venerdì 30 aprile 2010

Voce del verbo "lodare Alfano": io lodo Alfano, tu lodo Alfano, egli lodo Alfano...

Dal Fatto di ieri...

IL COMMENTO

I limiti alla revisione

Un nuovo rebus per Napolitano

di Lorenza Carlassare

La pervicacia della maggioranza di governo nel riproporre leggi dirette al medesimo scopo - salvare Silvio Berlusconi dai processi - sarebbe veramente apprezzabile se indirizzata a più nobili fini nell’interesse del paese. Più che l’arroganza colpisce la determinazione cieca con cui la maggioranza procede senza concedersi soste. È del 7 aprile la legge sul ‘legittimo impedimento’ - provvisoria, si legge ( art.2), in attesa di una legge costituzionale - che ripropone norme dichiarate illegittime già sottoposte dai giudici di Milano, come le precedenti, al controllo di costituzionalità. Una mossa e una contromossa si susseguono in questo pericoloso gioco che ha per posta il rispetto delle regole di una democrazia costituzionale. Il ricorso alla legge costituzionale sarebbe la mossa vincente che chiude definitivamente la partita a vantaggio della maggioranza la quale, usando il procedimento dell’art.138, ha l’ultima parola. È proprio vero? È vero, come oggi si legge, che la scelta del ddl costituzionale risponde alle indicazioni della Corte Costituzionale che aveva bocciato
il ‘Lodo Alfano’ perché approvato con legge ordinaria? Alcune precisazioni sono necessarie. Da tempo (1988) e a più riprese la Corte costituzionale ha affermato che esistono limiti alla revisione costituzionale: i diritti fondamentali e i principi supremi. Che il principio di eguaglianza sia fra questi non v’è dubbio alcuno. Nelle sentenze sui due ‘lodi’ precedenti ha affermato (n.24/2004) e ribadito (n. 262/2009) che “alle origini della formazione dello stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione”. Va ancora sottolineato che in tali decisioni non è mai stato detto che se adottate con legge costituzionale quelle norme sarebbero state legittime, ha solo detto – rispondendo a ciò che le era stato chiesto com’è obbligata a fare - che la legge ordinaria non poteva regolare la materia delle prerogative, disciplinata dada norme di rango costituzionale. Ma soprattutto vi è un passaggio della sentenza che va sottolineato: gli istituti di protezione delle funzioni (immunità e simili) “non solo implicano necessariamente una deroga al principio di eguaglianza, ma sono anche diretti a realizzare un delicato e complesso equilibrio tra i diversi poteri dello Stato” E la “complessiva architettura costituzionale, ispirata al principio della divisione dei poteri e del loro equilibrio esige che la disciplina delle prerogative debba essere intesa come uno specifico sistema normativo, frutto di un particolare bilanciamento e assetto di interessi costituzionali”. Vale a dire - mi sembra - che ogni modifica non solo spetta a leggi costituzionali, ma deve inquadrarsi in un sistema armonicamente, non rompendone la trama. Ora, tutta la materia delle ‘prerogative’ è strutturata sulla considerazione dei soli reati commessi nell’esercizio delle funzioni, non sui reati comuni. Potremmo pensare che il Presidente, immune possa, ad esempio, sparare da uno dei Palazzi sui passanti molesti? Una simile disarmonia non romperebbe il delicato ‘sistema’? Ammesso che i limiti alla revisione rendano incostituzionale la legge eventualmente approvata, quali sono i rimedi? Il primo, questa volta, non è il presidente della Repubblica, ma il ‘popolo sovrano’: sulla legge costituzionale può essere chiesto un referendum entro tre mesi dalla seconda approvazione. I cittadini che nel 2006 hanno bocciato la riforma pensata dai ‘saggi’ a Lorenzago ora potrebbero dire no alle immunità; non è neppure immaginabile che la seconda approvazione avvenga a maggioranza dei due terzi (che escluderebbe il referendum). In questo catastrofico caso, al momento di promulgare il presidente della Repubblica si troverebbe in una difficile posizione. Il rifiuto assoluto gli è consentito soltanto nel caso estremo di attentato alla Costituzione, e questo non lo è. È anche discusso se il potere sospendere la promulgazione rinviando la legge alle Camere sia esercitabile quando si tratti di una legge costituzionale; per la complessità della procedura che dovrebbe rimettersi in moto e, qualcuno dice, perché di fronte ad un’eventuale maggioranza dei due terzi col consenso delle opposizioni non sembra che egli possa formulare obiezioni. Questo argomento convince poco: il consenso delle opposizioni, l’accordo condiviso, riguarda il piano politico ma non significa nulla sul piano della legittimità. Su alcune cose, le ‘protezioni’ e gli ‘scudi’ in particolare (ha ricordato Franco Cordero in un’intervista a questo giornale) non sono mancate responsabilità ‘condivise’.

giovedì 29 aprile 2010

Chi è padrone del "Giornale"?

Dal Fatto...

Agcomiche

di Marco Travaglio

Ieri, come ha detto Fini che sta pure diventando spiritoso, il fratello dell’editore del Giornale ha espresso “la più convinta solidarietà a Fini per gli attacchi personali che quest’oggi il Giornale gli ha mosso” a proposito degli appalti Rai alla suocera di Fini perché “la critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica”. Stiamo parlando di Silvio Berlusconi. Da non confondere con Paolo che, com’è noto, è l’editore de Il Giornale talmente geloso dell’indipendenza della testata che – assicura Silvio – non permette a nessuno, meno che mai a Silvio, di influenzarne la linea. Infatti Silvio, rispondendo l’altro giorno a Fini, ha comunicato dolente che “io non parlo col direttore del Giornale e sul Giornale non ho alcun modo di influire”, ma se Fini volesse influire un po’ “potrebbe far entrare nella compagine azionaria un imprenditore suo amico”, perché lui, Silvio, pur non avendo alcun modo di influire, ha “convinto un mio familiare (una zia? Un cugino? Un nipotino? Il solito fratello Paolo?, ndr) a mettere in vendita il Giornale”.
Ecco: Silvio decide di vendere il Giornale, assume e licenzia i direttori (Montanelli nel ’94, Feltri nel ’97), ma senza mai parlarci né influire. Che timidone. Un amico di Fini invece, magari un po’ più estroverso di lui, potrebbe parlarci e influire. Si dà però il caso che il giornalista-scrittore Enzo Bettiza abbia appena raccontato ad Aldo Cazzullo del Corriere come – lui dice nel dicembre 1996, ma era il 1997 – rischiò di diventare direttore del Giornale di Paolo, poi però non se ne fece niente. Feltri era stato appena messo alla porta per aver chiesto scusa a Di Pietro dopo la lunga campagna diffamatoria sul caso D’Adamo-Pacini Battaglia, con tanto di risarcimento dei danni per 700 milioni di lire. E chi chiamò Bettiza per sostituirlo? Paolo? Ohibò, no: Silvio. “Con Berlusconi (Silvio, ndr) ne parlammo in una cena ad Arcore. C’erano Letta, Confalonieri, Massari che era l’amministratore, Biazzi Vergani e Belpietro, che avrebbe dovuto essere il mio condirettore o vicedirettore, a garanzia del lato popolaresco e digrignante... Proposi di far scrivere il primo fondo a Montanelli. Letta disse subito di sì. Berlusconi rimase in silenzio, ma il suo istinto di venditore ambulante lo induceva ad accettare, per pure ragioni pubblicitarie. Tutti gli altri si opposero”. Silvio, Gianni, Fedele. L’editore Paolo, per dire, non fu invitato nemmeno a fare il quarto a briscola. L’estate scorsa, 12 anni dopo, Littorio Feltri tornò sul luogo del delitto. Lo chiamò Paolo? Macché: di nuovo Silvio, quello che con Feltri non parla e sul Giornale non influisce. Lo raccontò lo stesso Littorio, a fine agosto, a Cortina: “Il 30 giugno ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo, mi chiedeva: ‘Ma quand’è che torna al Giornale?’. E io: ‘Sto bene dove sono’. Ma quel giorno entrò subito nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto”. Segnaliamo le dichiarazioni di Bettiza e Feltri, per competenza, alla cosiddetta “autorità indipendente” denominata Agcom che, sotto l’alta egida del Quirinale, vigila occhiutamente su ogni conflitto d’interessi, casomai le fossero sfuggite. Il presidente Calabrò e gl’inflessibili commissari Innocenzi e Mannoni prenderanno senz’altro buona nota e apriranno una pratica per verificare se, per disgrazia, il vero editore del Giornale non fosse Paolo, ma Silvio. Il che configurerebbe una violazione persino della legge Frattini sul conflitto d’interessi, che impone all’Agcom di accertare se per caso “le imprese… che fanno capo al titolare di cariche di governo, al coniuge e ai parenti entro il secondo grado… non pongano in essere comportamenti che… forniscono un sostegno privilegiato al titolare di cariche di governo”. Nel qual caso l’Agcom dovrebbe riferire al Parlamento, diffidare e sanzionare. Ecco, gentili agcomici, ci fate eventualmente sapere?

mercoledì 28 aprile 2010

Il garante dell’autonomia e indipendenza della magistratura

Dal Fatto.

Guardie e ladri, fate la pace

di Marco Travaglio

Immaginiamo che, a un corso di addestramento per cani da guardia, si alzi in piedi un anziano e distinto signore per raccomandare a tutti i presenti non di abbaiare ogni qualvolta vedono un ladro e possibilmente acchiapparlo, ma di instaurare “un rapporto di leale cooperazione” con chiunque si avvicini. I cani, non potendo parlare, lo fisserebbero con sguardo interrogativo temendo di aver sbagliato corso. Dove s’è visto mai, infatti, un cane da guardia che coopera lealmente con potenziali ladri e rapinatori, anziché inseguirli e acciuffarli? Ora, scusandoci con gli interessati per la brutale metafora, i magistrati svolgono nella società la stessa funzione del cane da guardia in una proprietà privata: li paghiamo per scoprire e punire chi commette reati. Come recita l’articolo 73 dell’Ordinamento giudiziario, il
pm veglia all’osservanza delle leggi, alla pronta e regolare amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti dello Stato”. Non è scritto da nessuna parte che “cooperi” con chicchessia. Anzi, articolo 104 della Costituzione, la magistratura è “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Resta dunque da capire dove il capo dello Stato abbia tratto l’“alto mònito” o l’“accorato appello” – come dicono i quirinalisti di stretta osservanza – lanciato ieri ai giovani magistrati, esortandoli a “un rapporto di leale cooperazione con tutte le istituzioni rappresentative” in nome di un’imprecisata “comune responsabilità istituzionale”. Da quando le rivoluzioni liberali posero fine all’assolutismo e inaugurarono lo Stato moderno di diritto, imperniato sulla netta divisione dei poteri, il legislativo e il giudiziario controllano l’esecutivo per evitare che questo tracimi dai propri confini abusando del proprio potere. Se dovessero cooperare sempre e comunque, non avrebbe senso la loro indipendenza e il ruolo di controllo e di bilanciamento dei primi due sul terzo. Che, diceva Tocqueville, tende a debordare se non incontra ostacoli: dunque “non è concedere un privilegio ai tribunali permetter loro di punire gli agenti del potere esecutivo quando violano la legge. Sarebbe togliere loro un diritto naturale l’impedirglielo” (“La democrazia in America”). Il predicozzo quirinalizio suona già sgangherato in linea teorica: espressione di una concezione premoderna, molto comunista e partitocratica della democrazia. Ma diventa addirittura pericoloso se applicato alla realtà italiana, dove da vent’anni il potere politico tenta di soggiogare il giudiziario con leggi incostituzionali su misura per gl’interessi di uno solo o di pochi. Nell’Italia del 2010 solo un marziano atterrato per caso potrebbe attribuire il calo di fiducia nella magistratura non agli attacchi forsennati a reti unificate di una banda di impuniti, ma a “visioni autoreferenziali” delle toghe, presunte “esposizioni mediatiche”, “atteggiamenti protagonistici e personalistici”, carenze di “autocritica”, “equilibrio, serenità e sobrietà”. Solo un venusiano di passaggio potrebbe auspicare che “politica e giustizia non si percepiscano come mondi ostili guidati dal reciproco sospetto”, dimenticando gli avanzi di galera che popolano la politica, scrivono leggi e nei ritagli di tempo insultano i magistrati. Solo un extraterrestre potrebbe invitare a “stemperare esasperazioni e contrapposizioni polemiche tra politica e giustizia”, visto che queste non nascono da problemi caratteriali, ma dai delitti di molti politici che comprensibilmente non amano essere scoperti e puniti. Siccome poi Napolitano rammenta di essere “il garante dell’autonomia e indipendenza della magistratura”, qualche giovane uditore avrebbe magari gradito una parola autocritica sulla cacciata da Salerno di pm onesti come Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, “rei” di aver doverosamente indagato, lontani da protagonismi e personalismi, su colleghi calabresi sospettati di vendersi i processi al miglior offerente e lasciati al loro posto. Così, tanto per sapere se il cane da guardia debba ancora abbaiare quando vede un ladro, o non gli convenga fargli le fusa. Anzi, cooperare.

venerdì 23 aprile 2010

L'alternativa

Prove scientifiche contro la Sindone

Dal Fatto.

SU MICROMEGA IN EDICOLA DA OGGI
Piergiorgio Odifreddi è matematico, logico e saggista; don Giuseppe Ghiberti, studioso e teologo animano il dialogo riportato in pagina. In questo numero doppio della rivista vi è una parte monografica dedicata alla Sindone: una raccolta di prove scientifiche e storiche per dimostrare come il telo sia un autentico falso. La monografia comprende interventi di: Mauro Pesce, Luigi Garlaschelli, Antonio Lombatti, Paolo Cozzo, Andrea Nicolotti, Gaetano Ciccone, Gian Marco Rinaldi, Giuseppe Platone, Stefano Milani, Alessandro Robecchi.

LA SINDONE
Dialogo tra ateo e cristiano

SU MICROMEGA LE TESI DI ODIFREDDI E DON GHIBERTI SU FALSO STORICO E SIMBOLO DELLA FEDE

di Giuseppe Ghiberti

Caro don Ghiberti, propongo di iniziare questo nostro scambio sulla Sindone partendo da lontano: cioè, dal tempo in cui conosciamo la sua esistenza. Che, comunque, non è così lontano quanto quello al quale vorrebbero risalire coloro che la ritengono autentica. Mi permetto di ricordare, che la conquista di Costantinopoli del 1204 rivelò all’Occidente la cornucopia di reliquie conservate nei santuari di Bisanzio. Comprate o trafugate dai Crociati, in breve tempo esse andarono ad arricchire il patrimonio di meraviglie sacre conservate nelle chiese medievali, per l’elevazione spirituale dei fedeli e materiale del clero, e furono sbeffeggiate dal Belli nel sonetto La mostra de l’erliquie. […] Benché alcune di queste reliquie siano (state) conservate nelle basiliche più sacre della cristianità, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, chiunque argomentasse seriamente oggi a favore della loro attendibilità storica verrebbe quasi sempre preso per matto. Quasi, ma non sempre, almeno a giudicare dai milioni di fedeli che accorrono a Torino a vedere la Sindone. O meglio, una delle quarantatré sindoni di cui si ha notizia: alcune con immagini, altre no. Molte andate distrutte da incendi e, come già ironizzava Calvino, prontamente rimpiazzate. Una, quella “miracolosa” di Besançon, distrutta per ordine del Comitato di salute pubblica durante la Convenzione nazionale della Rivoluzione francese.

LA PRIMA APPARIZIONE
La Sindone di Torino, un telo di lino di circa quattro metri per uno, apparve per la prima volta nel 1353 presso Troyes, nel cuore della regione di Chartres e Reims, famose per le loro cattedrali. Il telo reca una doppia immagine, fronte e retro, di un cadavere nudo, rappresentato secondo i canoni e le proporzioni dell’arte gotica dell’epoca: figura rigidamente verticale, gambe e piedi paralleli, tratti del viso più caratterizzati di quelli del corpo. La presenza di segni di ferite in perfetto accordo con il racconto evangelico della passione poteva far supporre che quella fosse un’immagine impressa dal corpo di Cristo sepolto, stranamente mai menzionata nei testi sacri, né rappresentata iconograficamente nel Primo millennio.
Nel 1389 il vescovo di Troyes inviò però un memoriale al Papa, dichiarando che il telo era stato “artificiosamente dipinto in modo ingegnoso”, e che “fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto”. Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava di “dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario”. Alla testimonianza storica del Pontefice di allora, evidentemente diverso dai suoi successori di oggi, possiamo ormai aggiungere la conferma scientifica della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 da tre laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, su incarico della diocesi di Torino e del Vaticano: la data di confezione della tela si situa tra il 1260 e il 1390, e l’immagine non può dunque essere anteriore. Stabilito che la Sindone è un artefatto, rimane da scoprire come sia stata confezionata. L’immagine è indelebile, essendo sopravvissuta sia a ripetute immersioni in olio bollente e liscivia effettuate nel 1503 in occasione di un incontro tra l’arciduca Filippo il Bello con Margherita d’Austria, sia al calore di un incendio del 1532, che la danneggiò in più punti. Inoltre, è negativa (le parti in rilievo sono scure, quelle rientranti chiare), unidirezionale (il colore non è spalmato), tridimensionale (l’intensità dipende dalla distanza tra la tela e la parte rappresentata), e ottenuta per disidratazione e ossidazione delle fibre. Siamo dunque di fronte non a una pittura ma a un’impronta, che certo non può essere stata lasciata da un cadavere. Dal punto di vista anatomico, infatti, le immagini frontale e dorsale non hanno la stessa lunghezza (differiscono di quattro centimetri), ma hanno la stessa intensità, benché il peso avrebbe dovuto essere tutto scaricato sul retro. L’avambraccio destro è più lungo del sinistro. Le braccia sono piegate, ma le mani ricoprono il pube, il che richiederebbe una tensione delle braccia o una legatura delle mani . Le dita sono sproporzionate, e l’indice e il medio sono uguali. Posteriormente si vede l’impronta del piede destro, benché le gambe siano allungate. Dal punto di vista geometrico, l’impronta stereografica lasciata da un corpo o da una statua sarebbe distorta e deformata, soprattutto nella faccia: esattamente come accade per la famosa “maschera di Agamennone”, che è distorta proprio perché aderiva al volto del defunto, e contrasta apertamente con la raffigurazione veristica della Sindone. Solo un bassorilievo di poca profondità può lasciare un’impronta simile.[...]
FANTASIA E RAGIONE A ciascuno dei fatti oggettivi
che ho esposto è naturalmente possibile opporre opinioni soggettive, invocanti cause naturali o soprannaturali, nel tentativo di ricondurre la ragione alla fede. La più fantasiosa fra quelle avanzate, tra pollini e monetine, è certamente l’ipotesi che imprecisati fenomeni nucleari avvenuti all’atto della resurrezione atomica di Cristo abbiano modificato la struttura del telo, cospirando a falsarne la datazione in modo da farla coincidere proprio con il periodo della sua apparizione storica. Evidentemente, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Coloro che invece hanno orecchie per intendere, intendono che il fatto miracoloso non sussiste. Per me, dunque, il caso è chiuso. Ma sono curioso di conoscere la sua opinione sull’argomento: quello oggettivo che ci presenta la Sindone, ma anche quello soggettivo che ho esposto io. Piergiorgio Odifreddi Caro professor Odifreddi, vedo che siamo ambedue nativi della provincia di Cuneo e questo mi dà gioia e mi provoca simpatia. I cuneesi sono “quelli del gozzo” (quante bisticciate da ragazzo con quelli della provincia di Torino), ma anche se non si fanno tanti complimenti, per lo più finiscono per capirsi. […] A me sembra innegabile che l’immagine presente sulla Sindone raffiguri un uomo morto a causa della tortura della crocifissione. Lei ha enumerato parecchie anomalie presenti nella figura sindonica, ma queste aumentano la stranezza misteriosa del reperto, senza però impedire la constatazione di fondo che dicevo: immagine di un uomo morto per crocifissione. La reazione di chi guarda questa immagine può essere varia: una persona con un po’ di cuore sente compassione per tanta sofferenza e indignazione per quella dimostrazione di crudeltà raffinata; sorge intanto la curiosità di capirci qualcosa. Chi ha un po’ di conoscenza della vicenda di Gesù di Nazareth si rende facilmente conto della corrispondenza che passa tra la vicenda dell’uomo della Sindone e quella che ha portato Gesù alla morte: glielo dice una tradizione di devozione, ma soprattutto ne ha conferma da quel poco o tanto che conosce dei racconti evangelici della passione di Gesù. A questo punto, se chi guarda ha la fede, nasce un sentimento spontaneo di interesse affettuoso per un oggetto testimone di un evento tanto importante per la sua vita. Mi sembra che questo sentimento sia di natura prescienti-fica, perché viene prima che siano state poste e affrontate tutte le domande che il reperto suggerisce. Queste domande sorgono ben presto e io che guardo ci vado dietro con molto interesse, ma non mi sento condizionato dalle risposte che posso udire, perché la funzione di segno comunque è svolta da quell’oggetto, qualunque cosa possa pensare della datazione della sua origine e della modalità di formazione della sua immagine (che sono poi le due domande fondamentali provocate da quel reperto).

DEVOZIONE E DISTRUZIONE Penso che questa lettura sia determinante, perché relativizza non solo la scienza ma la Sindone stessa: il suo interesse fondamentale consiste nell’essere un segno e questo funziona indipendentemente
dalla consistenza della sua natura (la scritta “senso unico” ha la stessa forza di segno sia che la trovi incisa su una lastra di metallo prezioso sia che l’abbiano stampata su cartongesso). La povertà di certezze è la forza della Sindone, e a me personalmente la rende anche cara. Partendo da questa lettura delle cose, non mi sento condizionato al discorso dell’autenticità. C’è chi dice: per continuare a proporre la devozione alla Sindone, la Chiesa deve decidersi a definirne l’autenticità; e c’è chi dice: l’autenticità è del tutto esclusa e quindi la Sindone deve essere eliminata. Non condivido nessuno dei due presupposti: che sia stata detta l’ultima parola sull’autenticità oppure che siano state portate prove definitive della non autenticità; e comunque non mi sento condizionato né dall’uno né dall’altro, perché nel primo caso comunque non avrebbe senso parlare di definizione (la Sindone non è un articolo di fede) e nel secondo caso resterebbe immutata la sua efficacia di segno. Il discorso a questo punto è tutt’altro che finito, ma può svolgersi in uno stato d’animo sereno. M’interessa molto sapere se questo lenzuolo ha veramente avvolto il cadavere di Gesù. [...] Certo è la causa di Gesù che viene in gioco con la Sindone. Se non fosse così, i misteri che essa porta in sé interesserebbero sì gli scienziati, ma verrebbero discussi in un loro gremio ristretto, se ne scriverebbe su qualche rivista letta da una dozzina di lettori, e tutto finirebbe lì. Certo la Chiesa ha la sua parte in questa proposta devozionale, ma credo proprio di poter dire – dall’esperienza delle tre ostensioni di cui ho avuto una particolare responsabilità – che il tono apologetico è stato evitato il più possibile, a costo anche di essere decisi nel determinare un orientamento corrispondente a chi avesse voluto pronunciamenti impropri. Ognuno ha il suo modo di sentire, ma l’impostazione fondamentale ha cercato di essere coerente e ha avuto la gioia di sentirsi confermata dall’insegnamento del Papa, quando venne in pellegrinaggio nel 1998. Per conto nostro si ripeteva spesso che la Sindone non ha bisogno delle nostre esagerazioni; ciò che conta è l’attenzione e la disponibilità di vita di fronte al suo messaggio.

mercoledì 21 aprile 2010

Gli "eroi" mafiosi e la Mondadori

Dal Fatto.

Le bugie di Mondadori e la censura sui “Padrini”

IN UN SAGGIO SULLA MAFIA DEL ‘94 SPARITO IL LEGAME MANGANO-BERLUSCONI.
FINI: IO STO CON SAVIANO

di Peter Gomez

La bugia più grossa, Marina Berlusconi l’ha messa nero su bianco a metà della sua lettera di risposta a Roberto Saviano, pubblicata da “La Repubblica” domenica scorsa. Dopo aver difeso il padre che aveva tra l’altro accusato lo scrittore e chi racconta la mafia di fare “cattiva pubblicità all’Italia”, la figlia del premier assicura che quella era solo un critica - peraltro da lei condivisa - e considera: “La Monda-dori fa capo alla mia famiglia da
vent’anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, come è giusto e doveroso, secondo il nostro modo d’intendere l’editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà di espressione”. Un’impegnativa affermazione di principio che si scontra con la realtà dei fatti. Perché i libri in Mondadori - come insegnano i casi di Belpoliti e Saramago rifiutati da Einaudi - a volte vengono censurati. E la pratica va avanti da anni. Non per niente risale proprio al 1994, periodo della discesa in campo di papà Silvio, uno dei più sconcertanti episodi di tagli redazionali operati proprio su un saggio riguardante Cosa Nostra. La Mondadori traduce il libro “L’Europe del parrains” (“L’Europa dei padrini”), in cui il giornalista francese Fabrizio Calvi parla anche delle vecchie inchieste della Criminalpol (1984) sui “legami dell’entourage di Berlusconi con il boss Vittorio Mangano”. Dall’edizione italiana però i riferimenti al Cavaliere e al capo del clan mafioso di Porta Nuova, per due anni fattore di villa San Martino ad Arcore, scompaiono. Semplice prudenza per non andare a urtare la sensibilità dell’editore e di un uomo d’onore amico della sua famiglia? Può darsi. Certo è, però, che la cronologia dei fatti (di mafia) lascia spazio pure ad altre interpretazioni. A spunti forse utili per rispondere alla polemica domanda lanciata ieri dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante una riunione con i parlamentari Pdl a lui fedeli: "Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere d'accordo?”. Infatti, proprio nei mesi della pubblicazione de “L’Europa dei padrini”, Mangano era tornato a frequentare Milano 2. Da alcune agende, sequestrate a Marcello Dell’Utri, risulta che il capo-mafia si vede a fine ‘93 con l’allora numero uno di Publitalia (lo ammette anche Dell’Utri). Mentre nella sentenza di primo grado che ha condannato il senatore azzurro a 9 anni per cose di Cosa Nostra, si parla d’incontri in provincia di Como che proseguono fino al ‘95. Oggetto dei colloqui, per i giudici, sono delle norme pro-cosche che Dell’Utri tenta di far approvare, in cambio di appoggi elettorali e la richiesta della fine della stagione delle stragi. È la presunta “seconda trattativa” nella quale andrebbe pure inquadrato, secondo le ipotesi investigative, pure il famoso decreto Biondi dell’estate ‘94, (salva ladri) nel quale, come dice all’epoca il leghista Bobo Maroni, ci sono anche passaggi che favoriscono la mafia . Subito dopo il decreto (non convertito in legge) Berlusconi tuonerà per la prima volta contro i film e i libri che denunciano Cosa Nostra. Per la gioia di Michele Greco, il papa della mafia che in carcere aveva detto “e tutta colpa de “Il padrino” se in Sicilia vengono istruiti i nostri processi”, il premier dichiara il 14 ottobre del ‘94: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come “La Piovra”, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Da “La Piovra” in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Si pensa all’Italia e sapete cosa viene in mente... C’è chi dice che c’è anche la mafia, nella realtà italiana”. Immediato il plauso di Totò Riina, in manette dal ‘93, che durante un processo dice: “È vero, ha ragione il presidente Berlusconi, tutte queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragedia-tori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa Nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra, sono romanzi”. La figlia del premier questa storia sembra però non conoscerla. Eppure di motivi per ricordare ne ha parecchi. Anche perchè Mangano, tra il ‘74 e il 76, era la persona che l’accompagnava ogni mattina a scuola. E l’affetto che il boss provava nei suoi confronti è pure dimostrato dal nome con cui Vittorio e la moglie decisero di battezzare la loro terzogenita: Marina, Marina Mangano.

martedì 20 aprile 2010

Il voto agli extra

Dalla rubrica "noi&loro" del Fatto di oggi.

“IO, NERO, VOTEREI FINI”

di Maurizio Chierici

Gli stranieri ci guardano. Vivono attorno a noi. Attorno, perché “assieme” sembra esagerato. La Lega ha vinto le elezioni e gli extra si preoccupano: cosa succederà? “Mi guardo attorno per capire chi sono. E che tipo di libertà mi è concesso. La proposta della Lega per rinnovare i permessi mi fa paura. Si può perdere il permesso come si perde la patente disobbedendo al Codice della strada. L’extra che cammina ubriaco sul marciapiede, 6 punti in meno. Se fa la pipì contro il muro, 15 in meno. Se non sa dire ‘come stai ?’ nel dialetto del nord dove lavori, 8 punti in meno. Aiuto: sto perdendo un’altra volta il diritto ad essere una persona. Cleophas Adrien Dioma viene dal Burkina Faso. Ha compiuto 38 anni con la felicità di aver trovato la strada che cercava. Poeta, video documentarista, direttore artistico dell’Ottobre Africano, scrive su Internazionale, Solidarietà Sociale, Domani. Ha un lavoro che gli piace anche se deve tirare i denti, ma la minaccia dell’esclusione lo inquieta. “Possiamo noi extracomunitari partecipare al dibattito politico? Possiamo pensare che ci riguardi come funziona questo paese sul piano culturale e sociale? Possiamo ogni tanto alzare la mano per dire la nostra con la pretesa di essere davvero ascoltati da chi magari non è d’accordo ? E la domanda che ci facciamo ogni volta che ci incontriamo: abbiamo diritto a pensare alla politica?”. Appena in Italia ha raccolto arance a Rosarno, clandestino come tutti. “Qualche mese fa guardavo in Tv le facce di Rosarno, nere come la mia. Rosarno è uno spazio simbolo non solo per il razzismo ma per il menefreghismo di una classe politica che usa l’immigrazione per obiettivi politici. Ho lavorato lì per tre mesi. Nelle cronache dei nostri
giorni ritrovo la stessa logica, gli stessi meccanismi. Gli anni passano, la violenza no. Per non pagare noi, poveri negri, alla fine della stagione del raccolto certe persone sparavano nelle baraccopoli. Volevano farci scappare per non darci quanto dovuto”. Gli anni passano, la violenza resta. In questi giorni Cleo e gli altri divorano i giornali e non si staccano dalla televisione: vogliono capire come andrà a finire e se ciò che succede è bene o male per loro. Loro che non votano eppure dipendono dai nostri politici. Parlano come cittadini che vorrebbero scegliere a chi affidare i loro diritti. “Tutti mi chiedono, ma davvero voteresti Fini? Sì, se avessi potuto. So benissimo che non si può votare Fini. Vuol dire votare Pdl, quindi Berlusconi. Non sono stupido. So benissimo che Fini viene dalla destra fascista. Che assieme a Bossi ha fatto una legge schifosa: aggroviglia i problemi e complica la vita. Ma posso sognare che per una volta in Italia si faccia politica con politici veri. Vedo due sole persone: Vendola che conosco poco, e Fini. Forse la Rosy Bindi. Parlano dell’immigrazione come risorsa. Fini cerca di dare la cittadinanza ai nostri figli e affronta la tematica immigrazione-sicurezza come la vogliamo noi. Per farmi capire: siamo su una barca alla deriva. Se arriva la marina militare cosa fai? Ci prenderanno, ci metteranno in prigione, ci riporteranno nel Burkina Faso. Ma i naufraghi non hanno dritto a scegliere. Devono chiedere aiuto al primo che allunga la mano”. Se gli extra avranno diritto al voto amministrativo, chi voteranno ? “Non lo so. Alcuni per la destra, pochi per Bossi se sono integrati e benestanti, con casa e lavoro. Potrebbero far la croce anche su Berlusconi perché in televisione non sembra così cattivo. A me dispiace, ma andrà così”. Con ironia amara gira la domanda a noi padroni di casa: “Voglio sapere perché non vi chiedete come mai un negro come me potrebbe votare Fini…”. Accendiamo la Tv: ecco Bocchino, Gasparri, Quagliariello, Bondi, Calderoli. Cleo sorride. I suoi pensieri e i suoi denti sono bianchi. (Così direbbero i benpensanti)