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venerdì 7 maggio 2010

Potere e Verità

Da Micromega.it.

Le vere radici dell’omofobia vaticana

di Pierfranco Pellizzetti

Sacrosanta indignazione e ricerca della verità impongono di non mollare mai la presa su un tema rovente quale la pedofilia dei preti e l’apparente contraddizione di una Chiesa che continua a occultare le verità al riguardo. Peggio, pratica atteggiamenti di sostanziale solidarietà con i propri orchi, come quel monsignor Giorgio Brancaleoni, vescovo vicario di Albenga, che ancora in questi giorni organizza fiaccolate di sostegno a don Luciano Massaferro, in carcere con l’accusa di aver violato una bimba.
Sicché ci sarebbero ragioni più che sufficienti per insistere senza il benché minimo tentennamento nello squarciare i veli delle reticenze, dell’omertà.
Eppure - sullo sfondo - aleggia un’apparente contraddizione ancora più inquietante: la singolare omofobia di un mondo vaticano in non trascurabile misura omosessuale (la maggior parte degli episodi di pedofilia sono avvenuti nei confronti di soggetti dell’identico sesso dei molestatori). Quell’omosessualità che Ratzinger ebbe a definire “comportamento disordinato” e il presidente CEI cardinale Angelo Bagnasco stigmatizza con la sua vocina stridula alla stregua di “una minaccia per l’italica virilità”.
Sorge dunque la domanda: quale l’inconfessabile ragione per cui “gli uomini con le gonne” (come li chiamava Gaetano Salvemini) perseguono con tale avversione orientamenti molto diffusi proprio tra di loro?
La risposta potrebbe essere trovata - come scriveva recentemente Marco Politi sul Fatto Quotidiano - proprio nell’indifendibile arcaicità del modello di reggimento che sino dalle origini la Chiesa si è dato: l’assolutismo monarchico; ossia analizzando le ragioni ultime del potere di un’istituzione bimillenaria fondata sulla gestione consolatoria del dolore e della paura: l’interesse primario al mantenimento di un ordine gerarchico che da millenni sovrintende la vita degli uomini e delle donne, controllando i corpi attraverso il dominio delle menti. E questo ordine si chiama patriarcato.
Dunque, la norma eterosessuale come difesa di un contesto in cui coltivare i principi gerarchici (patriarcali) che puntellano anche Sacra Romana Chiesa: tradizione e autorità, l’autorità indiscussa e indiscutibile della tradizione.
Insomma, c’è un naturale incontro di interessi tra diafani cardinali e bulimici porporati dalle dita ingioiellate con “gli eroi” della restaurazione machista di inizio millennio: dal guerrafondaio Bush jr. all’attempato vitellone sessuomane Berlusconi. L’alleanza tra tutti quanti si sentono minacciati dall’impatto dei soggetti collettivi che mettono a repentaglio il cardine del potere vigente, con il suo carico di dominio oppressivo: “la famiglia patriarcale eterosessuale, come paradigma esclusivo della relazione interpersonale e - insieme - come modalità di riproduzione sociobiologica della specie” (Manuel Castells). La rivoluzione, avviata dal movimento femminista e proseguita da quelli gay e lesbico; più in generale - come scrive Alain Touraine - i “gruppi definiti da un dato tipo di sessualità piuttosto che dal sesso del partner”.
Idea - se accettata - in grado di minare dalle fondamenta l’intero assetto del comando, clericale o laico che dir si voglia.
Questione di sopravvivenza. Ma anche motivazione reale di quella che Gian Enrico Rusconi, sulla rivista Il Mulino del dicembre scorso, definiva una “silenziosa rivoluzione teologica per cui dall’idea millenaria della natura umana decaduta per il peccato originario si è arrivati oggi a un discorso tutto positivo sulla natura umana, insidiata nella sua integrità originaria dalle biotecnologie o dalle famiglie irregolari”.
Forse, più che di rivoluzione si dovrebbe parlare di controrivoluzione, di arrocco nelle cittadelle assediate. Mentre la fede in una rivelazione non ha nulla a che vedere ed è la religione a secolarizzarsi in quanto legittimazione di una istituzione dominante. I cui nemici non sono le sofferenze e i mali che affliggono gli umani quanto umanissimi propugnatori di pietà come Beppino Englaro o documentate denunce di malefatte quali quelle dei giornalisti del New York Times.
Per questo fanno bene quanti, sulle orme di Albert Camus, si impegnano in una polemica contro chi tenta di barare. Ma l’etica del disincanto, che impone di “cercare ciò che è vero”, non può prescindere dal binomio rovente Potere-Verità. Perché tutte le vicende che stiamo denunciando trovano il loro senso più recondito nelle tattiche di un Potere che si giustifica ammantandosi di Verità (dunque, mistificandola). Costruendo Verità a proprio uso e consumo. Per cui il Vaticano pratica comportamenti esecrabili anche se poi fa di tutto per occultarli. Per cui si proclama la santità del vincolo familiare indissolubile e poi si fa mercato con pluridivorziati. Per cui si perseguita l’omosessualità coltivata nelle penombre dei palazzi e delle strutture ecclesiastiche.
La più flagrante conferma della formula che dobbiamo a Michel Foucault: “la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità”.

(4 maggio 2010)

venerdì 23 aprile 2010

Prove scientifiche contro la Sindone

Dal Fatto.

SU MICROMEGA IN EDICOLA DA OGGI
Piergiorgio Odifreddi è matematico, logico e saggista; don Giuseppe Ghiberti, studioso e teologo animano il dialogo riportato in pagina. In questo numero doppio della rivista vi è una parte monografica dedicata alla Sindone: una raccolta di prove scientifiche e storiche per dimostrare come il telo sia un autentico falso. La monografia comprende interventi di: Mauro Pesce, Luigi Garlaschelli, Antonio Lombatti, Paolo Cozzo, Andrea Nicolotti, Gaetano Ciccone, Gian Marco Rinaldi, Giuseppe Platone, Stefano Milani, Alessandro Robecchi.

LA SINDONE
Dialogo tra ateo e cristiano

SU MICROMEGA LE TESI DI ODIFREDDI E DON GHIBERTI SU FALSO STORICO E SIMBOLO DELLA FEDE

di Giuseppe Ghiberti

Caro don Ghiberti, propongo di iniziare questo nostro scambio sulla Sindone partendo da lontano: cioè, dal tempo in cui conosciamo la sua esistenza. Che, comunque, non è così lontano quanto quello al quale vorrebbero risalire coloro che la ritengono autentica. Mi permetto di ricordare, che la conquista di Costantinopoli del 1204 rivelò all’Occidente la cornucopia di reliquie conservate nei santuari di Bisanzio. Comprate o trafugate dai Crociati, in breve tempo esse andarono ad arricchire il patrimonio di meraviglie sacre conservate nelle chiese medievali, per l’elevazione spirituale dei fedeli e materiale del clero, e furono sbeffeggiate dal Belli nel sonetto La mostra de l’erliquie. […] Benché alcune di queste reliquie siano (state) conservate nelle basiliche più sacre della cristianità, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, chiunque argomentasse seriamente oggi a favore della loro attendibilità storica verrebbe quasi sempre preso per matto. Quasi, ma non sempre, almeno a giudicare dai milioni di fedeli che accorrono a Torino a vedere la Sindone. O meglio, una delle quarantatré sindoni di cui si ha notizia: alcune con immagini, altre no. Molte andate distrutte da incendi e, come già ironizzava Calvino, prontamente rimpiazzate. Una, quella “miracolosa” di Besançon, distrutta per ordine del Comitato di salute pubblica durante la Convenzione nazionale della Rivoluzione francese.

LA PRIMA APPARIZIONE
La Sindone di Torino, un telo di lino di circa quattro metri per uno, apparve per la prima volta nel 1353 presso Troyes, nel cuore della regione di Chartres e Reims, famose per le loro cattedrali. Il telo reca una doppia immagine, fronte e retro, di un cadavere nudo, rappresentato secondo i canoni e le proporzioni dell’arte gotica dell’epoca: figura rigidamente verticale, gambe e piedi paralleli, tratti del viso più caratterizzati di quelli del corpo. La presenza di segni di ferite in perfetto accordo con il racconto evangelico della passione poteva far supporre che quella fosse un’immagine impressa dal corpo di Cristo sepolto, stranamente mai menzionata nei testi sacri, né rappresentata iconograficamente nel Primo millennio.
Nel 1389 il vescovo di Troyes inviò però un memoriale al Papa, dichiarando che il telo era stato “artificiosamente dipinto in modo ingegnoso”, e che “fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto”. Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava di “dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario”. Alla testimonianza storica del Pontefice di allora, evidentemente diverso dai suoi successori di oggi, possiamo ormai aggiungere la conferma scientifica della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 da tre laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, su incarico della diocesi di Torino e del Vaticano: la data di confezione della tela si situa tra il 1260 e il 1390, e l’immagine non può dunque essere anteriore. Stabilito che la Sindone è un artefatto, rimane da scoprire come sia stata confezionata. L’immagine è indelebile, essendo sopravvissuta sia a ripetute immersioni in olio bollente e liscivia effettuate nel 1503 in occasione di un incontro tra l’arciduca Filippo il Bello con Margherita d’Austria, sia al calore di un incendio del 1532, che la danneggiò in più punti. Inoltre, è negativa (le parti in rilievo sono scure, quelle rientranti chiare), unidirezionale (il colore non è spalmato), tridimensionale (l’intensità dipende dalla distanza tra la tela e la parte rappresentata), e ottenuta per disidratazione e ossidazione delle fibre. Siamo dunque di fronte non a una pittura ma a un’impronta, che certo non può essere stata lasciata da un cadavere. Dal punto di vista anatomico, infatti, le immagini frontale e dorsale non hanno la stessa lunghezza (differiscono di quattro centimetri), ma hanno la stessa intensità, benché il peso avrebbe dovuto essere tutto scaricato sul retro. L’avambraccio destro è più lungo del sinistro. Le braccia sono piegate, ma le mani ricoprono il pube, il che richiederebbe una tensione delle braccia o una legatura delle mani . Le dita sono sproporzionate, e l’indice e il medio sono uguali. Posteriormente si vede l’impronta del piede destro, benché le gambe siano allungate. Dal punto di vista geometrico, l’impronta stereografica lasciata da un corpo o da una statua sarebbe distorta e deformata, soprattutto nella faccia: esattamente come accade per la famosa “maschera di Agamennone”, che è distorta proprio perché aderiva al volto del defunto, e contrasta apertamente con la raffigurazione veristica della Sindone. Solo un bassorilievo di poca profondità può lasciare un’impronta simile.[...]
FANTASIA E RAGIONE A ciascuno dei fatti oggettivi
che ho esposto è naturalmente possibile opporre opinioni soggettive, invocanti cause naturali o soprannaturali, nel tentativo di ricondurre la ragione alla fede. La più fantasiosa fra quelle avanzate, tra pollini e monetine, è certamente l’ipotesi che imprecisati fenomeni nucleari avvenuti all’atto della resurrezione atomica di Cristo abbiano modificato la struttura del telo, cospirando a falsarne la datazione in modo da farla coincidere proprio con il periodo della sua apparizione storica. Evidentemente, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Coloro che invece hanno orecchie per intendere, intendono che il fatto miracoloso non sussiste. Per me, dunque, il caso è chiuso. Ma sono curioso di conoscere la sua opinione sull’argomento: quello oggettivo che ci presenta la Sindone, ma anche quello soggettivo che ho esposto io. Piergiorgio Odifreddi Caro professor Odifreddi, vedo che siamo ambedue nativi della provincia di Cuneo e questo mi dà gioia e mi provoca simpatia. I cuneesi sono “quelli del gozzo” (quante bisticciate da ragazzo con quelli della provincia di Torino), ma anche se non si fanno tanti complimenti, per lo più finiscono per capirsi. […] A me sembra innegabile che l’immagine presente sulla Sindone raffiguri un uomo morto a causa della tortura della crocifissione. Lei ha enumerato parecchie anomalie presenti nella figura sindonica, ma queste aumentano la stranezza misteriosa del reperto, senza però impedire la constatazione di fondo che dicevo: immagine di un uomo morto per crocifissione. La reazione di chi guarda questa immagine può essere varia: una persona con un po’ di cuore sente compassione per tanta sofferenza e indignazione per quella dimostrazione di crudeltà raffinata; sorge intanto la curiosità di capirci qualcosa. Chi ha un po’ di conoscenza della vicenda di Gesù di Nazareth si rende facilmente conto della corrispondenza che passa tra la vicenda dell’uomo della Sindone e quella che ha portato Gesù alla morte: glielo dice una tradizione di devozione, ma soprattutto ne ha conferma da quel poco o tanto che conosce dei racconti evangelici della passione di Gesù. A questo punto, se chi guarda ha la fede, nasce un sentimento spontaneo di interesse affettuoso per un oggetto testimone di un evento tanto importante per la sua vita. Mi sembra che questo sentimento sia di natura prescienti-fica, perché viene prima che siano state poste e affrontate tutte le domande che il reperto suggerisce. Queste domande sorgono ben presto e io che guardo ci vado dietro con molto interesse, ma non mi sento condizionato dalle risposte che posso udire, perché la funzione di segno comunque è svolta da quell’oggetto, qualunque cosa possa pensare della datazione della sua origine e della modalità di formazione della sua immagine (che sono poi le due domande fondamentali provocate da quel reperto).

DEVOZIONE E DISTRUZIONE Penso che questa lettura sia determinante, perché relativizza non solo la scienza ma la Sindone stessa: il suo interesse fondamentale consiste nell’essere un segno e questo funziona indipendentemente
dalla consistenza della sua natura (la scritta “senso unico” ha la stessa forza di segno sia che la trovi incisa su una lastra di metallo prezioso sia che l’abbiano stampata su cartongesso). La povertà di certezze è la forza della Sindone, e a me personalmente la rende anche cara. Partendo da questa lettura delle cose, non mi sento condizionato al discorso dell’autenticità. C’è chi dice: per continuare a proporre la devozione alla Sindone, la Chiesa deve decidersi a definirne l’autenticità; e c’è chi dice: l’autenticità è del tutto esclusa e quindi la Sindone deve essere eliminata. Non condivido nessuno dei due presupposti: che sia stata detta l’ultima parola sull’autenticità oppure che siano state portate prove definitive della non autenticità; e comunque non mi sento condizionato né dall’uno né dall’altro, perché nel primo caso comunque non avrebbe senso parlare di definizione (la Sindone non è un articolo di fede) e nel secondo caso resterebbe immutata la sua efficacia di segno. Il discorso a questo punto è tutt’altro che finito, ma può svolgersi in uno stato d’animo sereno. M’interessa molto sapere se questo lenzuolo ha veramente avvolto il cadavere di Gesù. [...] Certo è la causa di Gesù che viene in gioco con la Sindone. Se non fosse così, i misteri che essa porta in sé interesserebbero sì gli scienziati, ma verrebbero discussi in un loro gremio ristretto, se ne scriverebbe su qualche rivista letta da una dozzina di lettori, e tutto finirebbe lì. Certo la Chiesa ha la sua parte in questa proposta devozionale, ma credo proprio di poter dire – dall’esperienza delle tre ostensioni di cui ho avuto una particolare responsabilità – che il tono apologetico è stato evitato il più possibile, a costo anche di essere decisi nel determinare un orientamento corrispondente a chi avesse voluto pronunciamenti impropri. Ognuno ha il suo modo di sentire, ma l’impostazione fondamentale ha cercato di essere coerente e ha avuto la gioia di sentirsi confermata dall’insegnamento del Papa, quando venne in pellegrinaggio nel 1998. Per conto nostro si ripeteva spesso che la Sindone non ha bisogno delle nostre esagerazioni; ciò che conta è l’attenzione e la disponibilità di vita di fronte al suo messaggio.

martedì 20 aprile 2010

Il comunismo, il populismo e l'Italia postcostituzionale

Dal sito di micromega un'intervista al filosofo sloveno Slavoj Zizek.

Le ragioni ritrovate del pensiero critico. Intervista a Slavoj Zizek

La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento. Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del libro «Dalla tragedia alla farsa»

[...]

Lei ha spesso sottolineato che il populismo sia una malattia del Politico. Non le sembra invece che il populismo, più che una malattia, sia la forma politica che meglio di altre si addice al capitalismo contemporaneo?
Fino a una manciata di anni fa veniva affermato che il capitalismo era sinonimo di democrazia nella sua forma liberale, fondata sulla tolleranza, il multiculturalismo e il politically correct. Ora, invece, assistiamo a forze o leaders politici che invocano la mobilitazione del popolo per combattere i nemici dello stile di vita moderno.

[...]

D'accordo con lei che il populismo indirizza il conflitto verso nemici di comodo per occultare il regime di sfruttamento del capitalismo. Questo vuol dire che occupa uno spazio politico abbandonato, ad esempio, dalla sinistra. Come rioccupare dunque quello spazio?
Walter Benjamin ha scritto che il fascismo emerge laddove una rivoluzione è stata sconfitta. Un concetto che applicato alla realtà contemporanea spiega il fatto che il populismo emerge quando l'ipotesi comunista, che non coincide con il socialismo reale, è stata cancellata dalla discussione pubblica. Nel frattempo, nel tollerante capitalismo contemporaneo assistiamo a campagne mediatiche contro i migranti, perché attentano alla nostra sicurezza. Oppure siamo stati storditi da intellettuali che, come Bernard Henri-Levy, discettano a lungo sulla superiorità della civiltà occidentale e sul pericolo del rappresentato dal fondamentalismo islamico, qualificato come islamo-fascismo. Credo tuttavia che ci siano forti punti di contatto tra l'ideologia liberale e il populismo: entrambi sono pensieri politici che ritengono lo stile di vita capitalistico occidentale come l'unico mondo possibile. I liberali, in nome della superiorità della democrazia, i populisti in nome dell'unico stile di vita che il popolo si dà. Ci sono anche differenze. I liberali sono per imporre, anche con le armi, la democrazia e la tolleranza a chi democratico e tollerante non è; i populisti vogliono invece annichilire con forme soft di pulizia etnica le diversità culturali, sociali, di stile di vita. Può prevalere la democrazia liberale o il populismo a seconda delle specificità locale del capitalismo. Il populismo è quindi una delle forme politiche del capitalismo globale, ma non è l'unica. Anche se devo dire che il vostro Silvio Berlusconi, spesso giudicato come un guitto o un personaggio da operetta, è invece un leader politico da studiare con attenzione, perché cerca di coniugare democrazia liberale e populismo.
Silvio Berlusconi sta tuttavia accelerando una tendenza presente in tutto i sistemi politici democratici. Il suo operato punta infatti a modificare l'equilibrio dei poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - a vantaggio dell'esecutivo, in maniera tale che sia l'esecutivo sussuma sia il potere legislativo che quello giudiziario, ma senza cancellare i diritti civili e politici. Le elezioni sono considerate solo un sondaggio sull'operato dell'esecutivo. Se Berlusconi le perde, invoca allora la sovranità popolare da lui rappresentata. La forma politica che propone è sì una miscela tra democrazia e populismo, sebbene la sua idea di democrazia sia una democrazia postcostituzionale che fa dell'invenzione del popolo il suo tratto distintivo. Tutto ciò rende l'Italia, più che un paese anomalo, un inquietante laboratorio politico dove viene sviluppata una democrazia postcostituzionale. Da questo punto di vista, in Italia si sta costruendo il futuro dei sistemi politici occidentali...

Cosa intende per postcostituzionale?
Una democrazia che fa carta straccia della antica divisione e equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giuridico. Equilibrio dei poteri definito da tutte le costituzioni europee e dal «Bill of Rights» statunitense.....
In Europa tutto ciò è chiamato postdemocrazia. Certo, Silvio Berlusconi vuole superare la democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto nel capitalismo. Per questo è un leader politico che più di altri, penso al presidente francese Nicolas Sarkozy, ha una vision molto più chiara della posta in gioco nel capitalismo. Questo vuol dire che è più pericoloso di altri esponenti della destra europea o statunitense. Non ci troviamo quindi di fronte a un personaggio da operetta, che va a donne e promulga leggi ad personam. C'è anche questo. La tragedia presenta sempre momenti da operetta. C'è però tragedia quando si manifestano conflitti radicali, dove non c'è possibilità né di mediazione né di salvezza. Sarà quindi interessante vedere come evolverà la situazione italiana, che non rappresenta, e su questo sono d'accordo con lei, un'anomalia, ma un laboratorio politico il cui esisto condizionerà tantissimo il futuro politico dell'Europa. In Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Francia, Inghilterra ci sono infatti forze politiche populiste che raccolgono sempre più consensi elettorali grazie alle campagne antimigranti che conducono, ma non hanno quella radicalità che presenta la situazione italiana.
Detto questo non bisogna però sviluppare una visione apocalittica della realtà, Certo, c'è una guerra civile strisciante nelle società capitaliste; l'inquinamento ambientale ha raggiunto i livelli di guardia, la democrazia è ridotta a un simulacro, eppure non tutto è perso. Anzi come dimostra la recente crisi economica, quando tutto sembra perso si aprono spazi per un'azione politica radicale, che io chiamo comunista. Prendiamo il recente summit sull'ambiente tenuto nei mesi scorsi a Copenaghen. L'esito finale più che avere un esisto deludente è stato un disastro politico. Ci sono proposte, sconfitte nei lavori del summit, che indicano nella salvaguardia dell'ambiente una delle priorità per salvare il capitalismo. Potremmo pensare a un'alleanza tattica con chi le porta avanti. La crisi economica ha inoltre richiesto un'intervento dello stato per salvare dalla bancarotta imprese, banche e società finanziarie. Ma questo ha significato che il tabù sulla pericolosità dell'intervento regolativo dello stato è stato infranto. Questo potrebbe rafforzare i socialisti, cioè coloro che puntano a una redistribuzione del reddito e del potere. Non è la politica che io amo, ma apre spazi a proposte più radicali. In altri termini, ritorna forte l'idea comunista di trasformare la realtà. Ciò che propongo non è un mero esercizio di ottimismo della ragione, bensì la consapevolezza che ci sono forze e rapporti sociali che possono essere liberati dalla camicia di forza del capitalismo.
Toni Negri e Michael Hardt pensano che accentuando le caratteristiche del capitalismo postmoderno si creino le condizioni per il governo del comune, cioè del comunismo grazie a quelle che definisco le virtù prometeiche della moltitudine. Più realisticamente penso che occorre organizzare le forze sociali oppresse per un'azione praticabile nel presente e nell'immediato futuro.

Lei scrive, in sintonia con Alain Badiou, che il comunismo è un'idea eterna. Una politica «comunista» deve tuttavia ancorarsi a un'analisi dei rapporti sociali di produzione e delle forme che essi assumono in una contingenza storica. Si può essere d'accordo o in dissenso con le tesi di Negri e Hardt sul capitalismo cognitivo, ma i loro scritti segnalano proprio questa necessità. Altrimenti, il comunismo diventa una teologia politica, non crede?
Non credo che, come fanno Hardt e Negri, che con lo sviluppo capitalista le forze produttive entrino, prima o poi, in rotta di collisione con i rapporti sociali di produzione. Occorre infatti agire politicamente affinché ciò accada. È questa l'eredità di Lenin che non potrà mai essere cancellata. Usciamo però fuori dai sacri testi e guardiamo al capitalismo reale. Esiste certo uno strato di forza-lavoro cognitiva, ma anche . chi continua a lavorare in fabbrica e chi, come i migranti, sono ridotti in una condizione di sottomissione servile nel processo lavorativo. Per non gettare nella discarica della storia questi «esclusi» o «marginali», serve cioè una forte immaginazione politica per ricomporre e unire i diversi strati della forza-lavoro. La teologia è sempre affascinante, ma quando dico che l'idea comunista è eterna mi riferisco al fatto che è una costante della storia umana la tensione a superare le condizioni di illibertà e sfruttamento. Per questo, il comunismo torna sempre, anche quando tutto faceva prevedere che fosse rimasto definitivamente sepolto sotto le macerie del socialismo reale.

giovedì 25 marzo 2010

Berluskoniev

Dal sito di MicroMega una lettera forte di padre Farinella, il prete ormai conosciuto per le sue posizioni esplicitamente contro Berlusconi.

Altrachiesa

L’immondo travestito da agnello. Berlusconi scrive al Papa sulla pedofilia

di Paolo Farinella, prete, 22 marzo 2010

Oggi il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, scrive al Papa per complimentarsi della lettera agli Irlandesi sui preti pedofili. Egli scrive che Benedetto XVI «è chiamato a confrontarsi con situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana». Poverino! Non riesce a pronunciare la parola «pedofilia». Si è sforzato, ma non ci riusce perché dovrebbe parlare di «sessualità scomposta» perpetrata in luoghi e sedi istituzionali, a dispetto e dileggio di quella morale cattolica di cui ogni giorno pubblicamente fa i gargarismi, mentre in privato ne fa strage. Non può parlare di «sesso», lui che, mentre inneggia «alla sostanza stessa della religione cristiana», frequenta prostitute a pagamento dietro compenso in denaro e in posti in parlamento o al governo e dalla moglie è condotto in giudizio per separazione per colpa.

Qual è il significato di questa lettera insulsa, senza senso, ridicola e immotivata? Io penso che voglia cavalcare il momento di difficoltà del Vaticano, criticato da larghissima parte della Chiesa che ha valutato la lettera agli Irlandesi inadeguata, insufficiente, scontata. Dopo il fallimento del raduno di Roma con metà presenze di precari pagati a cento euro cadauno, il debosciato ha bisogno di ricrearsi una verginità formale e vuole fare sapere al mondo intero che egli sta dalla parte del Vaticano, sempre e comunque. L’immondo travestito da agnello.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una strumentalizzazione di un momento tragico e doloroso della Chiesa con responsabilità oggettive di papa Ratzinger e contorno e il Caimano ne approfitta subito per fare una genuflessione blasfema ad uso personale, perché il fantoccio di uomo non sa vedere altro che usi personali, addomesticati alla sua bisogna. La lettera al papa, opportunamente divulgata, è una forma di propaganda elettorale verso quell’elettorato debole cattolico che si lascerà incantare da questo tronfio e immondo pifferaio.

Il tocco finale, da lupanare, è il riferimento all’efficacia della lettera dovuta secondo lui alla «umiltà e sincerità unita alla chiarezza delle ragioni che il Papa mette in campo». Riguardo all’umiltà, Berluskoniev è un maestro impareggiabile: umile, mite, altruista e, quello che più conta, fondatore del partito dell’amore a pagamento e delle prostitute affittate «a carrettate», con i cattolici che tengono bordone e reggono il moccolo.

Da cattolico inorridisco e vorrei sperare che il Papa usasse le sue scarpette rosse per il tiro al bersaglio, nella certezza che questa volta lo Spirito Santo guiderebbe la santo mano per fare centro sul bersaglio catramato e inamidato. So anche, però, che l’Utopia in Vaticano è morta e sepolta da un pezzo. W l’umiltà! Parola di Berluskoniev, spergiuro di professione.

(23 marzo 2010)

giovedì 18 febbraio 2010

Le scelte di Di Pietro

Da Micromega un articolo sulla decisione di Di Pietro di andare verso il PD.

Il prevedibile abbraccio fra Di Pietro e De Luca

Lungi dall’essere un fulmine a ciel sereno, la “svolta realista” dell’Italia dei Valor affonda le sue radici nella strategia “frontista” da sempre perseguita dal partito dell’ex pm.

di Emilio Carnevali

La standing ovation tributata dal congresso dell’Idv al candidato alla Regione Campania Vincenzo De Luca si colloca all’interno di una più generale “svolta strategica” del partito: passare dalla pura opposizione testimoniale alla costruzione di un’alternativa di governo; dall’idealismo della denuncia intransigente al pragmatismo della realpolitik. Così almeno Antonio Di Pietro l’ha presentata ai suoi delegati congressuali, i quali hanno dimostrato con estrema chiarezza di condividere la rotta delineata dal presidente. Molto meno persuasi sono stati invece diversi commentatori esterni nient’affatto pregiudizialmente ostili al movimento dipietrista (da Travaglio a Grillo, fino allo stesso direttore di MicroMega). Qualcuno ha parlato addirittura di un “suicidio politico”.
Tuttavia può forse essere utile un supplemento di analisi che, prescindendo dal giudizio di valore sulle scelte compiute da Di Pietro, cerchi di spiegarne le ragioni oggettive.

1. Da diversi mesi i vari istituiti di sondaggi erano concordi nel segnalare un arretramento dell’Idv dopo il boom registrato alle elezioni europee dello scorso giugno, e questo proprio in un periodo in cui la curva della mobilitazione antiberlusconiana era ai massimi dall’inizio della legislatura, con la poderosa manifestazione del No B Day che aveva visto nell’Idv il suo naturale percettore di consenso (al là dello sbandierato antipartitismo degli organizzatori).
L’impressione che dava l’Idv era quella di aver “tirato su” tutto il possibile da un bacino elettorale estremamente vasto in alcuni segmenti di società – soprattutto considerando parametri quali l’età (bassa), il titolo di studio (elevato), il contesto residenziale (grandi città) – ma alla fine dei conti non troppo più esteso dell’attuale area di consenso già conquistata dal partito. E soprattutto molto più ristretto di quanto le ambizioni di Antonio Di Pietro possano permettere: quello che ha in testa l’ex pm è un partito post-ideologico a “vocazione coalizionale” (un partito puzzle), in questo non troppo diverso dal partito a “vocazione maggioritaria” sognato da Walter Veltroni. Ma qui passiamo al secondo punto.

2. Nonostante nell’ultimo periodo, dopo la scomparsa dal parlamento della sinistra radicale, l’Idv ne abbia occupato lo spazio politico (assorbendone istanze, parole d’ordine e… voti), la strategia di Di Pietro non può essere letta con le medesime categorie che venivano applicate al panorama politico pre-2008. Di Pietro non vuole costruire una forza di “medio calibro” (attorno all’8%-10%) collocata stabilmente “a sinistra” del Pd e destinata a riprodurre la vecchia dialettica interna all’Unione fra moderati e sinistra radicale. La stessa scelta del gruppo liberale come inquadramento europeo del suo partito – in virtù del quale Di Pietro alle ultime elezioni tedesche ha esultato per la vittoria del suo “omologo” Guido Westerwelle (attualmente “ala destra” nel governo di coalizione guidato dalla cristiano-democratica Angela Merkel) – dimostra come all’ex pm l’angolo in basso a sinistra sta molto stretto. L’Idv vuole essere un partito che parla “a tutto campo” all’elettorato di centrosinistra. E per fare questo è disposto a tenere insieme componenti molto diverse, rappresentate icasticamente dall’avvicendarsi sul palco del congresso di Roma del responsabile lavoro Maurizio Zipponi e del responsabile economia Sandro Trento. Due persone che, anche fisicamente, non potrebbero essere più diverse. Baffuto sindacalista ex-Fiom il primo, col suo accento bresciano e la sua retorica ruvida da “assemblea in sala mensa”, ha messo in guardia la platea dal pericolo di colonizzazione industriale che il nostro sistema produttivo sta subendo in questo periodo di crisi; compassato ex direttore del Centro Studi della Confindustria il secondo, impeccabile nel suo completo grigio e cravatta blu, ha sciorinato tutto l’armamentario della lettura del berlusconismo come “modernizzazione liberale tradita”: contro una destra che non ha “cultura del mercato e della concorrenza” e contro una sinistra prigioniera dell’inadeguatezza delle sue ricette stataliste (sulla necessità di attrarre capitali esteri anche negli asset strategici lo scontro con Zipponi è stato esplicito).

3. Il vero fattore identitario dell’Idv è l’antiberlusconismo e questo ne fa un partito naturalmente bipolarista e tendenzialmente bipartitista. Se il berlusconismo è considerato il “fascismo del terzo millennio”, è ovvio che qualsiasi alleanza può essere giustificata alla luce di una strategia “frontista”. La gran parte dell’elettorato “dipietrista-antibelusconiano” storce il naso su certe candidature, ma al dunque non voterebbe una lista minoritaria che ostacola la vittoria del centrosinistra in nome di pur nobili “questioni di principio”. Nelle circa quattro ore dello spettacolo teatrale che qualche settimana fa Marco Travaglio ha portato a Roma, l’applauso più lungo e fragoroso della platea è stato riservato alla battuta salace su Fausto Bertinotti e le sue responsabilità nella caduta del primo governo Prodi. È un particolare di colore, ma assai indicativo per leggere umori, inclinazioni, e dunque “vincoli d’azione” cui è sottoposto qualsiasi soggetto che si candidi a dare “traduzione politica” a questi umori.

4. L’abbraccio fra De Luca e Di Pietro non rappresenta affatto una rottura netta rispetto alla linea di intransigenza tenuta fino ad ora dall’ex pm. Come testimonia l’inchiesta pubblicata da Micromega (5/2009) Di Pietro ha sempre dimostrato una certa disinvoltura (qualcuno ha parlato addirittura di “spregiudicatezza”) nella selezione della propria classe dirigente e nella scelta dei propri partner politici. Le ragioni dell’etica e della trasparenza sono sempre venute a patti, fin dal giorno della fondazione del partito, con quelle del consenso e dell’alleanza con i gruppi che contano sul territorio. La realpolitik – giusta o sbagliata che sia (brevissima digressione: chi scrive non è per nulla insensibile alle ragioni del “realismo politico”) – Antonio Di Pietro l’ha sposata il giorno stesso in cui ha fatto il proprio ingresso in politica.

5. Luigi De Magistris non poteva che declinare l’invito a candidarsi contro De Luca alla presidenza della Regione Campania, in primo luogo per tener fede al mandato ricevuto da una valanga di voti (alle Europee ha battuto lo stesso Di Pietro in quattro circoscrizioni su cinque). A uno che ha fatto della “serietà” e del “rispetto per le istituzioni” le proprie bandiere, difficilmente sarebbe stato perdonata un’iniziativa avventurosa e “iperpolitica” come quella di sfidare De Luca in Campania. Iniziativa destinata a sicura sconfitta per il governo della Regione, ma eventualmente funzionale alla costruzione di un progetto politico di alternativa per portare avanti il quale l’ex pm di Why Not non ha attualmente né la forza all’interno dell’Idv né gli interlocutori esterni in grado di fargli da sponda.

In conclusione, se con la scelta di appoggiare Vincenzo De Luca Di Pietro abbia davvero decretato l’inizio della fine del suo ciclo politico sarà il tempo a dirlo (anche se la cosa sembra alquanto improbabile). Di certo non è stata una mossa improvvisa e imprevedibile.

(15 febbraio 2010)

domenica 14 febbraio 2010

La legge è uguale per tutti

L'appello del Popolo Viola ripreso dal sito di MicroMega.

“La legge è uguale per tutti”. L’appello del popolo viola per la manifestazione del 27 febbraio contro l’illegittima impunità

Pubblichiamo il testo dell'appello promosso da Popolo Viola Roma, Presidio Permanente Montecitorio, Bo.Bi., Blog San Precario, LiberaCittadinanza e pagina Facebook del Popolo Viola per una manifestazione nazionale contro il legittimo impedimento e a sostegno degli organi di garanzia costituzionale.

Siamo persone libere, autonome dai partiti, decise a rilanciare il rinnovamento culturale e politico in questo Paese.

Rinnovamento gioioso, pacifico e determinato che nasce con il No B Day: l'imponente manifestazione che ha riempito Piazza san Giovanni a Roma il 5 dicembre 2009. La grande festa di democrazia che ha colorato di viola strade e piazze in Italia e nel mondo.

Noi crediamo che l'approvazione della norma sul legittimo impedimento eleverebbe di fatto un cittadino italiano al di sopra degli altri, e dei principi di legalità: violazione palese della nostra Carta Costituzionale.



Non è più tempo di indugiare: è ora che tutti ci mettano la faccia.

Per questo invitiamo tutti gli esponenti della cultura e dell'informazione, della scienza e dello spettacolo, delle forze democratiche e del lavoro, ad aderire e partecipare alla nostra nuova iniziativa.

Per questo invitiamo tutti i cittadini alla grande manifestazione di Roma, in Piazza del Popolo, sabato 27 febbraio 2010 dalle ore 14.30.

A due mesi dal No B Day il rischio per la democrazia è ancora più grande.
Perciò torniamo nella piazza, affianco alla Costituzione e a sostegno degli organi di garanzia che essa prevede:

Nessuna legittimazione per chi attacca i principi della civile convivenza!

Altre informazioni e aggiornamenti alla pagina Facebook del popolo viola

giovedì 4 febbraio 2010

Perché Emma Bonino fa paura

Vi ricordate il prete che scrisse quella lettera pubblicata anche su repubblica in cui chiedeva alla gerarchia ecclesiastica di allontanarsi da Berlusconi? Paolo Farinella.

Da Micromega del 1 febbraio.

Un prete cattolico contro il Dio di Giuliano Ferrara

di Paolo Farinella, prete

Sul “Foglio” (30 gennaio 2010) a firma di Pietrangelo Buttafuoco è apparso un articolo dal titolo “Amano Dio e votano Emma”. Il riferimento è alle prossime elezioni regionali laziali, ma lo sguardo si allarga all’orizzonte dell’Italia e del mondo. Un nuovo «padrino della Chiesa» è sorto alla fine di gennaio dalla cattedra patriarcale del «Foglio» dei dintorni berlusconiani e come da programma, incluso nel cognome, butta nel fuoco delle Gehènna tutto e tutti, salvando solo il piccolo «dio» personalizzato, fatto a propria immagine e somiglianza. Un «dio» tascabile, utile in ogni circostanza. A luogo e fuori luogo.

Se fosse stato un tema da scuola media, l’insegnante l’avrebbe cassato tutto con la motivazione: fuori tema, da cima a fondo. L’impressione alla prima lettura è di depressione spinta perché sembra che da un momento all’altro l’autore si voglia suicidare perché incompreso in un mondo di atei, di senza Dio, in una chiesa traditrice dei bei tempi andati; in una parola di coloro che dicono di credere in Dio. La confusione è totale e non basta riordinare le idee, ma è necessario oltre ad un supporto psicologico, una rifondazione della teologia, specialmente tradizionale, perché l’autore deve avere studiato solo su un bignamino da bancarella.

In poche righe riscrive la storia del mondo e del pensiero filosofico-teologico: da Platone a Virgilio, dai sacerdoti ebrei al Vaticano; da Papini a Mel Gibson; dalla Russia comunista a Franco, non Ciccio, ma il generalissimo, quello che garrotava i detenuti politici, mentre quatto quatto se ne stava con il rappresentante papale in adorazione al Santissimo Sacramento: così per restare in tema di rispetto della vita.

Il dato più evidente è che il “Foglio” di Ferrara, come il cardinale Ruini, non digerisce la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio e non avendo argomenti di analisi logica, propina una frittata di temi religiosi o pseudo-tali per incitare alla rivolta contro il sistema «chiesa» italiana che non corrisponde più ai canoni del direttore del "Foglio".

Giuliano Ferrara è reduce da una sconfitta cogente sul tema dell’aborto e gli brucia che non abbia raccolto nemmeno l’1%, lui che pensava di avere dietro le armate vaticane e i plotoni delle parrocchie. Povero Ferrara! Povero Buttafuoco! Credono ancora di vivere in regime di «Christianitas» e infatti la foto che correda l’articolo lo vale tutto: una foto anni 50, processione con stuolo di preti inamidati in cotta, crocifisso avanti come alabarda e folla-folklore attorno e dietro. Una saga da paese. Ecco la fede dell’articolista. E’ meglio che si metta l’anima e il fegato in pace: quei tempi non torneranno più. Non gli va bene nemmeno la chiesuola di Ratzinger che è tutto dire. Cosa vuole una chiesa presocratica?

Non è sufficiente che papa Ratzinger stia tentando di ritornare indietro a marce forzate, reclutando lefebvriani e anglicani, seppur sposati, ma tutti con la testa rivolta al trapassato remoto; non basta che la Cei risusciti il già ex Ruini per riabilitare Berlusconi con un lauto pranzo di candidature e voti di scambio; non è sufficiente ancora che Berlusconi governi come satrapo persiano; no, ora il “Foglio” e le propaggini sue vogliono nominare il papa, i vescovi, i preti per riformare la Chiesa a modo loro, quella Chiesa di cui non hanno mai conosciuto l’indirizzo perché essi ne sono sempre stati fuori, salvo usarla come una puttana per buttarla via quando non serve.

Il pistolotto sul Concilio poi è sorpassato dopo che tutti a cominciare dal papa stesso, da buona parte della Cei, da tutta la curia romana, sparano ad alzo-zero su di esso, facendo un distinguo di lana caprina per dire in modo ecclesiastico che non c’è discontinuità tra il Vaticano II e il magistero precedente, Concili compresi. Un modo meschino per dire: al Concilio ci pensiamo noi, lo eliminiamo lasciandolo in piedi. Anzi, lo citeremo sempre di più, ma lo svuoteremo della sua anima e della sua carne. Stia tranquillo, il Pietrangelo: su questo versante il concilio, causa di tutti i mali, compresi il fuoco di Sant’Antonio, i reumatismi e il disgelo del popolo nord, non esiste più.

Le lamentazioni di Buttafuoco sono, infine, provvidenziali perché devono fare riflettere la gerarchia cattolica che è pericoloso giocare a fare gli apprendisti stregoni. Ecco i frutti della denigrazione del Concilio: poiché non si condivide la politica e qualche ciambella non viene col buco sperato, si dà fuoco a tutto, a Dio col quale è bene vedersela da soli, alla Chiesa (non si sa di cosa parli il Buttafuoco) che dovrebbe essere una combriccola di estrema destra, perché la gerarchia cattolica che è dichiaratamente di destra non basta più: deve andare oltre se stessa ed essere eversiva, a supporto all’attuale governo.

Non credo che Giuliano Ferrara, mandante armato di questo ballon d’essai, sia un ingenuo; al contrario, penso che abbia dichiarato guerra alla gerarchia cattolica perché se non rientra nei ranghi e non molla il centro casiniano per privilegiare il berlusconismo, avrà vita dura e una campagna denigratoria sullo stile delle mitragliatrici di famiglia: il Giornale e Libero. Boffo docet! Che altro potrebbe essere questo articoletto senza capo né coda, senza pensiero, scritto da uno sotto effetti allucinogeni, se non un ricatto?

Emma Bonino, è arma ignara, usata come fantasma per fare paura ad una gerarchia disorientata, che ha perso il polso del paese e annaspa nelle sabbie mobili dell’incertezza. La vicenda di Vendola ha fatto tremare più di una sedia al potere: i partiti ordinano, ma la gente li sfotte e quando può votare, vota contro. Emma Bonino sarà eletta nel Lazio se non altro perché la gente voterà contro le indicazioni dei caporioni e della gerarchia cattolica. Non fa paura la Emma, ma la possibilità che possa mettere le mani sulla sanità privata e tagliare le mani avide che mangiano ai quattro palmenti attraverso il sistema immorale delle cliniche private. Hanno paura che metta mano al sistema delle scuole e favorisca quella pubblica a scapito della privata.

Non temono la Bonino radicale, abortista, libertaria e donna, temono che una volta al potere la fantasia possa fare il resto. Da qui a maciullare lo stato di diritto il passo è cortissimo: ormai siamo in uno Stato di sopruso che ha scippato la democrazia del diritto di voto che deve essere libero; mentre «lorsignori» vogliono un sistema di guarentigie che garantisca privilegi e posti ad uomini pii e devoti obbedienti. Il Vaticano e la Cei sono avvertiti anche dal “Foglio”: la guerra è cominciata e non si guarderà in faccia ad alcuno. Anche Dio diventa un proiettile all’uranio arricchito perché questa volta, come diceva l’ex avvocato Cesare Previti: “questa volta non faremo prigionieri”.

(1 febbraio 2010)

domenica 22 febbraio 2009

In difesa della Costituzione: Noi ci siamo!


Da un post di Marco Travaglio su Voglioscendere:

Mentre scrivo, gli amici in piazza Farnese per la manifestazione di MicroMega per la libertà di scelta e contro il governo Berlusconi mi dicono che la piazza è gremita, e anche le strade vicine. Dieci giorni fa in piazza Santi Apostoli, pur dimezzata dal recinto dei tremebondi organizzatori del Pd, c’erano poche centinaia di persone ad ascoltare Oscar Luigi Scalfaro in difesa della Costituzione assaltata dal duce di Arcore mentre moriva una povera ragazza in coma vegetativo da 17 anni.

Mentre il Pd si avvia al suicidio definitivo, respingendo la richiesta di nomi nuovi e primarie subito che sale dalla base, e nominando dall’alto tal Franceschini alla guida del principale (ancora per poco) partito di opposizione, l’unica presenza visibile e crescente contro il regime berlusconiano è quella della società civile che chiede una politica nuova e pulita, cioè una politica. Motivo in più per non scoraggiarsi e per insistere. Motivo in più per cogliere ogni occasione utile per mostrare che ci siamo, e siamo in tanti.

Qualche mese fa, quando nessuno lanciava l’allarme per la Costituzione minacciata, Massimo Fini mi propose un appello. L’abbiamo messo in rete e abbiamo raccolto, praticamente a mani nude, quasi 30 mila firme. Grazie ai tanti cittadini comuni che han fatto girare la voce e ai tanti blog che l’hanno fatto proprio. Ora molti amici di questo blog ci domandano che cosa ne facciamo di quelle firme. Ci abbiamo pensato anche noi. Mandarle a qualche partitocrate, perché le cestini? Spedirle al Quirinale, magari per ricevere una letterina di un burocrate che ci ringrazia e assicura la massima attenzione? No, meglio lasciar perdere. Il valore di quelle firme è in quelle firme: un segnale visibile, una presenza importante, un sasso nello stagno. Non una lista di nomi, ma una comunità viva e vitale di persone che “ci mettono la faccia” per far sapere che la Costituzione sono pronti a difenderla a ogni costo. Ora sappiamo su quanti e su chi possiamo contare, e non è escluso che presto o tardi potremo coinvolgerli in qualche iniziativa più concreta.

Nessuna manifestazione, nessun appello, nessuna petizione è sufficiente, da sola, a cambiare le cose. Come nessuno di noi, da solo, può incidere più di tanto su una realtà che non ci piace. Ma tutti insieme, con tutte le armi legali che ci sono consentite, possiamo fare molto. Il regime comincia a scricchiolare, anche se riesce ancora a nascondere bene i suoi scricchiolii. Un giorno, magari non troppo lontano, quando meno ce lo aspettiamo, cederà di colpo. Come il muro di Berlino, nel 1989. Come la Prima Repubblica, nel 1992-’93. E noi saremo lì, pronti. Anzi, ci siamo già.

sabato 21 febbraio 2009

Appello: "Sì al testamento biologico"


Dal sito di MicroMega un Appello:

“Sì alla vita, no alla tortura di stato” - Roma, piazza Farnese, sabato 21 febbraio ore 15

FIRMA L'APPELLO di Lorenza CARLASSARE, Andrea CAMILLERI, Furio COLOMBO, Umberto ECO, Paolo FLORES D'ARCAIS, Margherita HACK, Pancho PARDI, Stefano RODOTA':

"La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive. Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l’alimentazione e l’idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.

Pur di imporre questa legge khomeinista, Berlusconi ha dichiarato che intende sovvertire la Costituzione repubblicana. E’ arrivato ad oltraggiare una delle costituzioni più democratiche del mondo, la nostra, definendola “filosovietica”, mentre non perde occasioni per elogiare il suo “amico Putin”, ex-dirigente del Kgb. Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “ora basta!”.