mercoledì 31 marzo 2010

Movimento dal basso

Dal Fatto un'intervista di Peter Gomez a Grillo.

GRILLO

“Attenti, tra un anno avremo 100mila iscritti”

Il “Movimento 5 stelle” e il successo alle Regionali

di Peter Gomez

Beppe Grillo cosa è successo in Piemonte? Dicono che avete fatto perdere al centrosinistra la regione. “Guardi, la verità è un’altra: Mercedes Bresso ci ha tolto un sacco di voti”. Se si volesse trattare il Movimento 5 Stelle come una sorta di fenomeno pop, nato al seguito di un comico famoso, si potrebbe chiudere l’intervista qui. Con una battuta. Ma la realtà è un’altra. E va ben oltre i risultati elettorali che hanno sancitoexploitdeiragazzidiGrillo in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Piemonte, con percentuali che variano tra il 3 e il 7 per cento. Perché ormai da anni, mentre tutti li accusavano di anti-politica, decine di migliaia di giovani in Italia facevano politica.
Grazie alla Rete e radunati nei meetup (un milione e mezzo di iscritti) discutevano di problemi del territorio, di termo-valorizzatori, di biomasse, di economia e sviluppo. Organizzavano incontri con esperti e premi Nobel, mettevano in calendario dibattiti e conferenze. Tutto bello, Grillo, però la morale è che Berlusconi, lo psiconano, ora può sostenere di aver vinto. E Bersani dice che il vostro è stato un cupio dissolvi... “Con Bersani non parlo, è un dipendente. Io parlo solo con D'Alema. E poi il loro gioco è proprio quello dei bari. Fanno come le squadre di calcio, si vendono le partite prima”. Vuol dire che il risultato delle Regionali era stato deciso a tavolino? “Registro ciò che vedo. Funziona così: io ti metto Loriero in Calabria - e so già che non prendo un voto - se mi dai un pezzo di Veneto. Io metto De Luca in Campania, se tu mi dai qualcosa d’altro. Solo che nel Lazio, con la storia della lista della Polverini, gli è andata male. Ma candidare in Lombardia una salma come Penati vuol dire sapere già che si perde. Queste sono spartizioni che la gente ha capito. Ecco perché si astiene”. E se invece quella del Pd fosse solo stupidità? “Se lo è, è ancora peggio. Se fosse così non avrebbero nemmeno il diritto di gestire un condominio”. Però il Pd ha ancora milioni di voti. Ai loro elettori cosa dice?. “Guardi, questa estate, quando avevo fatto la provocazione di candidarmi a segretario del partito, avevo detto: prendetevi il nostro programma, non potete avere lo stesso del Pdl. Prendete il nostro programma sull'acqua pubblica, sul wi-fi gratuito, sui trasporti, sul cemento zero. Lì dentro c’era tutto: dalle leggi, proposte, con centinaia di migliaia di firme sul ritorno al voto di preferenza, sino all’ineleggibilità dopo due legislature, all’abolizione della legge Gasparri e all’informazione e al Parlamento pulito. Così alle primarie non mi hanno fatto partecipare. E sa perché?.” No. “Del loro elettorato non si fidano. D’Alema dovrebbe per una volta uscire allo scoperto e fare la prova canotto...” Canotto? Io credevo che andasse in barca a vela... “No, lui e gli altri devono usare il canotto, se davvero hanno consenso. Radunino una folla e poi prendano un canotto e si facciano trasportare dalla gente. Loro devono fidarsi del loro elettorato. Io l’ho fatto due volte, durante la campagna per le Regionali, e garantisco che è davvero un atto di fiducia mettersi in mano alla gente”. Potrebbe anche essere populismo. I bagni di folla piacciono soprattutto a Berlusconi... “Non mi pare proprio. Perché il percorso che ci ha portato al successo di oggi è cominciato dal basso. Non dall’alto. È democrazia partecipativa partita dai social network. Dai risultati delle primarie che consegnammo a Romano Prodi. Il quale non comprese assolutamente che cosa erano. Eppure si trattava della sintesi di otto mesi di dibattitotra800.000persone.Una discussione a cui avevano partecipato premi nobel e idraulici, elettricisti e ingegneri dell’energia, su temi come la salute, i trasporti, la borsa, la Telecom. Ci eravamo messi d’accordo su otto punti. Ma visto che non ci hanno nemmeno preso in considerazione vuol dire che anche a lui interessavano solo i comitati di affari”. O forse era semplicemente troppo vecchio per capire... “Il fatto è che, anche se non se ne sono accorti, tutto sta cambiando. Ma oggi, a parte le nostre liste, l’unica nota vera è la Lega che è un movimento basato sul territorio. Eppure tra un anno noi, grazie al Web avremo più di 100.000 iscritti al Movimento e tutti allora ci dovranno considerare. Anche i tg, di cui peraltro ci importa molto poco. Anche se, visto il digital divide, adesso può succedere che in Campania,dovec’èforseilpiùbelmeetup d’Italia con 4000 iscritti, ci siano delle difficoltà a farci conoscere”. Diceva della Lega. Grillo ma non è che anche lei e il suo movimento state diventando federalisti? “Nonèunaquestionediideologie. I nostri eletti sono laici e rispondono solo ai social network. Sono dei terminali dei social network. Nelle regioni si prendono decisioni importanti: si decide sulla salute, sull’acqua, sulla vita della gente. Ma i cittadini non sanno nulla. I nostri consiglieri saranno così dei terminali per svelare che cosa succede e per portare nelle regioni dei progetti elaborati dalla rete” Progetti? “Ne abbiamo migliaia e molti li abbiamo proposti e attuati nei piccoli comuni dove siamo già presenti. Abbiamo, per esempio, fatto risparmiare migliaia di euro alle amministrazioni passando alla luce fredda, alla raccolta differenziata spinta o riaprendo le piccole centrali elettriche. Se nel mondo ci sono cose che funzionano bisogna copiarle”. E il federalismo? “Come per tutto il resto sarà la rete a doverlo discutere. Io ho provato a leggere quello proposto dalla Lega, non si capisce niente. Ma se loro saranno furbi e cercheranno di illustrarlo in maniera comprensibile, si potrà iniziare un dibattito. Perché, per esempio, il federalismo sulla scuola non funziona. Esiste in Svizzera ma lì oggi tentano di uniformare il servizio scolastico. Lo stesso vale probabilmente per la sanità. Molto va ripensato, ma il servizio sanitario nazionale resta interessante”. Intanto però la Lega è alleata di Berlusconi che controlla tv, informazione e vuole controllare pure la giustizia... “Ma lui non ha vinto le elezioni. Lo psiconano è scomparso. E lo ha capito. Perché lo si può considerare come si vuole, ma non è stupido. Sa che il Pdl non c’è più, come non c’è più il Pd. Ormai è un anziano di 75 anni con attorno una serie di scarafaggi che si stanno preparando a sostituirlo. Perché qui non è più un problema di destra o di sinistra. Di Berlusconi o non di Berlusconi. Noi siamo un Paese economicamente fallito e tra pochi mesi, purtroppo, sarà chiaro a tutti”.

Non basta mai...

Anche Repubblica.it inizia a vederli...

Dopo anni (2 anni e mezzo per la precisione, dal primo V-Day) di insulti ai "grillini", dopo aver negato l'evidenza con editoriali (di Scalfari per esempio) da penale all'ordine dei giornalisti, dopo l'oscuramento mediatico, ecco che escono le facce nuove. "Prepotentemente". Chi li ha conosciuti li vota. Si fida. In pochissimo tempo, dalle amministrative del 2008, i circa 40 eletti nei comuni hanno già cambiato il volto della politica locale. A Treviso il cosigliere grillino ha introdotto il progetto "rifiuti zero" per molte scuole della provincia. In un paese della provincia di Torino hanno già cambiato lo statuto del comune e l'acqua è tornata ad essere pubblica, cioè di tutti. Come hanno fatto? Hanno dalla loro i cittadini, tutti, non solo quelli che li han votati. Se racconti al cittadino (e poi lo fai!!!) che gli migliori la vita, non si nasconde dietro a un simbolo. Ora parte la battaglia contro gli inceneritori, quella per internet a tutti col WiFi, quella dell'acqua etc...buon viaggio grillini!


Grillo-boys, rifugio dei delusi

di MICHELE SMARGIASSI
BOLOGNA - Alle prime proiezioni "spaventose, incredibili", il bolognese Giovanni Favia, il grillino più votato d'Italia, è corso a comprarsi una cravatta nera: "ora devo essere elegante". Il grande momento è giunto. Il partito cinque-stelle passa dal folclore alla storia, dove c'erano sfottò ora c'è timoroso rispetto, anche paura. Sette per cento in Emilia Romagna, 4 in Piemonte, 400 mila voti in cinque regioni, quattro consiglieri eletti. Increduli loro per primi. "Per non montarci la testa andremo avanti a testa bassa". Dal V-day agli emicicli in soli tre anni: l'incubo dell'"antipolitica" si materializza, i ruba-consensi terrorizzano la sinistra. La Bresso recrimina: "erano voti nostri", Bersani apocalittico: "sono la cupio dissolvi della sinistra". E Beppe Grillo se li mangia con un marameo: "Bersani delira, rimuovetelo da segretario" commenta al telefono, tono più trionfale che aggressivo, "questi partiti sono anime morte, vagano in attesa di scomparire. I danni se li fanno da soli, e non hanno capito ancora niente di noi. "Grillo chi è?" diceva Veltroni, che per il Pd è stato come il meteorite per i dinosauri. Ora loro sono in estinzione e noi siamo il futuro".

Alt, fermi, non facciamo l'errore. Il profilo del comico genovese è potente, ma il nuovo sta nascosto nella sua ombra. Il "MoVimento 5 stelle" (la V maiuscola e rossa è quella del vaffa) non vuole essere il partito di un solo uomo: "Grillo è solo il detonatore, la dinamite siamo noi", rivendica Favia. E neppure il megafono dell'esasperazione, "se c'è qualcuno che fa marketing dell'urlo non siamo noi" (questa è per Di Pietro); e se gli parli di "voto di protesta" Favia si spazientisce, "protesta è il 10% di astensionismo, noi abbiamo portato voti alla democrazia". No, dal cappello delle urne è uscito un coniglio più carnoso del previsto. Una novità antropologica nella politica italiana che può travolgere chi la sottovaluta. I "grillini" esistono, guardate le loro foto sui loro siti Internet, leggete le loro date di nascita, tante post-1970, sbirciate le loro biografie, i loro mestieri urbani e terziario-avanzati, con un'eccedenza di quelli tecno-informatici. Da dove vengono? Chi va sui cinquant'anni esibisce qualche medagliere militante (radicali, noglobal, post-comunisti), ma quelli sotto i trenta sono una strabiliante antologia di micro-cause: la battaglia per il latte crudo, l'associazione "Novaresi attivi", il comitato "Vittime del metrobus", gli anti-inceneritore, quelli che fanno "guerrilla gardening" o la dieta a km zero... Sono, forse, ciò che i Verdi italiani non sono mai riusciti ad essere: pensatori globali e agitatori locali.


Sono, certo, un ceto politico, siedono già in decine di consigli comunali, spesso piccoli centri. Ma sfuggono ai profili tradizionali, sono corpi bionici della politica, ibridi di vecchio e nuovo. Non si incontrano in sezione ma in un blog, però non vedono l'ora di scendere in piazza; si contano orgogliosi come nei vecchi partiti (Grillo: "sessantamila ora, duecentomila fra due anni"), ma iscriversi è facile come fare un log-in al sito, la tessera è una password e non costa nulla perché "la gratuità rende bella la politica". Credono nella Rete come mito catartico: lo scrigno della verità che smaschera ogni complotto. Sono un incrocio di boy-scout e cyber-secchioni, volontari e computer-dipendenti. Grillo si fa semiologo: "È un movimento wiki". Come Wikipedia, l'enciclopedia online che chiunque può scrivere e modificare. L''assemblearismo ora è "contenuto generato dall'utente". La delega elettorale, "mandato partecipativo", l'eletto promette di essere solo il "terminale istituzionale" che inietta in consiglio le opinioni del movimento. "Abbiamo eletto ben due virus!", esulta il piemontese Vittorio Bertola, ed è ovvio che non pensa al bacillo influenzale ma ai virus informatici, che mandano in tilt un intero sistema operativo. "È qui che siamo avanti", Grillo si anima, "con noi non governa un consigliere, governa un network; con tutto il rispetto per la serata bolognese di Santoro non siamo un anchorman in tivù, siamo una rete di persone".

Le stelle grilline, però, sono spesso stelle comete, il loro impegno brucia intensamente e per poco, il ricambio è altissimo, ma se qualcuno ci dà dentro si vede: dietro il record del 28% di Bussoleno, ad esempio, c'è la lotta anti-Tav. Ma il vero salto di qualità che fa paura a Bersani è avvenuto proprio là dove i grillini non ci sono. Nell'hinterland bolognese, a Granarolo o Castenaso dove strappano il 10%, nessuno li ha mai incontrati di persona, neanche chi li ha votati. Chiedi perché l'hanno fatto, rispondono "Perché il Pd...". Rifugio dei delusi, ultima risorsa prima dell'astensione, messaggio di protesta senza rischio: "votare Lega non ci riesco, loro invece...". La loro presenza ha bucato i media. Gli elettori li conoscono. Leggete le interminabili liste di commenti dei loro blog, ce n'è una quantità che cominciano come Paolo: "Da anni non votavo...". E anche tanti che vibrano di un'eccitazione dimenticata, come Alessio: "Per la prima volta ho votato con gioia". Ho visto anche degli elettori felici: di questi tempi, da non crederci.

© Riproduzione riservata (31 marzo 2010)

Ha perso il PD, ha vinto Grillo

Il PD ha perso. Lo spiega bene Travaglio nel suo editoriale (vedi post precedente). Il PD ha perso soprattutto molti elettori. Gli elettori del PD hanno vinto solo dove hanno potuto portare un loro candidato (scelto con le primarie) e non un designato dalla cricca al vertice. Bersani se ne deve andare e subito. Seguito dai dalemiani (La Torre in primis), dai Bassolino, Loiero, De Luca e la lista della vergogna potrebbe andare avanti ancora molto! I vertici del PD fanno ribrezzo. Del PdL non parlo, perché comunque è un partito a delinquere, con molti mandati di cattura già spiccati e un premier pluricondannato (ah scusate si dice prescritto!), la cosa parla da sè.

Il vero vincitore unico di queste elezioni è Grillo. In Emilia Romagna porta a casa un grandissimo e pesantissimo 7%, con Giovanni Favia che strappa due seggi. Anche in Piemonte si aggiudicano due seggi col 4%.

Cosa è successo? Le liste a 5 stelle sono le uniche che han portato in piazza (e sul web) un programma vero. Semplice. Tra le altre cose rinunciano ai finanziamenti dei partiti e usano quei soldi per progetto che discuteranno in rete con i propri elettori. Ma questo è il minimo, non è poi così importante, dà solo l'idea della serietà.

Non sto qua a ripetere tutti gli insulti che si è preso Grillo da parte degli intelligentoni del PD. Il PD deve fare i conti con il proprio elettorato, se non lo capiscono in fretta si scioglie tutto il buono che hanno fatto in questi anni, sarebbe un peccato.

E le reazioni dell'intelligencija sinistroide?

Dal sito di Beppe:

Massimo Cacciari è a Ca' Farsetti, dove sta facendo gli scatoloni; giovedì lascia l'ufficio a Giorgio Orsoni, l'avvocato sul quale aveva puntato per non consegnare la città alla destra e a Renato Brunetta. E' felice per il voto a Venezia, ma "atterrito per lo scenario nazionale. E' stato uno choc soprattutto il Piemonte; ci vorranno anni per riprendere il nord a una Lega populista, demagogica, fondamentalista. E a chi dobbiamo dire grazie di questo capolavoro? A quelle teste di c... dei grillini". Il filosofo è arrabbiatissimo, "gli darei fuoco a quelli lì, sono degli sciagurati, si rendono conto di cosa hanno combinato?". "L'arte di farsi del male a sinistra è immortale, come quella di Fidia".

E si fanno chiamare democratici...

Disfatta

Dal Fatto...

In poche parole, un’altra Caporetto

di Marco Travaglio

Mentre il Pdl di Menomalechesilvioc’è perde 8,5 punti in un anno e tocca il minimo storico, la Lega lo asfalta al nord e Fini può rivendicare i successi in Lazio e Calabria con i suoi Polverini e Scopelliti, soltanto il vertice del Pd poteva trasformare la débâcle berlusconiana in una Caporetto del centrosinistra (fra l’altro, scambiata per una vittoria). Bersani, cioè D’Alema e i suoi boys (almeno quelli rimasti a piede libero), ce l’han messa tutta per perdere le elezioni più facili degli ultimi anni e, alla fine, possono dirsi soddisfatti. In Piemonte hanno candidato una signora arrogante e altezzosa, bypassando le primarie previste dallo statuto del Pd per evitare di dar lustro al più popolare Chiamparino e riuscendo nell’impresa di consegnare il Piemonte a tale Cota da Novara per solennizzare degnamente il 150° dell’Unità d’Italia. A Roma, la città del Papa, hanno subìto la candidatura dell’antipapista Bonino per mancanza di meglio (il meglio ce l’avevano, Zingaretti, ma l’hanno nascosto alla Provincia per evitare che, alla tenera età di 45 anni, prendesse troppo piede), poi l’han pure lasciata sola per tutta la campagna elettorale. In Campania, calpestando un’altra volta lo statuto, hanno sciorinato un signore che ha più processi che capelli in testa perché comunque era “un candidato forte”: infatti. In Calabria han ricicciato un giovin virgulto come Agazio Loiero, che quando ha perso come tutti prevedevano si è pure detto incredulo, quando gli sarebbe bastato guardarsi allo specchio. Non contenti, questi professionisti del fiasco, questi perditori da Oscar le hanno provate tutte per fumarsi anche la Puglia, candidando un certo Boccia che perderebbe anche contro
un paracarro, ma alla fine hanno dovuto arrendersi agli elettori inferociti e concedere le primarie, vinte immancabilmente dal candidato sbagliato, cioè giusto. Hanno inseguito il mitico “centro” dell’Udc, praticamente un centrino da tavola all’uncinetto, perché “guai a perdere il voto moderato”. Infatti gli elettori sono corsi a votare quanto di meno moderato si possa immaginare: oltre a Vendola, i tre partiti che parlano chiaro e si fanno capire, cioè Lega, Cinque Stelle e Di Pietro. Altri, quasi uno su due, sono rimasti a casa o han votato bianco/nullo, curiosamente poco arrapati dai pigolii del “maggior partito dell’opposizione” e dal suo leader, quello che “vado al Festival di Sanremo per stare con la gente” e “in altre parole, un’altra Italia”. Se, col peggiore governo della storia dell’umanità, l’astensionismo penalizza più l’opposizione che la maggioranza, un motivo ci dovrà pur essere. L’aveva già individuato Nanni Moretti nel lontano febbraio 2002, quando in piazza Navona urlò davanti al Politburo centrosinistro “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Sono gli stessi che sfilano in tutti i salotti televisivi, spiegando che la Lega vince perché “radicata nel territorio” (lo dicono dal 1988, mentre si radicano nelle terrazze romane o si occupano di casi urgentissimi come la morte di Pasolini) e alzando il ditino contro Grillo, che “ci ha fatto perdere” e “non l’avevamo calcolato”. Sono tre anni che Beppe riempie le piazze e li sfida su rifiuti zero, differenziata, no agli inceneritori e ai Tav mortiferi, energie rinnovabili, rete, acqua pubblica, liste pulite, e loro lo trattano da fascistaqualunquistagiustizialista. Bastava annettersi qualcuna delle sua battaglie, sganciandosi dal partito Calce & Martello e dando un’occhiata a Obama, e lui nemmeno avrebbe presentato le liste. Bastava candidare gente seria e normale, fuori dal solito lombrosario, come a Venezia dove il professor Orsoni è riuscito addirittura a rimpicciolire Brunetta. Ma quelli niente, encefalogramma piatto. Come dice Carlo Cipolla, diversamente dal mascalzone che danneggia gli altri per favorire se stesso, lo stupido danneggia sia gli altri sia se stesso. Ecco, ci siamo capiti. Ce n’è abbastanza per accompagnarli, con le buone o con le cattive, alle loro case (di riposo). Escano con le mani alzate e si arrendano. I loro elettori, ormai eroici ai limiti del martirio, gliene saranno eternamente grati.

lunedì 29 marzo 2010

Partito dei contadini

Dal Fatto...

A DOMANDA RISPONDO

NELLE CANTINE DEL PDL, NELLE STIVE DELLA LEGA

Furio Colombo

Caro Furio Colombo, leggo lo stesso giorno (20 marzo) sullo stesso giornale (“Il Gazzettino” del Nordest) due notizie che sembrano inventate con estro parodistico dal “Misfatto”. La prima ha questo titolo “Bertolussi: dimezzare i nostri soldi per Roma”. Ovvero il candidato governatore del Pd parla come il capo branco della Lega Zaia. Il secondo cita Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro di Prodi: “Pronti al dialogo anche sulla pensione di base”. Comincia la sindrome del “Partito dei contadini” nella Bulgaria sovietica?

Rosanna e Sirena

I LETTORI hanno diritto a una spiegazione. “Il Partito dei contadini” era una invenzione del Partito comunista bulgaro ai tempi di Stalin e Breznev. Si fingeva di governare in coalizione con un altro partito (senza potere, senza seguito) per dare un’immagine di finta libertà alla dittatura di
quel tempo. In questo senso il riferimento delle nostre lettrici mi sembra preciso e utile per quanto riguarda le dichiarazioni sottomesse di Treu (sempre che la citazione non sia stata forzata dal “Gazzettino” ). Allarma quel “pronti al dialogo” . Possibile che gruppi e persone autorevoli del Pd siano sempre “pronti al dialogo” persino negli stessi giorni in cui ogni livello di decenza e di rispetto è stato travolto per l’ennesima volta (e ogni volta in modo più grave) dal gruppo di fuoco di Berlusconi? Oltre tutto nessuno sta chiedendo alcun dialogo. E’ richiesta sottomissione. Perché offrirla cancellando ogni segno di identità dell’opposizione? Quanto a Bertolussi, leader del Pd contro Zaia nel nord-est, stupisce la mancanza di scrupoli. E’ chiaro che Bertolussi sa di non vincere. Ma invece di battersi con intelligenza e coraggio per non perdere voti e per mantenere alti immagine e credibilità del Pd in quel difficile luogo, in questo difficilissimo momento, Bertolussi, in nome del Pd, ha deciso di tracciare un suo percorso personale. Un uomo di mondo come Bertolussi sa benissimo che ripetere lo slogan della Lega aiuta la Lega. Nessuno vota per chi copia il lavoro di un altro (non proprio nobile perché apertamente ostile alla Repubblica italiana). Si vota per l’originale. Ma intanto, a spese di un crollo del Pd, si lascia spazio a un’area semi-leghista che poi potrà essere messa a disposizione del miglior offerente politico. Questo non è un paese per leader leali. O coraggiosi. O anche solo normali.

Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10 lettere@ilfattoquotidiano.it

venerdì 26 marzo 2010

Berluscones in piazza

Ascoltiamo i Berluscones...forse capiremo qualcosa di quello che sta succedendo in Italia.



Facciamo che...

La rivolta degli atenei


Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, immagie ANSA

Dal Fatto di ieri...

I RICERCATORI ALLA GELMINI: “ORA È GUERRA TRA POVERI”

Tagli, ruoli e orari: gli Atenei in rivolta contro la legge di riforma

di Caterina Perniconi

“Dal prossimo anno lasceremo le cattedre vuote e faremo solo ciò per cui siamo pagati: la ricerca”. Da una settimana i ricercatori delle università italiane protestano contro il decreto di legge Gemini che riforma gli atenei e anche le loro posizioni. Ma il paradosso è che a causa di una riforma la cui parola d’ordine sarà “tagli”, non ci saranno nemmeno i soldi per mandare avanti molti dei loro laboratori. Per questo motivo ieri i rappresentanti del coordinamento nazionale dei ricercatori universitari (Cnru) sono stati al ministero dell’Università e della ricerca per consegnare la loro controproposta, corredata da più di 4 mila firme.
CHI PERDE. Il disegno di legge del ministro per l’Istruzione Mariastella Gel-mini prevede infatti l’equiparazione degli obblighi didattici tra professori associati, di ruolo e ricercatori, mantenendo però diversi trattamenti. Fino a oggi i ricercatori potevano fare, a loro discrezione, didattica, fino a un massimo di 350 ore. Con la riforma quel numero diventa il loro limite minimo, come per i professori, a scapito dell’attività di ricerca. E non solo: il disegno di legge prevede che i ricercatori possano essere contrattualizzati a tempo determinato (quindi precari) per un massimo di sei anni. Al termine dei quali dovranno abilitarsi e potranno essere confermati a tempo indeterminato come associati, altrimenti andranno a casa, e alla soglia dei 40 anni dovranno ricostruirsi una vita. In questo modo, quindi, viene cancellata la terza fascia docente e creato un cuscinetto per tutti coloro che ricercatori lo sono già. Marco Marafina, coordinatore del Cnru, è ricercatore dal 1992: “Per me con questa riforma è preclusa qualsiasi possibilità di fare carriera – spiega – per questo motivo abbiamo chiesto che sia valutata la nostra professionalità e vengano trasformati in associati tutti coloro che se lo meritano. Un’operazione a costo zero, perché siamo disposti anche a mantenere lo stipendio, purché ci sia riconosciuto il nostro percorso”. Per il Cnru (Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari) se il ministero rifiutasse questa proposta, attuerebbe un disegno che, deliberatamente, programma il fallimento delle carriere di 26 mila docenti, non essendoci un piano credibile di concorsi in atto e finanziamenti adeguati. “Del resto – continua Marafina – non si può continuare ad accettare che alla maggior parte dei ricercatori sia impedito, per mancanza di soldi, di progredire nella carriera”. I CONCORSI. La protesta è partita autonomamente dagli atenei di Napoli, Torino e Cagliari. “Il disegno di legge – dice Davide Levy, rappresentante dei ricercatori delle facoltà scientifiche di Torino – innesca una sorta di guerra tra poveri, trasformando il tempo indeterminato in un contratto di tre anni più tre. In questo modo anche i ricercatori a tempo indeterminato verranno penalizzati, visto che avranno una forte concorrenza per il posto da associato. Il quadro si fa ancor più drammatico se si considerano il taglio dei finanziamenti e il blocco dei concorsi”. A Parma la protesta ha trovato l’appoggio dell’istituzione: “Il Rettore, Gino Ferretti, si è trovato in accordo con noi e si è impegnato a portare la questione sul banco del senato accademico e fino a Roma, alla conferenza dei rettori – spiega Armando Vannucci , ricercatore in ingegneria – i due commi più vessatori sui quali ci concentriamo sono proprio quello dell’obbligo della docenza e quello sulla chiamata diretta che introdurrà una differenza sostanziale tra nuovi e vecchi precari”. Il problema infatti non riguarda solo i 26 mila ricercatori strutturati dell’Università, ma anche circa 50 mila precari. Senza considerare i 38.985 docenti a contratto che potrebbero essere reclutati per sopperire alla mancanza di offerta formativa : “La proposta dei ricercatori, di trasformare tutti in docenti di seconda fascia, non ci trova d’accordo” spiega Ilaria Agostini, una ex docente a contratto fiorentina, che quest’anno ha rifiutato la convenzione perché non veniva pagata. “Vorrei che ci fosse più solidarietà tra di noi su questi temi – continua Ilaria – perché come docenti a contratto non acquisiamo nessun diritto e rischiamo di restare precari a vita. Per questo lavoro siamo pronti ad accettare tutto, ma addirittura il volontariato coatto, come mi è stato proposto quest’anno, è troppo”.

Uomini, mezz’uomini, ominicchi, cornuti e quaquaraquà


Dal Fatto di ieri...un bel articolo sull'eredità culturale di Sciascia.

(RI)LETTURE

SCIASCIA IERI, OGGI E DOMANI

Lo scrittore siciliano e l’ “infezione” di quest’Italia

di Evelina Santangelo

C’è un libro di Sciascia di cui è rimasto impresso nella mente anche di chi non lo ha mai letto un passaggio cruciale. Le parole pronunciate da don Mariano Arena riguardo all’umanità, fatta – secondo questo “galantuomo... amato e rispettato da un paese intero” – di “uomini, mezz’uomini, ominicchi, cornuti e quaquaraquà”. Una visione pronunciata con la protervia di chi si arroga il diritto di decidere della vita e della morte di altri individui, al di fuori della legge dello Stato, o meglio, secondo proprie leggi: chi è un quaquaraquà, nel territorio sottoposto alla giurisdizione di don Arena e dei suoi sgherri, è condannato a morire di morte violenta, come chi non si adegua, d’altro canto. Che questo giudizio pronunciato da un capomafia potentissimo e intoccabile sia finito per diventare non solo la citazione più famosa di un libro come Il giorno della civetta, ma quasi un modo tutto sommato consueto di apostrofare
uomini e comportamenti è un fatto abbastanza incredibile, a pensarci bene, quasi la dimostrazione di come sia sdrucciolevole toccare in forma narrativa un fenomeno come la mafia capace di fagocitare tutto ciò che la riguarda e, per vie esplicite o contorte, rigurgitarlo sottoforma di mito. E infatti Sciascia, consapevole probabilmente del rischio insito in una scelta del genere, non cede mai, in verità, alla tentazione di narrare la mafia, i suoi uomini, le sue vicende, ne definisce piuttosto la grammatica, il linguaggio, la portata delle sue ramificazioni materiali e culturali, la notomizza insomma, analizzando minuziosamente tutti gli aspetti sociali, economici, politici, culturali, antropologici che concorrono a quell’intreccio sotterraneo di interessi e connivenze di cui il fenomeno criminale mafioso è la manifestazione più evidente. Così, se violando qualche veto terapeutico lanciato di recente contro gli scrittori che “portano sfiga” (Sciascia, in primis) da un assessore regionale siciliano in vena di zelante ottimismo, se ci prendiamo la libertà di scegliere quel che, di volta in volta, ci sembra rilevante rileggere per decifrare aspetti della contemporaneità e, con questa attitudine, ritorniamo a un libro come Il giorno della civetta, scopriamo che “nel rovescio” di quella vicenda di indicibili collusioni politico-affaristico-mafiose passa una trama che corre da un capo all’altro dell’opera, e questa trama ha a che vedere con qualcosa che oggi ci riguarda più che mai: il sentimento della legge e l’idea di giustizia connessi profondamente all’idea stessa di libertà . Ed è proprio lì, nella natura di tali sentimenti e idee, che passa il discrimine intanto tra chi, come il capitano Bellodi, serve e fa rispettare “la legge della Repubblica” e chi, invece, alimenta l’idea che la legge non sia “immutabilmente scritta e uguale per tutti”, ma sia piuttosto “assoluta irrazionalità... a ogni momento creata da colui che comanda... da chi ha la forza insomma”. Un concetto che, nel corso del libro, Sciascia declina in tutte le sue implicazioni e conseguenze facendone la radice malata da cui scaturisce il “sentire mafioso” assunto come “regola di vita, dei rapporti sociali, della politica” e, in ultima analisi, il male oscuro che cova in tutto il paese, soprattutto in quella “borghesia che assumeva la mafia quasi come un’ideologia”. Il paese e la borghesia, certo, così come li vedeva lo scrittore nella lontana estate del 1960. Altri tempi, altre circostanze... che, indagati attraverso una vista lucidissima adombrano substrati di collusione tra poteri e mafia inverosimili (potere politico, clericale, economico, giudiziario) e, in questa inverosimiglianza, incredibilmente attuale (come sembra stia ritornando attuale il costume di negare le mafie, se è vero che anche il prefetto Valerio Lombardi si sia lasciato andare a inopinate considerazioni sull’inesistenza delle mafie in quel di Milano... lì dove lui, prefetto di Milano, appunto, dovrebbe vegliare più che mai). Così, se seguiamo questo filo di riflessioni sulla “legge che nasce dalla ragione ed è ragione” (non amore, non odio, non compassione, né benevolenza... verrebbe da precisare in questi nostri tempi confusi di eserciti del bene contrapposti a eserciti del male, di eserciti dell’amore contrapposti a eserciti dell’odio...), se seguiamo dunque questo filo ininterrotto di pensieri, non sembra affatto un caso che nel cuore del libro s’innesti una nota sul pericolo insito in ogni tentazione di spezzare l’“angustia” cui costringe la legge, sospendendo anche in via del tutto eccezionale le “garanzie costituzionali” per sradicare persino il male dei mali, come è accaduto in Sicilia durante la repressione del prefetto Mori, la Sicilia “che, sola in Italia, – scrive Sciascia – dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni” (la libertà, a ben guardare, che alcune forze politiche, la Lega in testa, oggi pericolosamente vagheggiano). Una libertà – nota Sciascia – costata tutte le altre libertà. Uno spaventoso compromesso cui può rassegnarsi solo un popolo che si è assuefatto a concepire e sperimentare “l’autorità”, non come “strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza” secondo “una legge immutabile e uguale per tutti”, ma come “arbitrio”, sia nella forma del sopruso sia nella forma del più soggettivo, e dunque arbitrario, senso della giustizia riservato a pochi “uomini di pace” che si arrogano il diritto o si conquistano il consenso per amministrare la legge in deroga a tutte le leggi (e i principi costituzionali). Ed è proprio questo quel che fa don Mariano Arena, di quegli “uomini rispettati... per il loro saper fare, per la capacità che hanno di comunicare...”. E questa deroga, questa difformità, parziale o totale da quanto stabilito da una legge, da un regolamento, sembra dire Sciascia, è ciò che permette appunto a uno come don Mariano Arena di sostenere che “il popolo, la democrazia... sono belle invenzioni: da gente che sa mettere una parola sull’altra e tutte le parole sulla schiena dell’umanità”; questa deroga è ciò che trasforma chi governa in “chi comanda”, e le leggi fatte da chi comanda in benefici di cui “godere” stando dalla parte, o “infilandosi” tra coloro che comandano, a tutti i livelli e in ogni ambito, per tessere una trama di amicizie e interessi economici insospettabili (quelle che oggi chiameremmo “cricche”). Questa deroga sistematica e capillare è, insomma, la vera profonda radice del male con cui è costretto a fare i conti, e contro cui oppone la sua semisolitaria resistenza, il capitano Bellodi, uomo del nord, emiliano, “per tradizione familiare repubblicano”, uomo di legge che svolge il suo mestiere con “la fede – scrive Sciascia – di un uomo che ha partecipato a una rivoluzione (la resistenza, nda) e dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge... che assicurava libertà e giustizia, la legge della Repubblica”. Quella legge costituzionale che fa della libertà qualcosa non solo di profondamente diverso dalla “felice aerea libertà di una bolla di sapone”, ma qualcosa di profondamente antitetico, anzi di inconciliabile con qualsiasi libertà che si accompagni a un’idea particolaristica della libertà o addirittura promozionale... Come lo è, particolaristica e promozionale (almeno negli slogan), quella forma di libertà che oggi sono chiamati a “diffondere” – quasi fosse un prodotto finanziario, un investimento a buon rendere – i promotori della libertà, promotori di diritti e interessi sempre preceduti da un qualche aggettivo possessivo, “i tuoi”, “i miei”, “i nostri”. Eppure è proprio quest’idea della libertà e dei diritti intesi come prerogativa di alcuni e non di tutti, quest’idea della legge come arbitrio o interpretazione particolaristica, come stato umorale, pensiero individuale o di parte, che fa della Sicilia raccontata da Sciascia una terra dove la legge suscita paura, rassegnazione, rabbia e, di contro, sopraffazione, impunità, appetiti individuali o di comitati d’affari. È questa idea di legge che il capitano Bellodi non si rassegna ad accettare nella consapevolezza che solo nel rispetto di uno stato di diritto passa il rispetto per l’uomo, il rispetto per l’uomo, sì (attitudine etica e rigore deontologico che gli varrà addirittura la considerazione di uno come don Mariano Arena). Così, guardando oggi allo stato presente dei costumi degl’italiani, suonano quasi profetiche alcune considerazioni con cui si chiude Il giorno della civetta: “Bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”; “forse tutta l’Italia va diventando Sicilia...”. A quelle considerazioni seguiva una “fantasia”: s’immaginava una sorta di “linea degli scandali” che saliva su per l’Italia come “la linea della palma”, il clima propizio alla vegetazione della palma che da sud si andava spostando pian piano verso nord... Ora, oggi, in Sicilia, però, c’è una fatto nuovo. E il fatto nuovo, che potrebbe suscitare altre “fantasie” forse troppo funeste, troppo di malaugurio (ci perdonino dunque gli alabardieri dell’ottimismo) è che nel tronco delle palme, di un numero sterminato di palme, un coleottero, il punteruolo rosso, ha deposto da tempo, di nascosto, centinaia di uova. Le uova si sono schiuse, le larve hanno preso a muoversi verso l’interno dei tronchi, divorando i tessuti fibrosi, scavando tunnel e cavità sempre più grandi sino a svuotare i fusti, sino a infestare qualsiasi parte della pianta. Così oggi, in Sicilia, bè, un numero sterminato di palme ormai è collassato. In Sicilia, oggi.

giovedì 25 marzo 2010

Berluskoniev

Dal sito di MicroMega una lettera forte di padre Farinella, il prete ormai conosciuto per le sue posizioni esplicitamente contro Berlusconi.

Altrachiesa

L’immondo travestito da agnello. Berlusconi scrive al Papa sulla pedofilia

di Paolo Farinella, prete, 22 marzo 2010

Oggi il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, scrive al Papa per complimentarsi della lettera agli Irlandesi sui preti pedofili. Egli scrive che Benedetto XVI «è chiamato a confrontarsi con situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana». Poverino! Non riesce a pronunciare la parola «pedofilia». Si è sforzato, ma non ci riusce perché dovrebbe parlare di «sessualità scomposta» perpetrata in luoghi e sedi istituzionali, a dispetto e dileggio di quella morale cattolica di cui ogni giorno pubblicamente fa i gargarismi, mentre in privato ne fa strage. Non può parlare di «sesso», lui che, mentre inneggia «alla sostanza stessa della religione cristiana», frequenta prostitute a pagamento dietro compenso in denaro e in posti in parlamento o al governo e dalla moglie è condotto in giudizio per separazione per colpa.

Qual è il significato di questa lettera insulsa, senza senso, ridicola e immotivata? Io penso che voglia cavalcare il momento di difficoltà del Vaticano, criticato da larghissima parte della Chiesa che ha valutato la lettera agli Irlandesi inadeguata, insufficiente, scontata. Dopo il fallimento del raduno di Roma con metà presenze di precari pagati a cento euro cadauno, il debosciato ha bisogno di ricrearsi una verginità formale e vuole fare sapere al mondo intero che egli sta dalla parte del Vaticano, sempre e comunque. L’immondo travestito da agnello.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una strumentalizzazione di un momento tragico e doloroso della Chiesa con responsabilità oggettive di papa Ratzinger e contorno e il Caimano ne approfitta subito per fare una genuflessione blasfema ad uso personale, perché il fantoccio di uomo non sa vedere altro che usi personali, addomesticati alla sua bisogna. La lettera al papa, opportunamente divulgata, è una forma di propaganda elettorale verso quell’elettorato debole cattolico che si lascerà incantare da questo tronfio e immondo pifferaio.

Il tocco finale, da lupanare, è il riferimento all’efficacia della lettera dovuta secondo lui alla «umiltà e sincerità unita alla chiarezza delle ragioni che il Papa mette in campo». Riguardo all’umiltà, Berluskoniev è un maestro impareggiabile: umile, mite, altruista e, quello che più conta, fondatore del partito dell’amore a pagamento e delle prostitute affittate «a carrettate», con i cattolici che tengono bordone e reggono il moccolo.

Da cattolico inorridisco e vorrei sperare che il Papa usasse le sue scarpette rosse per il tiro al bersaglio, nella certezza che questa volta lo Spirito Santo guiderebbe la santo mano per fare centro sul bersaglio catramato e inamidato. So anche, però, che l’Utopia in Vaticano è morta e sepolta da un pezzo. W l’umiltà! Parola di Berluskoniev, spergiuro di professione.

(23 marzo 2010)

Stato di polizia

Dal Fatto...

Zitto e mena

di Marco Travaglio

Lo so che è bizzarro, almeno in Italia. Ma chi scrive, fra guardie e ladri, ha sempre scelto le guardie, convinto che la magistratura e le forze dell’ordine abbiano sempre ragione fino a prova contraria. Il guaio è che, sempre più spesso, dalle forze dell’ordine giungono prove contrarie. I casi di detenuti o fermati massacrati di botte, morti in circostanze misteriose coperti di lividi, come i casi di contestatori prelevati e trascinati lontano da manifestazioni del centrodestra per aver osato contestare civilmente o sventolare cartelli critici, fanno temere che qualcosa di spiacevole stia accadendo fra i “tutori della legge”. E le reazioni prudenti, ai limiti della reticenza, dei vertici lasciano la sgradevole sensazione che non si tratti di casi isolati, delle solite mele marce. La sensazione diventa qualcosa di più concreto quando si legge che il capo della Polizia, Antonio Manganelli, vuole cacciare il vicequestore Gioacchino Genchi, esperto informatico al servizio di Procure e Tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992. L’anno scorso Manganelli aveva sospeso Genchi per aver risposto su Facebook a un giornalista che gli dava del bugiardo; e l’aveva ri-sospeso per avere financo rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente: condotte “lesive per il prestigio delle Istituzioni” e “nocive per l’immagine della Polizia”. Ora ha disposto la terza sospensione, che porterà automaticamente alla destituzione dopo 25 anni di onorato servizio (sempreché il Tar non accolga i ricorsi di Genchi), peraltro preannunciata dal settimanale berlusconiano
Panorama e sollecitata dall’apposito Gasparri (“Se il capo della Polizia Manganelli si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…”). Senza dimenticare la violenta campagna scatenata da Libero contro il pm romano Di Leo che ha affidato a Genchi una consulenza sulla truffa Fastweb-Di Girolamo, mentre la stessa Procura indaga su di lui (per iniziativa dall’indimenticabile Achille Toro). Stavolta il peccato mortale di Genchi è aver accettato di intervenire al congresso Idv, come se un poliziotto, per giunta sospeso, fosse un libero cittadino con libertà di parola. Curiosamente la sanzione gli è stata notificata un mese dopo il congresso, il 22 marzo, proprio un giorno prima che Genchi riprendesse servizio. E proprio mentre il Pdl cannoneggiava la Polizia per aver osato smentire il mirabolante dato sul milione di manifestanti in piazza San Giovanni: meglio non sollevare altre polemiche consentendo a Genchi di rientrare in servizio il 23 marzo. E pazienza se il vicequestore, per 25 anni, ha sempre ottenuto un punto in più del massimo nelle valutazioni di merito per le sue “eccezionali doti morali” e le capacità operative. E pazienza se la Polizia non sospende nemmeno i suoi uomini condannati in primo grado per stupro e omicidio. E pazienza se tutti i poliziotti condannati in primo e/o secondo grado per le violenze e le torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001, o per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli sono rimasti in servizio, e in alcuni casi han fatto addirittura carriera. Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni in primo grado per la mattanza alla Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a 2 anni in primo grado, è al vertice della Direzione Centrale Antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi per le sevizie a Bolzaneto e a 2 anni e 3 mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Evidentemente le loro condotte non erano “lesive per il prestigio delle Istituzioni” e la loro permanenza in servizio non è “nociva per l’immagine della Polizia”. Mica hanno scritto su Facebook o parlato a un congresso.

Liste a 5 Stelle: MILANO

Piazza gremita! Ma quanti erano in piazza del Duomo a Milano ieri per la presentazione della Lista a 5 Stelle di Grillo? Grazie alla censura, nessuno conosce le liste di Grillo, ma come mai sono poi così tanti in piazza?

L'onda sale...



mercoledì 24 marzo 2010

Il direttorissimo

Dal sito di Piero Ricca.

Era da un pezzo che aspettavamo al varco il “direttorissimo” Augusto Minzolini. L’altro giorno era in giro per Roma. Sulla sua strada s’è appostata Beatrice Borromeo, che l’ha interpellato a telecamera accesa e con la giusta dose di agonismo. Personaggi come Minzolini dovrebbero essere sbugiardati ogni volta che mettono piede in pubblico. Non attendiamo che qualcuno lo faccia al nostro posto.



Il partito dei giudici

L'editoriale del Fatto di oggi.

Silenzio assordante

di Antonio Padellaro

A Berlusconi non manca certo il dono della chiarezza. Soprattutto quando parla dei giudici. Li aveva già definiti “un cancro”. Ieri, li ha indicati come una “patologia”, ovvero una malattia da debellare. Per farsi capire ancora meglio ha detto che una certa magistratura (cioè quella che si ostina a fare il proprio dovere) vuole sovvertire il risultato elettorale. Poi, ha aggiunto che dopo le elezioni sistemerà i conti con questi golpisti. Lo farà eccome perché sono le uniche promesse che lui mantiene. Le sue riforme preferite. Del resto, non ha trasformato il governo nello scendiletto personale? E il suo sogno di un Parlamento di silenziosi pigiabottoni, non si sta forse realizzando? Dopo aver sistemato l’esecutivo e il legislativo, ora si accinge a sferrare l’assalto finale al potere giudiziario. Lo dice e lo ripete continuamente. Bisogna essere molto sordi per non capirlo. O molto distratti. O qualcosa di peggio. Ieri, a Torino, quando il premier ha strillato che “il partito dei giudici è una violazione della democrazia”, abbiamo pensato: ha superato il limite, adesso qualcuno reagirà. Si è sentita solo la voce dell’Associazione nazionale magistrati. Per
il resto, un silenzio assordante. Nei tg abbiamo ascoltato il leader della maggiore forza dell’opposizione sorridere e fare dell’ironia sul partito dell’amore. E’ un metodo consolidato. Da un quindicennio i leader della maggiore forza dell’opposizione combattono Berlusconi a suon di battute poiché, sostengono, meglio non dargli troppa importanza. Un sistema infallibile. Ma per far vincere Berlusconi. Che dei tanto ironici leader dell’opposizione nel frattempo se n’è bevuti sei o sette. Per ora tace anche il Quirinale. Che in passato quando il sultano di Arcore aveva preso di mira la magistratura e la Corte costituzionale (dopo la bocciatura del lodo Alfano) seppe reagire con durezza. Il capo dello Stato presiede il Consiglio superiore della magistratura e sicuramente farà sentire la sua voce. Berlusconi va fermato prima che sia troppo tardi. Gli appelli ad abbassare i toni o ad evitare contrapposizioni, non bastano più.

Prosa ostellinica

Dal Fatto di oggi.

L’amorale della favola

di Marco Travaglio

Fra qualche anno – ha detto Piercamillo Davigo in un recente incontro a Milano – gli storici tenteranno vanamente di comprendere la nostra epoca. Alla fine penseranno a una malattia, a un’epidemia”. Poi sfoglieranno le collezioni del Pompiere della Sera e capiranno molte cose, così come gli studiosi del consenso mussoliniano non possono prescindere dal ruolo avuto nel Ventennio dal quotidiano di via Solferino. Ieri il Pompiere ospitava un editoriale di Piero Ostellino dal titolo ghiotto e promettente: “Una democrazia un po’ malata”. Finalmente!, avrà esclamato qualche temerario prima di addentrarsi nella prosa ostellinica: finalmente una denuncia forte e vibrante sugli ennesimi colpi assestati alla democrazia italiana dal ducetto brianzolo con gli ennesimi insulti alla magistratura, con i giuramenti fascistoidi di piazza San Giovanni, con i decreti per cambiare le regole elettorali in piena campagna elettorale, con le minacce e gli ostracismi alla libera stampa, con le nuove leggi incostituzionali annunciate per il dopo-voto. Invece nulla di tutto questo. Per il cosiddetto liberale Ostellino, “il male oscuro della nostra democrazia è una ‘malattia dell’anima’ degli italiani”. La corruzione che ci costa 70 miliardi di euro l’anno? L’evasione fiscale che ce ne costa 150? Il debito pubblico, risalito con questo governo ai livelli paurosi del compianto (soprattutto da lui) Bottino Craxi, che ci costa 70 miliardi annui di interessi passivi? Macché: le intercettazioni della magistratura e la difesa che ne ha fatto Di Pietro, reo di aver ricordato un’ovvietà, e cioè che “chi non ha nulla da nascondere, non le deve temere”.
Ecco: Ostellino trova “inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla resistenza antifascista”, perché “è la stessa sindrome di cui sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo: si violano le libertà individuali per il bene comune si finisce con uccidere (sic, ndr) la democrazia”. Non sapevamo che Mussolini, Franco e Hitler fossero saliti al potere a causa delle intercettazioni, ma se lo dice Ostellino dev’essere senz’altro vero. Lui ne è talmente convinto da non argomentare minimamente l’assioma, tant’è che passa subito a paragonare l’Italia di oggi alla “Germania comunista” dove “i cittadini erano preoccupati, e indignati, dell’intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi)”. Ma l’Italia è molto peggio, perché qui “gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell’idea di sapere che cosa pensano e dicono al telefono ‘gli altri’”, infischiandosene della “violazione della vita privata, nonché dei suoi diritti, anche dell’inquisito, per non parlare di chi” non lo è, “in nome di una non meglio precisata Etica pubblica” (concetto a lui del tutto ignoto). Dove si annidino queste orde d’intellettuali, giornalisti e politici innamorati delle intercettazioni lo sa solo lui. A fine delirio, mentre già risuonano le sirene dell’ambulanza, Ostellino cita una raccomandazione di Popper: “E’ arrogante tentare di portare il paradiso sulla terra”. Inutile domandare al nostro vice-Popper che diavolo c’entrino il paradiso in terra, la Stasi, il comunismo, il fascismo, il nazismo, il franchismo con le intercettazioni regolarmente previste dal Codice di procedura vigente dal 1989 e legittimamente ordinate dai giudici per scoprire tangenti, mafie, truffe, abusi di potere. Cioè reati. Ma la parola “reato” non è contemplata dal vocabolario ostellinico: l’idea che le intercettazioni vengano disposte perché si commettono molti delitti è esclusa a priori. Né lo sfiora quella davvero bizzarra che la libera stampa debba dare le notizie, come fa spesso inopinatamente anche il Corriere nelle pagine interne. Poi però in prima pagina stigmatizza il brutto vizio di informare. Nei giorni scorsi Ostellino ha rivelato che un giorno imprecisato un politico imprecisato “chiese la mia testa”. Fortunatamente, dopo vane ricerche, non fu trovata.

Il Cavaliere Inarrestabile

Dal Fatto di oggi.

il badante

VITA E OPERE DI B.

di Oliviero Beha

Sono sempre più interessato alla vita, le opere e i miracoli del Cavaliere Inarrestabile, ma non tanto per la preoccupazione per quello che farà, dopo quello che ha già fatto e sta facendo. Piuttosto penso al dopo. Se è vero che quando smetterà o verrà fatto smettere dal “voto democratico” lascerà come credo una voragine difficile da riempire per generazioni, è anche vero che questo enorme cratere di un Paese ormai in retromarcia da un pezzo lo colma lui praticamente da solo. Se il buco non si vede, è per merito o colpa sua. Ci sta dentro completamente. Dunque ciò che fa e ciò che è o rappresenta va analizzato per il presente e per il futuro al di là del “tifo” per lui e contro di lui e della “resistenza partigiana” magari non al caviale ma almeno all’amatriciana. Per esempio il Cavaliere Inarrestabile ci dice che nei tre anni restanti di legislatura sconfiggerà il cancro e le mafie. Sono boutades, senza approfondimenti, d’accordo. Ma ci dicono almeno due cose: la prima è che Berlusconi oggi pensa di poter dir tutto senza pagar pegno non dico alla verità, ma alla verisimiglianza, a uno straccio di logica o di credibilità. Se ne frega al cubo. La seconda è che sotto la superficie lessicale ci potrebbe essere dell’altro. C’è del metodo nella sua follia, insomma, per citare Polonio a un luminare esperto in prefazioni di Tommaso Moro.
Questa seconda è meno interessante, malgrado l’apparenza: basti pensare che Berlusconi odia la magistratura o quella parte di magistratura che ritiene essere contro di lui per le inchieste che fa o i processi che toccano l’Inarrestabile, e la considera un cancro. L’ha detto e ripetuto. E’ evidente che per lui sconfiggere il cancro significa sconfiggere sinonimicamente il Potere Giudiziario, con buona pace dei malati non metaforici che quotidianamente con i tumori se ne vanno al Creatore. Anche per la vittoria sulla mafia non starei troppo a sottilizzare. Uno che ha ringraziato il proprio ormai leggendario stalliere Mangano, defunto in carcere dopo condanne definitive per associazione mafiosa, per non aver fatto il suo nome ai “magistrati cancerogeni” che lo volevano far “cantare”, se non proprio a sconfiggere la mafia riuscirà credo a strappare almeno un pareggio. Molto più interessante è il fenomeno di svuotamento etimologico delle parole. Non c’è nessuno come lui, in un paese che lo segue anche in questo percorso nel deserto, che usi le parole senza “rispettarle”. Ripeto per chiarezza che non solo non è l’unico, ma è difficile trovare nella classe dirigente e non soltanto politica dell’Italia del 2010 qualcuno che non si macchi del medesimo “reato”. Nei confronti della lingua che usa. Peccato che Berlusconi quotidianamente ci dimostri di essere il Migliore anche in questo. Per esempio ha un’idea del termine “democrazia” e di ciò che vagamente dovrebbe significare che rischia, nell’uso che ne fa, di vanificarla. Sì, nella sua bravura da Ronaldinho nel gestire questa palla, cioè il rapporto tra le cose e le parole che le denotano e le connotano, il Cavaliere Inarrestabile si è spinto molto oltre. Per lui la democrazia è una sorta di televoto di Sanremo, è il suffragio che dovrebbe garantirgli il successo in una Repubblica Presidenziale di nuovo conio, è una conta delle urne comunque sia, anche se lontanissima (per lui come per tutti o quasi) dall’art. 48 della Costituzione che parla di “voto libero e segreto”. Qui siamo al mercato. Ma la mia paura è che l’Inarrestabile si stia trascinando dietro una pratica ma anche un’idea della democrazia al macero, anche se a parole contesta tutto ciò ai suoi avversari. La democrazia come dovrebbe essere (cfr. la Carta) semplicemente “non gli serve”. Ce lo grida in tutte le salse, quando è sincero. Servirà a qualcun altro dopo? Oppure siamo già grazie al “Cavaliere Democratico” in una accettata e rassegnata post-democrazia?

martedì 23 marzo 2010

Raiperunanotte





Con

Roberto Benigni, Antonio Cornacchione, Teresa De Sio, Gillo Dorfles, Elio e le Storie Tese, Emilio Fede, Giovanni Floris, Milena Gabanelli, Sabina Guzzanti, Riccardo Iacona, Giulia Innocenzi, Gad Lerner, Daniele Luttazzi, Trio Medusa, Mario Monicelli, Morgan, Nicola Piovani, Norma Rangeri, Filippo Rossi, Michele Santoro, Barbara Serra, Marco Travaglio, Vauro e Antonello Venditti.

L’informazione non si può interrompere, la stampa deve essere libera.
Per questo la Fnsi - Federazione Nazionale della Stampa Italiana - ha deciso di organizzare “Rai per una notte”, uno sciopero bianco per la difesa della libertà di stampa e dell’informazione che si terrà Giovedì 25 marzo, dalle ore 20 alle 24, al Paladozza di Bologna.

Rai per una notte sarà una manifestazione – trasmissione condotta da Michele Santoro con la partecipazione di Giovanni Floris, Daniele Luttazzi, Marco Travaglio, Vauro, la squadra di Annozero e molti altri ospiti del mondo del giornalismo e dello spettacolo.

La Fnsi e l’Usigrai – Organismo sindacale di base dei giornalisti Rai - metteranno a disposizione su Internet le riprese video e audio della manifestazione e consentiranno a tutti coloro che vorranno di riprendere e trasmettere in Tv o per radio l’intero evento.

sabato 20 marzo 2010

Busi fuori dalla Rai

Dal sito di Franca Rame un articolo di Roberto Brunelli sull'espulsione di Aldo Busi dall'Isola dei Famosi.

ALDO BUSI CACCIATO DALLA RAI: CHI TOCCA IL PAPA E' UNA STREGA DA BRUCIARE SUL ROGO

L’esercito degli sdegnati ha i forconi pronti: oggi la strega da bruciare si chiama Aldo Busi. Orrore, raccapriccio, disonore: lo scrittore è stato cacciato a divinis da tutti i programmi Rai. La vera colpa non è aver attaccato il Papa in prime time davanti a milioni di spettatori («Sono gli omofobi i veri pervertiti da curare, siano politici e preti. L’omofobo è un omosessuale represso» ha detto, tirando in ballo Ratzinger alla fine di una sparata furibonda in cui lo scrittore ha annunciato l’abbandono dall’Isola dei famosi, Rai2). L’imperdonabile è aver fatto sbriciolare (per una sera, per un giorno soltanto? Non importa) la fortezza del reality show. Doppio paradosso italiano: nei giorni dell’apocalisse dell’informazione - ossia dei talk show chiusi per volere del Re - la televisione va in tilt in quella parte del campo di cui il Re medesimo è campione assoluto. Peccato mortale numero uno: «Quando parlo di politica e letteratura, i cameramen se la danno a gambe levate. Il filtro è tale che mi sono prestato ad una pantomima di me e dell’intellettuale». Così disse il Busi furioso in collegamento dall’isola nicaraguense dove dinnanzi a centinaia telecamere piombate su un manipolo di pseudo o ex famosi che «fanno le marionette» e dinnanzi ad una Simona Ventura mai vista così sgomenta e vacillante.

«Non condivido una sola parola di quello che ha detto», ulula lei terrorizzata, non si sa se per paura delle ire d’Oltretevere o perché in un secondo le si è rotto il giocattolo. Ma l’autore di Sodomie in corpo non si ferma. Certo, l’occhio è roteante, ma le parole rimbombano lucide come non si è sentito mai sull’isola dei cosiddetti naufraghi: «La mia pantomima della cultura è durata fin troppo. Da un momento all’altro questa telecamere diventerà buia e io sparirò. Non adduco pretesti di salute, anche se un’infezione ce l’ho. Senza di me, che ho fatto il capro espiatorio, potranno scagliarsi l’uno contro l’altro. E vedremo la vera ipocrisia: i naufraghi sono tutti qua perché non hanno un cazzo da fare. Sono marionette di se stessi». E ancora: «La forma è il linguaggio. La mia sostanza sta nella forma. Il fatto che la mia forma sia sbagliata per lei, Ventura, e per la maggior parte degli italiani vuol dire che io la forma non la cambio. Questa nazione è indietreggiata di quindici anni anche per colpa vostra. Voi dovete essere ricoverati. Non c’è più cultura. Il paese è morto».

Tanto bastò. Il fatto è che nell’ultracolorato paradiso della tv-trash - in questo caso Isola dei famosi - è vietato anche solo sussurrare il nome del pontefice, è ovviamente peccato mortale accostare l’idea dell’omosessualità alla figura del santo padre, ma sono un tabù incrollabile anche la politica e tutto quello che non sia conforme alla geometria del nulla di cui si nutre il reality show e la mistica del televoto che la sottintende. In un colpo solo Busi Aldo, nato forse non per caso nel 1948 a Montechiari (Brescia) del reality è diventato un efficacissimo killer, perché il delitto avviene lì, in diretta: «Il mio mandato è esaurito. Non c’è più racconto. Temo che, se restassi, finirei per vincere. Ho partecipato per una rassegnata e decadente malinconia. Voglio dare l’esempio dell’anziano che si mette da parte. Sarebbe umiliante per me vincere questa piccola corsettina».

Per uccidere il reality le sue armi sono la politica e pure l’etica. Governo: «Io pago le tasse e sono orgoglioso di farlo. A cosa è servito Berlusconi, se non fanno questa legge delle aliquote al 23 e al 33%?». Opposizione: «Il Pd è inesistente. Finché la sinistra sarà clericale sarà solo una brutta copia della destra». L’ipocrisia omofoba: «Si finisce tutti single, prima o poi, e io voglio dire che il figlio adottato ritorna dall’uno o dall’altro. Perché io single non posso adottare un bambino o una bamina?». Certo, la domanda è: e tu perché sei finito lì? Avrà tempo per rispondere. Intanto parlano i giganti del pensiero che dirigono la Rai. «Il direttore di Rai2, Massimo Liofredi, sentito il direttore generale Mauro Masi, ha ravvisato nel comportamento di Busi palesi e gravi violazioni delle regole e delle disposizioni contrattuali. Pertanto, verrà escluso dalla partecipazione alle prossime puntate dell’Isola dei famosi e dalle altre trasmissioni della Rai». Prima di loro si sono espressi il destrissimo Storace, Butti e Saltamartini del Pdl, Cesa dell’Udc, in più il Codacons e il Moige. Come avevamo detto? L’esercito degli sdegnati.

di Roberto Brunelli

Sfiduciamolo



Clicca l'immagine.

Dal sito di Tonino:

Chiediamo ai cittadini di sottoscrivere una mozione di sfiducia, che lanciamo in rete e presentiamo in Parlamento, affinché Silvio Berlusconi e il Governo vadano a casa al più presto. Infatti, consideriamo gravissime le notizie apparse in questi giorni su alcuni quotidiani: Berlusconi ha ordinato ai suoi sodali di zittire l'opposizione e imbavagliare la libera informazione.
E' un vero e proprio attentato alla democrazia. (leggi l'articolo di Antonio Di Pietro)

giovedì 18 marzo 2010

Terapia a 5 Stelle!



Le due facce della medaglia e il muro in mezzo


Un giovane colono ultraortodosso lancia del vino contro una donna palestinese a Hebron
(FOTO DI RINA CASTELNUOVO, THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO)


Dal Fatto di oggi.


LA GUERRA IN UN GESTO

Il giovane ebreo che umilia la donna palestinese: una convivenza
che resta impossibile

di Roberto Faenza

Nella fotografia il giovane colono ebreo, che probabilmente appartiene a qualche scuola ortodossa, compie un’azione esecrabile. Un gesto vergognoso ai danni di una povera donna palestinese, certamente anziana. Ai tempi della lavorazione del film da me diretto ispirato al romanzo “L’amante” dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua, ho vissuto circa un anno facendo la spola tra Israele e la Palestina. Quando ero a Gerusalemme mi sentivo dalla parte degli ebrei e quando ero in Palestina mi sentivo invece dalla loro. A tutti i costi ho voluto formare una troupe mista e mi faceva una certa impressione vedere lavorare al mio fianco ragazzi e ragazze con la pistola in tasca o nello zaino. Ma questa è la condizione di chi vive in quella terra martoriata. Quando sei a Gerusalemme capisci che la gente esce da casa la mattina ma non sa mai se farà ritorno la sera, paventando ogni momento un possibile attacco dei kamikaze. Se invece vivi a Ramallah alzi la testa e scruti il cielo per vedere se non siano in atto raid punitivi. Che razza di vita è mai quella che attanaglia le persone con tanta precarietà e angoscia? Non si può capire il senso delle reiterate intifade e delle offensive militari se non si entra nella testa dei contendenti. Il giovane che lancia il vino contro la donna araba poco o nulla sa della Shoah e dei campi di sterminio in cui sono morti i suoi nonni o i familiari dei suoi genitori. Sa solo che il popolo arabo è un nemico che vive a pochi passi da lui, non importa se composto da giovani o donne, sotto le cui gonne potrebbero nascondersi armi o chissà quali esplosivi. Questo è quello che pensa: i palestinesi sono pronti a lanciare i missili contro la sua casa e il suo villaggio, sono gente capace di allearsi con quel Mahmoud Ahmadinejad, che un giorno sì e il giorno dopo anche spara a zero contro gli ebrei, invocando la guerra santa e la cancellazione dello stato di Israele. Quel ragazzo con due treccine laterali che si chiamano peot è sicuramente un giovane studioso della Bibbia che osserva regole rigide: “Non vi taglierete in tondo i capelli ai lati del capo e non ti raderai i lati della barba”. Per lui, la sua terra è santa e non conosce altro diritto all’infuori delle Sacre Scritture. Per quel ragazzo i diritti dei palestinesi non esistono perché riconosce solo i diritti sanciti dal suo Dio, e non importa se è lo stesso Dio in cui credono gli arabi. Da Tel Aviv ti sposti verso Gaza o a Ramallah e subito diventi uno di loro. Come potrebbe essere altrimenti, quando vedi interi villaggi senza acqua, senza strade, senza piante, senza energia elettrica, con il cibo razionato e le comunicazioni interrotte? Oppure vedi la muraglia che separa i due popoli e ti rendi conto che non puoi andare a lavorare da nessuna parte se i soldati israeliani non ti fanno passare. Non puoi neppure sposarti in pace e fare una grande festa alla quale invitare i tuoi parenti che vivono al di là della muraglia, perché non otterrebbero il permesso di venire a festeggiarti. I nonni di Hamed, un amico palestinese che si è laureato in Architettura a Milano, vivevano a Jaffa, la parte vecchia di Tel Aviv, sorta oltre 5.000 anni fa. Hamed vorrebbe tornare a vivere nella loro casa, da cui i nonni sono stati cacciati quando Jaffa è entrata a far parte dello Stato di Israele. Ma una legge, che gli arabi giustamente ritengono iniqua, glielo impedisce. Mentre la legge del ritorno vale invece per gli ebrei: infatti qualsiasi ebreo, non importa dove sia nato, può diventare israeliano. Hamed può soltanto, di quando in quando, ottenere un permesso per venire a Jaffa e guardare da lontano la casa dei nonni, ora abitata da ebrei, i quali a loro volta nulla sanno dei diritti di Hamed o se lo sanno si sentono protetti da una legge per loro sacrosanta. Facile parlare a favore degli uni o degli altri quando si vive altrove e questo tipo di problemi li affrontiamo soltanto sui giornali o sui libri o vedendo la televisione. Ma quando sei lì, devi decidere con chi stai: o con me o contro di me. Hanno ragione Yehoshua, Grossman, Oz e tanti altri bravissimi scrittori molto amati in Italia, e assai meno in Palestina, quando pensano che il muro di divisione sia una cosa giusta. Ma la stessa ragione l’hanno i meno noti (da noi) scrittori palestinesi, da Al-Mutawakel Taha a Sahar Khalifa a Hanan Awwad, quando giudicano una vergogna e razzista quella muraglia che per proteggere gli uni umilia gli altri. Con due mondi così contrapposti sarà mai possibile la pace? Forse ci vorrebbe una forza di pace contrapposta tra i due confini, capace di garantire la sicurezza di entrambi. E di sicuro ci vorrebbe un nuovo Piano Marshall per dare un futuro all’economia palestinese, oggi a pezzi. Certo quando nel finale del mio film ho capovolto quello scritto da Yehoshua e ho fatto spingere l’auto rimasta in panne dal giovane arabo assieme al suo datore di lavoro ebreo, uno a fianco all’altro, ho immaginato l’unica pace a mio avviso possibile anche se idealista: tirare la stessa carretta per vivere insieme sulla stessa terra.