sette liste), alcuni dei quali avevano giurato che mai l’avrebbero appoggiato e invece han deciso di appoggiarlo. L’Idv corre da sola candidando il deputato Federico Palomba, vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, che non solo è incensurato, ma è addirittura un ex magistrato. Così almeno il centrodestra degli scandali e delle speculazioni non potrà sventolare la questione morale in faccia al centrosinistra e gli elettori di centrosinistra che non vogliono imputati o condannati nelle istituzioni avranno un’alternativa credibile all’astensione. A questo punto, a costo di essere noiosi, ripetiamo la domanda rimasta senza risposte sul caso Campania: che differenza c’è fra Berlusconi che candida condannati e imputati e il Pd che candida condannati e imputati? Con quale faccia l’opposizione può condurre una battaglia contro il malaffare dilagante, per esempio contro gli scempi ambientali di cui è complice la nuova giunta della Sardegna, se consegna un’istituzione fondamentale come la Provincia del capoluogo a un tizio condannato in appello proprio per complicità in uno scempio ambientale? Per il “Codice etico” del Pd sono incandidabili i condannati non definitivi “solo” per reati di criminalità organizzata, terrorismo, armi, droga, sfruttamento della prostituzione e omicidio colposo per inosservanza delle norme sulla sicurezza sul lavoro”, per corruzione e concussione. E l’abuso d’ufficio? Un reato minore? È quello commesso dal “pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge… ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto…, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale”. Siamo certi che favorire se stessi o gli amici abusando di un pubblico potere e violando la legge sia una quisquilia? Non è abbastanza odioso, nel paese dei privilegi e del familismo amorale, avvantaggiare qualcuno a discapito di altri e, in questo caso, anche dell’ambiente? La risposta dei berluscones la conosciamo. Chissà qual è, se c’è, quella del Pd.

venerdì 7 maggio 2010

Un “fascista immaginario”

Dal fatto.

Dall’introduzione di “Gianfranco Fini - Sfida a Berlusconi”, edito da Aliberti.

L’ANTICIPAZIONE

Palmisano scrive del suo ex segretario

Fini, che è ancora un “fascista immaginario”

Io non sono un giornalista qualsiasi, uno dei tanti che avrebbero potuto
scrivere un libro su Gianfranco Fini. Nessuno lo avrebbe potuto scrivere come Enzo Palmesano per due motivi: per trent’anni ho fatto politica attiva nel partito del neofascismo italiano, anche quale componente del Comitato centrale del Msi-Dn e membro dell’Assemblea nazionale di An; porta la mia firma (l’ormai famoso “emendamento Palme-sano”) il documento di condanna dell’antisemitismo e delle leggi razziali approvato al congresso di Fiuggi, il 27 gennaio 1995. Quel documento diede credibilità (anche internazionale) alla svolta; scomparvero ufficialmente gli antisemiti dal partito erede del fascismo e della Repubblica sociale italiana di Salò, ma da allora in Alleanza nazionale gli anti-Palmesano diventarono un esercito. Fino alla mia più completa emarginazione, con gravi conseguenze sul piano politico e professionale e con grande dolore anche sul piano personale: camerati con i quali avevo fatto politica per decenni, da allora mi tolsero il saluto; non ci siamo più scambiati una parola nemmeno per litigare sul mio emendamento, neanche per esprimermi umana solidarietà a seguito di un lutto familiare, la scomparsa di mio padre. Volevano morto pure me. E politicamente parlando l’“ebreo Palmesano” è stato ammazzato, quantomeno non avevo più diritto all’esistenza in quello che era stato il mio partito. (...) La mia proposta piombò come una bomba nella vigilia del congresso nazionale, ma la parola d’ordine nel partito era quella di fare finta di nulla (...). Gianfranco Fini dimostrò che la sua levatura tattica era di gran lunga superiore a tutti gli altri dirigenti del partito. E mentre il suo staff diffondeva in Italia e all’estero il testo del mio emendamento, lui (padrone assoluto del partito) per realpolitik si preparava a cavalcare un’occasione propizia. Al congresso di Fiuggi Fini diede il via libera all’approvazionedell’emendamentoPalmesano,dicendo: “Chi non vota questo documento non può entrare in Alleanza nazionale. Dobbiamo scrivere nel Dna del partito il rifiuto di ogni forma di antisemitismo”. Non c’era stato bisogno di attendere un “Papa straniero” (come viene consigliato adesso al Pd, in altri scenari) per affrontare nel Msi-Dn e in An il nodo centrale, quello del fascismo e delle leggi razziali antisemite. Il documento era stato proposto da chi, come me, era missino fin dal 1972 (allora quattordicenne), capo del servizio politico del quotidiano del partito. Sul «Manifesto», Andrea Colombo sottolineò l’importanza del fatto che il documento fosse nato dal corpo vivo del partito. Ma ben presto dovetti rendermi conto che i tempi non erano maturi, per quella battaglia, all’interno del movimento erede del fascismo. Quando, infatti, appena dopo il congresso, furono pubblicate le tesi congressuali emendate, con il titolo Pensiamo l’Italia, il domani c’è già – Valori, idee e progetti per l’Alleanza nazionale, il mio documento, sebbene approvato,era stato tagliuzzato. Mancavano le ultime due righe: “La vergogna incommensurabile delle leggi razziali brucerà per sempre nellanostracoscienzadiUominiediitaliani”. Era troppo, per Fini e per gli altri, sostenere appunto che “la vergogna incommensurabile delle leggi razziali brucerà per sempre nella nostra coscienza di Uomini e di italiani”. (...) Paradossalmente, il finismo comincia quando Fini esce dai binari dell’almirantismo e riprende il discorso interrotto da Pino Rauti, che aveva abbandonato il partito al congresso di Fiuggi. Il “fascismo immaginario” di Gianfranco Fini ha molti punti in comune con il “fascismo immaginario” di Pino Rauti. Fino a che è rimasto a capo di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini non è andato oltre il fascismo immaginario (...). La categoria del fascismo immaginario non sembri una formulazione intellettualistica. È, invece, la sostanza con cui tanti giovani hanno riempito la propria esistenza, a cominciare dall’autore di questo libro. (...) Il “fascismo immaginario” ha dato per tanti anni un senso alla mia vita. (...) Fini è ancora un “fascista immaginario”. Un “fascismo immaginario” che vuole presentarsi quale una “Destra nuova”. Una “destra dei diritti” che piace alla sinistra in difficoltà politica e in cerca d’autore e ai giornali antiberlusconiani. (...)

giovedì 6 maggio 2010

Quando i migranti eravamo noi


Dal Fatto.

CERTI IMMIGRATI

QUANDO FUMMO BRACCIA

Un “dizionario” di Stella per capire come eravamo
Rospo, locusta, pipistrello, analfabeta, ubriacone. Nei Paesi dove arrivò “l’Orda” così venivano visti i lavoratori italiani

Da “Il viaggio più lungo - L’Odissea dei migranti italiani” di Gian Antonio Stella, che Rizzoli manda in libreria questa settimana, riportiamo alcune delle voci di un dizionario che gli italiani dovrebbero tenere bene a mente.


ALCOOL
Quello del vino è uno dei tanti «vizi» rinfacciati ai nostri emigranti. Come in tutti gli stereotipi c’era qualcosa di vero. Nell’Italia povera di un tempo il vino era spesso un integratore alimentare. Il consumo di vino pro-capite annuo, oggi intorno ai 50 litri, era nel primo decennio del Novecento di 126. Mandare i figli a scuola dopo aver dato loro una scodella di vino con la polenta vecchia era un’abitudine diffusissima, soprattutto nelle aree più povere dove veniva coltivata la vite. «La Rivista Veneta di scienzemediche» scriveva che in provincia di Venezia,«unadellecittàpiùsifilizzated’Italia», su 12.000 scolari delle elementari «soltanto3000nonbevono,9000bevonoregolarmente vino e la metà ne abusa».

ANALFABETI
Ai nostri emigrati è stato per moltotempo rinfacciato di essere più ignoranti rispetto a quelli di altri Paesi europei. I dati, del resto, non lasciano dubbi. Stando ai censimenti la percentuale di analfabetinelnostroPaese,ancoradel21percento nel 1931, negli anni della Grande Emigrazione era spaventosa: 67,3 per cento nel 1881; 73 per cento nel 1871; 78 per cento al momento dell’Unità d’Italia nel 1861. Uno studio sulle liste passeggeri dei transatlantici di Ira A. Glazier e Robert Kleiner, del resto, dice tutto: su due naviacasoarrivatenegliUsanel1910,gli immigratianalfabetisbarcatidall’italiana «Madonna» erano il 71 per cento, quelli russi scesi dalla «Lithuania» il 49 per cento: 22 punti in meno. Quanto ai lavoratori specializzati, i nostri erano 7 su 100, i russi 40.

BABIS
Rospi. Uno dei nomignoli dati agli italiani in Francia alla fine dell’Ottocento.

BAT
Pipistrello. Soprannome insultante dato ainostriemigrantiincertezonedegliStati Uniti alla fine dell’Ottocento e ripreso dal giornale «Harper’s Weekly» per spiegare come molti americani vedessero gli italiani «mezzi bianchi e mezzi negri» così come i pipistrelli sono mezzi uccelli e
mezzi topi.

CHIANTI
Ubriacone (nomignolo dato ai nostri emigranti in Usa, con un riferimento al vino toscano che per gli americani rappresentava tutti i vini rossi italiani, chiamati «dago red».

FINESTRE
«Gli italiani tengono le finestre spalancate
per tutta la domenica, dal primo mattino fino a sera. Le loro stanze sono affollate per tutto il giorno. Fanno tutto con le finestre aperte, anche vestirsi, come i selvaggi. Siedono intonando da mattina a sera canzoni oscene e alcuni giocano a carte sulle note dei loro strumenti d’ottone. La cara domenica ci viene guastata da questo indicibile e vergognoso comportamento. Abbiamo l’impressione di esserci trasferiti in una regione selvaggia .» (Denuncia di unabitantedelquartiere Petersberg del 1893)

GIOPPINO
Poche cose come la storia dei gioppini ricordano
quanto l’Italia della Grande Emigrazione fosse un Paese molto povero. I gioppini erano le più popolari marionette bergamasche quando la provincia di Bergamo, oggi ricca, era ridotta in condizioni miserabili. Tutti i gioppiniavevano i «tri gos», i tre gozzi, una malattia comunissimatraimontanaripiemontesi,lombardi e veneti, sulla quale i bergamaschi trovarono il coraggio di ironizzare. Era causata dalla cattiva alimentazione e in particolare dall’ipotiroidismo dovuto al bere, senza alcuna integrazione, acqua del tutto priva di iodio. Sarebbe bastato del normale sale marino a sanare la piaga. Ma costava troppo e la gente usava sale da salgemma.

IGIENE «La verità si è che nella maggior parte dei nostri operai non è per nulla sviluppato il sentimento della pulizia e della decenza,chelelorocondizionidivitaall’estero rispecchiano fedelmente le loro condizionidivitainpatria.L’operaiocheviene dalla Basilicata o dal Napoletano, dove abita in piccole, poverissime case simili ad alveari, talvolta scavate sotto terra (...); o dalle campagne venete e lombarde, ove abita in casolari intessuti di fango e vimini; o dalle pendici alpine; (...) l’operaio, dico, che arriva da questi luoghi, ha dei bisogni limitatissimi da soddisfare; egli non sente nessuna necessità dielevarsiunpo’.(...)Domandateunpo’
a questi operai perché vivono così male ed essi vi risponderanno invariabilmente che a casa loro vivevano assai peggio.» (GliitalianiinGermania,rapportodel15 novembre 1914 del regio ispettore dell’Emigrazione Giacomo Pertile.)

JIM ROLLINS
Era un giovane nero dell’Alabama processato nel 1922 per il reato di «miscegenation » (mescolanza di razze) con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con una donna bianca. Condannato in primo grado, Rollins fece ricorso in appello: «Non era bianca, era italiana». Il giudice, come ricorda la studiosa Bénédicte Deschamps nel suo saggio Le racisme anti-italien aux États-Unis, nella raccolta del 2000 curata da Michel Prum Exclure au nom de la race, gli diede ragione. Spiegando nella sentenza che «non si poteva assolutamente dedurre cheellafossebianca,néchefosseleistessa negra o discendente da un negro».

KATZELMACHER
«Fabbricacucchiai» nel senso di stagnaro, artigiano di poco conto ma anche «fabbricagattini» forse perché gli emigrati figliavano come gatti. Nomignolo appiccicato ai nostri emigrati in Austria e Germania.

LOCUSTE
«[Sono] briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. (...) Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste.» («Australian Workman», 24 ottobre 1890.)

NOMI
Nel mondo ci sono 6 Crotone, 5 Pavia, 4 Siena, 5 Como, 20 Palermo, 33 Firenze, 27 Verona e 44 Roma. («Gazzetta del Sud», 21 luglio 2000, citando «Focus»).

RIMPATRIO
«Le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane. (...) Ho vistocentinaiadipersone(...)costrettea ritornare nei Paesi di provenienza, senza soldi, e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate, che non si erano mai riunite: madri separate dai lorofigli,maritidalleloromogli,enessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo.» (Edoardo Corsi, All’ombra della Libertà, 1935).